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Il SW, lo Stato e l’Esportazione in USA delle Tasse dei Cittadini venerdì 1 maggio 2020

Posted by andy in FLOSS, Information Security, Miglioramento, Pubblica Amministrazione, tecnologia.
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Premessa

Penso che siano pochi (sempre che esistano!) i paesi in cui tutti i contribuenti siano felici di pagare le tasse nella misura in cui le pagano: sorgono sempre dubbi sulle capacità dello Stato di spendere al meglio le risorse raccolte.

Con questo mio pensiero provo a sollevare anch’io qualche dubbio, proponendo naturalmente anche una soluzione (mai lamentarsi se non si ha qualcosa di meglio da proporre!).

Mi concentrerò in questo post su come vengano spesi i soldi per l’acquisto di software commerciale da parte della PA, suggerendo delle ipotesi per impiegare meglio almeno parte di tali fondi.

Una stima della spesa per il SW da parte della PA

Prendiamo il tema degli acquisiti di software commerciale da parte della Pubblica Amministrazione, dove la parte dei leoni la fanno sempre i soliti grandi nomi (Microsoft, Oracle, VMware, Adobe, etc.)

Escludo quindi qualsiasi software ‘custom’ sviluppato ad hoc per la PA, nonché qualsiasi servizio di assistenza, configurazione, etc.

Al paragrafo 3.2.3 (La spesa ICT per macrovoci hardware e software, pag. 32) della relazione di AgID sulla spesa ICT nella PA italiana, possiamo osservare che la spesa effettiva dal 2016 in poi, e previsionale per il 2019, è sempre stata superiore ai 700 milioni di Euro (addirittura 850 nel 2018).

Stiamo parlando di circa 12 Euro per cittadino italiano (inclusi infanti e pensionati) e di circa 64 Euro per ogni contribuente (escludendo quindi infanti, pensionati, persone con reddito minimo non soggetto a tassazione, disoccupati, etc.).

Dove vanno a finire tutti questi soldi? nella maggioranza dei casi, negli Stati Uniti.

È davvero necessario esportare tutti questi capitali, impoverendo lo Stato ed i contribuenti?

A cosa serve tutto questo SW?

Intanto chiediamoci a cosa serve tutto questo software di cui acquistiamo licenze d’uso.

In generale, possiamo suddividere tutto questo software in tre categorie principali:

  • software ‘server side’, ovverosia sistemi di virtualizzazione (VMware, …), sistemi operativi server (Microsoft, e parzialmente RedHat, ora IBM), e motori di database (Oracle, Sybase, …);
  • sistemi operativi lato client (Microsoft);
  • software di office automation e programmi di utilità (Office, Skype, Teams della Microsoft, Acrobat Pro della Adobe, etc.)

È importante anche chiederci cosa effettivamente acquistiamo: si tratta di licenze d’uso, e non della proprietà dei prodotti: acquistiamo quindi la sola possibilità di utilizzare un prodotto, sottostando alle condizioni commerciali imposte dai fornitori.

 

Una stima della spesa per il SW da Parte della PA

Ho provato a cercare il numero di dipendenti pubblici in Italia, ed ho trovato varie stime, più o meno aggiornate, ma il numero supera sempre i 3.000.000 di persone.

Non so se quella che vado a fare sia una stima corretta, ma nell’era dell’informatizzazione ipotizzerò che circa 1.000.000 utilizzi un computer per svolgere almeno parte delle proprie attività; tenendo conto dei numeri dei ministeri, oltre a quelli delle regioni e dei comuni, credo che la stima possa essere considerata ragionevole.

Naturalmente non dispongo dei numeri effettivamente contrattati dalla PA, ma sono stime ragionevoli quelle di 84$/anno per Windows 10 Enterprise (volume licensing), mentre al dettaglio Office 2019 Professional viene 440$: farò una stima di 116$/anno con una licenza analoga a quella di Windows (tanto per fare una cifra tonda di 200$/anno).

Il tutto senza contare che molto spesso i computer vengono acquistati già dotati di una licenza Microsoft, a cui occorre aggiungere quella ministeriale acquistata nei contratti quadro tra PA e fornitore

L’importo non è esatto, ma certamente non si discosta molto dalla realtà; in ogni caso, se così fosse, 1.000.000 PC x 200$ / anno = 200 milioni di dollari all’anno per Microsoft.

Se ad ogni utente viene dato un PC con Windows ed Office, ed ipotizzando che CONSIP sia riuscita ad ottenere mediamente dei prezzi di mercato, una postazione di lavoro viene a costare, come software di base, circa 200$/anno – si vadano i conti precedenti.

Non entro nel merito dell’hardware, che purtroppo in alcuni contesti non viene aggiornato in relazione alle esigenze degli utenti, ma troppo spesso viene sostituito troppo presto nonostante la possibilità di funzionare egregiamente ancora per anni.

Le licenze server di Microsoft vengono al dettaglio circa 1.000$ / processore – ipotizziamo che per la PA vengano soltanto 600$/processore, che ripartite su un periodo di 3 anni fanno 200$/anno/processore.

Quanti server e quanti microprocessori avrà la PA? Ipotizziamo (e sto facendo l’ottimista) 10.000 server e 2 core ciascuno, per un totale di 20.000 core, e quindi 20.000 core x 200$/core/anno = 4.000.000$/anno.

Veniamo ora alla virtualizzazione: quante saranno le istanze di virtualizzazione attive in Italia? Al momento non sono riuscito a reperire (e penso che sia impossibile) un numero certo.

Utilizzerò come stima il valore di una istanza ogni 10 server, che dovrebbe ottimisticamente mediare tra le installazioni con un più elevato livello di consolidamento dei server e quelli ancora non virtualizzati (senza contare tutte le installazioni di disaster recovery, che di fatto raddoppiano il numero di istanze e quindi di licenze).

La licenza per un’istanza con il servizio di assistenza e supporto per tre anni viene circa 3.000€/anno, per un totale di circa 10.000 server / 10 x 3.000€/anno = 3.000.000€/anno.

E poi ci sono Oracle, RedHat ed altri software server side di produzione, con i relativi contratti di assistenza e supporto business.

Per Oracle, ipotizzando anche soltanto 1.000 installazioni in tutta Italia (in generale su sistemi con un discreto numero di processori), ipotizzando anche soltanto 10.000$/processore/anno e 4 processori/server, troviamo 1.000 x 4 x 10.000$/anno = 40.000.000$/anno.

Ed in quanto sopra riportato non sono stati conteggiati tutti i pacchetti e moduli software aggiuntivi per l’amministrazione, il monitoraggio, l’integrazione, l’alta affidabilità, etc. etc. etc.

Come potete vedere, facendo dei conti assolutamente conservativi, emergono rapidamente le centinaia di milioni di Euro all’anno, che regolarmente vengono trasferiti negli States.

Tutto questo software commerciale è realmente indispensabile?

Chiediamoci ora se realmente tutto il software di cui acquistiamo la licenza d’uso sia indispensabile, o se possa essere sostituito da altro più economico.

Per la parte server, esistono due tipi di sistemi: quelli cosiddetti ‘di produzione‘, e quelli di sviluppo, di test, o dedicato ad applicazioni non critiche.

Per la parte client (ovverosia il computer, fisso o portatile) assegnato agli utenti, occorre chiedersi quali siano le attività che vengono principalmente svolte dagli utenti, che sostanzialmente sono:

  • consultazione della posta elettronica;
  • navigazione su Internet mediante un browser;
  • condivisione di file tra utenti;
  • office automation (redazione di documenti, gestione dati mediante fogli elettronici, e qualche presentazione …)
  • comunicazioni e videoconferenze (questo è vero soprattutto da quando si è iniziato a fare smart working in seguito alla pandemia di Codiv-19).

Naturalmente gli usi sopra descritti sono riferibili soltanto alla grande maggioranza di utenti, e non a quelli che svolgono attività particolari).

È importante ora fare una considerazione: il pianeta (inteso come infrastrutture e servizi informatici) funziona sostanzialmente utilizzando software libero (libero nel senso di open source, e non di gratuito): il fatto che un software sia libero non esclude che si possano pagare servizi di assistenza e supporto:

Perché questa considerazione?

Perché la stragrande maggioranza delle esigenze delle aziende e degli utenti possono essere soddisfatte con software libero, sia lato server che lato client.

Ciò che conta, in un ambiente di produzione, non è il ‘possesso’ di un prodotto (o almeno del diritto di utilizzarlo), ma un servizio di supporto che supporti il cliente nella risoluzione dei problemi che si presentano (e naturalmente di una consulenza per progettare e far evolvere i propri sistemi informativi).

Se leggete le condizioni di licenza dei diversi prodotti commerciali citati, noterete che sono previsti due tipi di importi da pagare: uno (obbligatorio) per acquisire il diritto di utilizzare il prodotto (alle condizioni imposte dal produttore), e l’altro (facoltativo) per avere il diritto di chiamare qualcuno chiedendo aiuto se qualcosa va storto …

Ecco, il software libero vi libera dalla prima voce, lasciandovi naturalmente la libertà di decidere se pagare un servizio di supporto o no per le applicazioni che ritenete più critiche.

Un aspetto interessante è che mentre nel caso di software proprietario, sia il costo della licenza che quello per i contratti di supporto vanno al produttore, nel caso di software libero avete (appunto!) la libertà di rivolgervi a chiunque riteniate sufficientemente qualificato per gestire i vostri potenziali problemi.

Un altro aspetto, fondamentale, che differenzia il software libero da quello proprietario, è la sua apertura: non è possibile trovarsi in situazioni di ‘lock-in’, ovverosia di essere costretti a mantenere un prodotto o un fornitore, perché le modalità in cui il produttore ha implementato alcune funzioni rende il prodotto incompatibile o non interoperabile con altri prodotti, liberi o di altre parti (limitando persino la possibilità di sviluppare in house del software di adattamento).

E concludo questo paragrafo sintetizzando il fatto che non è indispensabile utilizzare software proprietario: naturalmente esistono prodotti commerciali che sono migliori di prodotti liberi (così come è vero il contrario!); per applicazioni specifiche, in cui si ritiene che un prodotto commerciale sia più appropriato, è corretto selezionarlo ed utilizzarlo.

Ma ciò non è vero nella stragrande maggioranza dei casi.

Sicurezza nazionale

A parte ogni considerazione sugli aspetti economici, è da considerare anche l’aspetto della sicurezza nazionale; infatti come può lo Stato essere certo che non vi siano backdoor all’interno del software acquistato (anzi: licenziato) e che non vi siano meccanismi che possono consentire a ‘qualcuno’ di bloccare il funzionamento del software?

Di fatto il solo meccanismo dell’attivazione del software è un meccanismo simile: se il software non viene riconosciuto come valido dalla casa produttrice (o da un suo sistema installato nelle reti aziendali), il software smette di funzionare.

E c’è di peggio: l’utilizzo sconsiderato che si è recentemente iniziato a fare in occasione dello smart working di tecnologie quali Skype, Teams, WebEx, GSuite, Google Drive, OneDrive, (Dropbox?), ha di fatto messo in mano ad aziende private statunitensi una quantità smodata di documenti e conversazioni riservate ad ogni livello istituzionale.

C’è qualcuno che ha fatto un’analisi dei rischi? Ritengo di no, altrimenti si sarebbero prese altre strade da molto tempo.

Adozione del software libero nella PA

Con il CAD, la PA si è imposta delle regole finalizzare a razionalizzare la spesa e ridurre gli sprechi (e, perché no? anche l’impoverimento dello Stato con esportazione continua di capitali all’estero), imponendo la predilezione del software libero, a meno di motivatissime e documentate ragioni.

Ulteriore aspetto fondamentale è che la PA si è imposta l’obbligo dell’adozione di standard aperti, che garantiscono l’interoperabilità tra piattaforme di qualsiasi tipo: ciò di fatto esclude ogni software proprietario che implementa funzioni, o formati di dati, o protocolli, non interoperabili con le omologhe implementate mediante standard aperti.

Quanto sopra porta al fatto che la PA deve utilizzare soltanto software libero, a meno di specifiche e giustificate ragioni, e che qualsiasi software sviluppato per la PA deve conformarsi soltanto a standard aperti (per i formati dei dati, dei file, per i protocolli di comunicazione, etc.), e deve essere rilasciato sotto licenza libera.

Limiti e problemi nell’adozione del software libero nella PA

Quanto esposto al punto precedente è un ideale (speriamo che non sia un’utopia).

Cosa limita la PA nel rispetto del CAD che essa stessa si è data?

Le ragioni sono tante, e non penso di riuscire ad identificarle tutte in questo post; tuttavia, tra le tante, vediamo:

  • mancanza di informazione: se ogni dipendente statale venisse informato sul costo del software che pretende di utilizzare al posto di quello libero, e di quanto soldi ogni anno gli vengono trattenuti sullo stipendio per le tasse, probabilmente accetterebbe più favorevolmente l’evoluzione;
  • disinformazione diffusa: troppo spesso gira la voce che il software libero non è all’altezza di quello libero, ma se gli utenti sapessero che i propri smartphone utilizzano software libero, così come FaceBook, Google ed il proprio router Internet di casa, probabilmente proverebbero a considerare la cosa con maggior obiettività;
  • direttori e dirigenti non sufficientemente competenti, responsabili e motivati, che spesso vedono in queste attività soltanto la fatica immediata, le seccature derivanti nel breve termine, e qualche responsabilità da assumersi con scelte a volte non comode;
  • mancanza di adeguate competenze di committenti e responsabili di sistema, e dell’eventuale supporto specialistico, senza le quali non è possibile preparare adeguati capitolati e specifiche di collaudo;
  • … e (perché no?) potenziali interessi (visti i numeri in gioco) che esulano da quelli dello Stato (come si dice, a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca …).

Cosa si può (e lo Stato dovrebbe) fare …

Premetto che so che lo Stato ha tempi lunghi, ed il CAD lo dimostra: è del 2005, ma a distanza di 15 anni ancora il software e le comunicazioni sono in mano agli Stati Uniti (si colga ora l’occasione per rileggere il paragrafo sulla sicurezza nazionale …).

Cosa si potrebbe fare? occorre agire almeno sui seguenti fronti:

  • tecnico / legale: predisporre specifici allegati standard, sia tecnici che legali, che devono essere acclusi ad ogni bando di gara per forniture software, chiarendo quali sono gli standard (aperti!) adottati dalla PA e quali sono le modalità standard per l’interoperazione e collaborazione tra sistemi; tali documenti devono definire anche in modo chiaro e formale come devono essere predisposte le specifiche di collaudo ed accettazione, in modo da evitare situazioni in cui la PA è costretta ad accettare delle forniture inadeguate perché i requisiti progettuali sono stati prodotti da persone non competenti o senza cognizione della destinazione d’uso del prodotto da realizzare;
  • formazione delle stazioni appaltanti: è indispensabile formare e fornire gli strumenti alle stazioni appaltanti per verificare la conformità normativa delle richieste di acquisto per software commerciale e per lo sviluppo di software applicativo per la PA;
    per il primo, deve esistere la necessaria analisi prevista dal CAD, sottoscritta da una persona competente e responsabile per il progetto da realizzare, e
    per il secondo, occorre accludere ai bandi gli allegati standard di cui sopra per tutte le commesse di sviluppo software, in cui sia chiarito che qualunque prodotto che non si conformi a standard aperti, e che non si conformi alle architetture ed ai requisiti standard definite dalla PA non potrà essere collaudato né accettato;
  • client: questa è la nota dolente: l’utente finale è estremamente refrattario ai cambiamenti; tuttavia piattaforme client non standard lasciano aperta la strada ai fornitori per lo sviluppo e la fornitura di sistemi che mantengono il lock-in del cliente; occorre pertanto fare un censimento incrociato delle applicazioni utilizzate e degli utenti che le utilizzano (non tutti usano tutto), ed iniziare a riconfigurare tutte le postazioni che non hanno requisiti particolari con postazioni basate interamente su software libero;
    mano a mano che si procede emergono le applicazioni non standard, per cui la PA dovrà appaltare l’adeguamento), ed il cosiddetto shadow software, ovverosia tutti quei programmi sviluppati autonomamente dagli utenti e dagli Uffici, in mancanza di strumenti previsti e realizzati dall’Amministrazione; per tutti questi occorrerà procedere all’adattamento a software libero (e meglio ancora all’assimilazione del software trasversalmente più utile a livello nazionale), e quindi al conseguente aggiornamento a software libero dei computer degli utenti;
  • server: pur essendo vero che per alcune applicazioni possono essere necessari prodotti commerciali specifici, ciò non è necessariamente vero per tutte le applicazioni e per tutti i contesti; molte volte viene utilizzato software proprietari (e molto costoso) dove in realtà non vengono utilizzate funzionalità specifiche, ma soltanto quelle standard (penso ad esempio al file management, o al linguaggio SQL per i database); inoltre anche per gli ambienti di sviluppo e prova è spesso possibile utilizzare software libero (penso ad esempio agli ambienti di virtualizzazione, ai sistemi operativi ed ai database).
    Esistono inoltre piattaforme di amministrazione e gestione (software libero) che consentono di amministrare e gestire in modo uniforme ambienti e piattaforme liberi e non, così da non richiedere la duplicazione di know-how, competenze e persone per la gestione dei sistemi.
  • middleware: software legacy, datato, non conforme agli standard e che presuppone l’esistenza di software non standard lato server o, peggio, lato client, deve essere rapidissimamente aggiornato o sostituito, in quanto è un anello chiave nella catena che tiene legato il cliente ai produttori di software proprietario;
  • educazione: praticamente in tutte le scuole i docenti utilizzano software proprietario (si legga, Windows e MS Office), privando gli allievi della necessaria informazione per scegliere liberamente, e costringendo i genitori a spendere soldi per acquistare qualcosa che non è necessario (e di questi tempi i soldi non piovono dal cielo …); se poi una famiglia ha più figli, le licenze per il sistema operativo e per la suite di office automation si moltiplicano ….
    I genitori stessi non sanno di avere una scelta: lo Stato deve fare informazione.
  • divulgazione: lo Stato dovrebbe provvedere all’informazione e all’educazione dei cittadini; un semplice spot della Pubblicità Progresso, anche trasmesso non frequentemente, potrebbe iniziare a far girare la voce che esistono delle alternative …

Approccio economico

L’obiettivo di questo mio post non è quello di portare a tagli sconsiderati e ad un risparmio selvaggio: in medio stat virtus, diceva Aristotele (ovviamente lo diceva in greco antico) …

Ritengo che un buon obiettivo potrebbe essere quello di mantenere una spesa di 200 milioni per il software critico o per cui non vi è un’adeguata alternativa libera (e questo include principalmente il software server side).

Dei restanti circa 500 milioni, se ne potrebbero dedicare inizialmente 200 per l’adeguamento e la normalizzazione di tutti gli applicativi non conformi al CAD, ed i 300 rimanenti potrebbero essere ripartiti con un piccolo risparmio per lo Stato (100) ed un investimento (200) in formazione del personale della PA e per la creazione di posti di lavoro per un nuovo ecosistema di persone ed aziende italiane specializzate nel supporto al software libero ed al supporto agli applicativi della PA.

A tendere (nell’arco di 3-4 anni) su può puntare ai soliti 200 milioni per software critico, 250 di risparmi per lo Stato, e 250 di investimenti nell’ecosistema del software libero e delle aziende specializzate nel supporto ed evoluzione dello stesso.

Nel suo piccolo, quest’idea porterebbe ad un risparmi di 1 miliardo di Euro ogni quattro anni, e ad un investimento analogo nella creazione di posti di lavoro.

Conclusioni

L’Italia soffre oggi di un retaggio derivante dal periodo delle ‘vacche grasse’ del boom economico, della lottizzazione politica e degli interessi particolari posti sopra a quelli dello Stato.

L’inerzia delle Istituzioni, la mancanza di competenze e la deresponsabilizzazione ad ogni livello (ed attualmente anche la pandemia Covid-19) hanno portato l’Italia ad accumulare un debito spaventoso.

Non esiste una soluzione unica che possa risolvere questo problema, ma anche un rapido intervento sul risparmio sul software potrebbe portare lo Stato a ridurre il continuo impoverimento dei cittadini mediante esportazione dei capitali, riducendo al contempo le spese, ed investendo almeno parte delle risorse recuperate nella creazione di posti di lavoro.

Riferimenti

 

Un pensiero su un pensiero sul Linux Day venerdì 16 novembre 2012

Posted by andy in FLOSS, Internet e società.
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Il 27 Ottobre si è tenuto il LinuxDay 2012.

Uno degli obiettivi dell’evento è da sempre quello di diffondere la conoscenza su Linux, ed in senso più ampio, del software libero.

Ho tuttavia letto commenti di partecipanti (persone assai specializzate, dette anche geek, guru, o altro) piuttosto deluse, e non dalla qualità, o tecnicità, o professionalità delle sessioni e dei contenuti, quanto dal fatto che sono stati troppo orientati agli specialisti del settore, e troppo poco agli utenti finali.

La lamentela riguarda il fatto che orientando i contenuti ad una elite, si perdono di vista gli utenti comuni, ed un ultima analisi, si tradisce l’obiettivo dell’evento.

Ecco qualche mia idea per l’evento dell’anno prossimo:

Primo: finalmente la legge impone a tutte le PA l’utilizzo OBBLIGATORIO di software libero, a meno di giustificatissimi e motivatissime esigenze; perché non pensare a qualche sessione dedicata a presentare l’utilizzo del software libero in un normale contesto lavorativo per la PA? Pensate alla scuola, agli uffici, etc.

Ovviamente senza tecnicismi: semplicemente dimostrare operativamente ai partecipanti l’utilizzo quotidiano di sistemi liberi per fare quelle che sono il 99% delle attività quotidiane: autenticazione dell’utente, navigazione, e-mail, ascoltare musica, consultare documenti, word processing, gestire fogli di calcolo, etc.
Giusto per dimostrare come si possa familiarizzare in poco tempo con un sistema che consente di fare ciò che si fà quotidianamente, ma senza pesare sulle tasche di tutti i cittadini con costi di licenze e contratti di assistenza ed upgrade obbligatori.

Secondo: presentare (al fine di promuovere) le certificazioni specifiche del mondo FLOSS, e l’ecosistema di persone ed aziende che in questo know how credono ed investono.
Lo scopo è sia quello di far capire che non si è soli se si decide di intraprendere questo percorso (e lo si DEVE intraprendere, per legge), sia di dare visibilità al mondo dei professionisti e delle aziende che possono dare supporto qualificato.

Terzo, dedicato ai ‘tecnici’ del settore, ovverosia a quelle persone che, volenti o nolenti, si trovano costrette ad implementare ed a gestire infrastrutture ICT, ed al loro management.
È fondamentale far capire che FLOSS non significa budget = 0; i costi di implementazione e di conduzione delle infrastrutture rimangono; ciò su cui si risparmia sono i costi di licenza (moltiplicati per una base di utenti spesso molto vasta), e sui costi di upgrade obbligatorio (e spesso di rinnovo forzato dell’hardware, a causa dei requisiti sempre più elevati delle nuove release del software.
Mi sento di raccomandare un intervento dedicato alla valutazione della spesa ricorrente in licenze software, sia a livello di singola struttura che a livelo nazionale, in modo da dare dei numeri concreti sia a chi ogni giorno diventa matto a far quadrare il bilancio, sia ad ogni cittadino, che può farsi un’idea di quante delle proprie tasse vengono girate ad aziende (principalmente straniere) per la prigrizia individuale di non voler provare qualcosa di nuovo.

Quarto: forse vale la pena dedicare un po’ di tempo all’analisi delle tipiche applicazioni che vengono realizzate nella PA per aumentare la produttività, e le implicazioni legate all’utilizzo di linguaggi, ambienti e piattaforme proprietarie, rispetto ai corrispondenti liberi.

In conclusione, è mia idea che al fine di promuovere l’adozione del software libero presso l’utente comune, è fondamentale lasciare i panni dello specialista, guru, smanettore, geek, etc. etc. etc., per indossare quelli dell’utente che dovrà, attivamente o passivamente, adeguarsi ad un mondo di software sempre più libero.

È possibile oggi avere un’azienda completamente “open source”? giovedì 2 dicembre 2010

Posted by andy in Internet e società.
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In molti oggi si chiedono se oggi sia possibile che un’azienda si poggi completamente su software open source per gestire il proprio business. Con business intendo produttivo o di servizi non informatici.
Occorrenaturalmente premettere che ‘open source’ (o meglio FLOSS), non implica il concetto di gratuità, né il concetto del ragazzino smanettone che sviluppa la notte chiuso in un garage.

Sono conscio che oggi al massimo ci sono pezzi di open source qua e là, ma nessuna azienda è completamente basata su software libero (almeno per quanto è di mia conoscenza).

Tuttavia è vero che tutte le esigenze trasfersali sono ormaicoperte da software libero.

Cosa limita allora l’adozione del software libero nelle realtà produttive?

Manca sicuramente un fattore culturale che chiarisca alle persone che i soldi possono essere spesi in vari modi:

  • il modello tradizionale (software proprietario) obbliga a ‘scucire’ periodicamente dei denari per fare l’upgrade del software; tale upgrade non cambia sostanzialmente le cose in azienda; è una specie di tassa periodica da pagare; oltre a questo occorre comunque pagare i costi di assistenza, conduzione ed integrazione; in aggiunta, si è legati al produttore del software (lock-in) per cui questo può fare i prezzi che vule, non esistendo concorrenza;
  • il modello basato su software libero non taglia ovviamente i costi di conduzione ed integrazione, ma elimina i costi di licenza ed upgrade, e lascia libertà sulla scelta di come gestire i costi di assistenza ed integrazione, sia gestendoli ‘in house’, sia appaltandoli all’esterno all’azienda (o anche più aziende) preferite e/o più economiche.

Mancano, a mio avviso, due cose:

  1. un fattore culturale delle aziende che accettino il nuovo modello di business per cui può convenire pagare lo sviluppo di un modulo (o la correzione di un bug) – cosa che va a beneficio di tutti, e quindi anche dei concorrenti, ricevendo tuttavia il corrispondente beneficio dagli altri; (ovviamente il sostenere uno sviluppo si può realizzare anche pagando solo una quota: quando lo sviuppatore trova un budget adeguato a coprire i costi, procede con la realizzazione);
  2. una (o più) società che forniscano la soluzione completa: ad oggi troviamo quelli specializzati nel gestionale, quelli che si occupano del sito web, etc.;  sostanzialmente manca l’office in a box, con un unico referente per tutto.

FLOSS e investimenti nello sviluppo … nella PA e nelle grandi aziende mercoledì 30 dicembre 2009

Posted by andy in Internet e società.
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Dal 2005 ad oggi, Vienna, così come Monaco di Baviera, ha installato Linux e altri software a codice aperto su oltre 10mila PC attivi presso uffici comunali ed enti pubblici.

Dopo un recente riesame di questa importante esperienza si osserva tuttavia che la municipalità non se la sente di bandire definitivamente il software proprietario dai propri uffici.

E con questa notizia si è aperto l’ennesimo scontro tra i sostenitori del software libero e di quello proprietario, ed entrambi i gruppi stanno sbagliando, facendo una guerra di religione, invece che andando ad apprezzare i vantaggi dell’uno e dell’altro.

Una delle lamentele riguarda il fatto che occorre per forza comperare ed installare Windows in quanto il software adottato dalla PA gira soltanto su tale sistema operativo.

… e investire nello sviluppo delle applicazioni attualmente disponibili soltanto per Windows?

La gente tende a dimenticare che il sistema operativo (Windows, Linux, OSX, e chi più ne ha, più ne metta …) è soltanto una ‘propaggine’ dell’hardware destinata a consentire l’interazione tra l’utente e l’hardware stesso.

Pur riconoscendo che possono esistere contesti in cui il sistema operativo fà la differenza, questo vale soltanto per applicazioni molto particolari.
Nella realtà comune, e specificamente in quella della P.A., il computer viene sostanzialmente utilizzato soltanto per accedere ad Internet (posta, browser, …) e per fare office automation (documenti, fogli elettronici, più raramente presentazioni …).

Soprattutto per le applicazioni trasversali (gestionali, etc.) che sono condivisi ed utilizzati da più realtà (software di gestione del Comune, del Catasto, dell’anagrafe, etc. …) se tutti gli enti utilizzatori destinassero il budget che sono costretti a spendere per continuare a coperare sistemi operativi proprietari nel finanziare la migrazione delle applicazioni verso contesti aperti, avrebbero una prospettiva di risparmio nel medio e lungo termine veramente notevole.

Inoltre, tali denari costituirebbero un incentivo all’innovazione ed allo sviluppo delle aziende locali, invece che tradursi nell’ennesima esportazione di capitali nazionali ed europei verso le casse statunitensi …

Adottare il FLOSS nella PA e nelle grandi aziende mercoledì 30 dicembre 2009

Posted by andy in Internet e società, Miglioramento.
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La lotta tra il software libero e quello proprietario si fonda ancora oggi su pregiudizi che sono controproducenti sia al primo che al secondo.
Le guerre di religione fanno perdere di vista l’obiettivo, rinunciando ai benefici dell’uno e dell’altro.

Senza la presunzione di voler essere esaustivo, considero in questo articolo un particolare aspetto relativo all’adozione o meno di software libero (FLOSS) nelle grandi realtà (P.A. e grandi aziende).

Non che le considerazioni non si applichino a realtà più piccole, ma i numeri sono meno importanti e quindi meno significativi ai fini del ragionamento che intendo presentare.

Le ragioni con cui si tende a sostenere l’acquisto di software proprietario sono molte, ma in generale non sono oggettivamente correlate ad una reale valutazione dell’effettiva necessità.

Non metto in dubbio che Office della MS sia più evoluto, etc. etc. etc., ma il 99% degli utenti non utilizza il 99% delle funzioni non disponibili in prodotti liberi.

In pratica chi è responsabile dei sistemi dovrebbe iniziare a ragionare ed a chiedersi quali utenti e quali servizi aziendali realmente necessitino di un software più evoluto (suite di office, di CAD, etc.) tali da richiedere un software specifico.

In questo modo risulterebbe possibile concentrare gli investimenti là dove servono, invece che sprecarli a pioggia su tutti gli utenti indistintamente.

Dal punto di vista commerciale questo approccio avrebbe un ulteriore vantaggio, in quanto si premierebbe la Qualità del software proprietario, che potrebbe essere venduto a cifre superiori (anche molto) per unità.

Tanto per fare un esempio concreto, in una grande azienda si può dare OpenOffice a tutte le segreterie, ma dare prodotti commerciali evoluti ai grafici, all’editoria, etc. predisponendo workstation ben carrozzate, invece che essere costretti a comperare dei super-computer anche alla segretaria che più che scrivere lettere e leggere le e-mail non fà, soltanto perché il sistema operativo vuole hardware dell’ultima generazione e disco e RAM da fantascienza soltanto per farci gli effetti (sceno)grafici.

In questo modo non ci si trova poi a dover piangere miseria quando un grafico si lamenta dell’esiguità della memoria e della CPU del proprio PC.

E giusto per fare contenti i top manager (vedi anche legge sul copyright e 231/2001) si avrebbero un mare di preoccupazioni in meno per la continua necessità di censire le licenze del software installato, per scoprire che, chissà come, ce n’è sempre qualcuna non autorizzata …

A compendio di quanto detto sopra, osservo come la gente tenda a dimenticare che il sistema operativo (Windows, Linux, OSX, e chi più ne ha, più ne metta …) è soltanto una ‘propaggine’ dell’hardware destinata a consentire l’interazione tra l’utente e l’hardware stesso.

Un grave errore che viene oggi fatto (un po’ per ignoranza e un po’ per l’indisponibilità di alcuni importanti prodotti su piattaforme libere) è di condizionare la scelta del sistema operativo al software che si vuole utilizzare, o peggio, pensare che S.O. e software siano due entità inscindibili.

The Open Source as a new business opportunity giovedì 28 maggio 2009

Posted by andy in airport ICT technology, Etica, Internet e società, Progetti.
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I’ve been describing in a forum an opportunity to design competitive open source information systems for airports and airlines, and someone replied that, being basically a nice idea, it has a ‘but’.

He confirms to me that the old business model supporters have real difficulties in facing the market with this new approach.

It seems strange, because there is a number of flourishing open source companies in the  world, making business, earning money, and offering interesting products and services.

And here is my ‘but’.
I strongly believe that the open source approach is the future for the software (and not only; the same for CC licenses, etc.).
It is just that the business model that is different from the traditional ones.
As an example, just check for ReddHat, MySQL, etc.

In the past all the companies focused their business on the large customers, those with money to spend.
But such customers are not many, and now also they have to face a different market, low cost airlines, the worldwide crisis, etc.

In addition, I always tried to develop innovative projects, for my satisfaction and my pockets,but not only that.
I think we can develop such things doing something good and useful for the markets that don’t have great opportunities.

I believe that money flies, and if you want to create business opportunities somewhere, you need an aircraft flying there.
Not many people likes to spend more than few hours of travel to make business.

The open approach creates opportunities.
Added value software modules and services are the revenue-making opportunity.

I have a long experience in designing innovative airport information systems around the wolrd, and I have a number of ideas that can be useful to the market, but that cannot easily be ‘digested’ by traditional and conservative business.