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Ancora obblighi di legge … giovedì 29 novembre 2012

Posted by andy in Uncategorized.
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Parte il countdown per la chiusura del censimento ISTAT delle istituzioni pubbliche, fissata al 20 dicembre. Entro questa data tutte le istituzioni pubbliche – 13mila tra enti e amministrazioni e  circa 15mila istituti scolastici – sono chiamate a compilare il questionario esclusivamente on line.

In Italia abbiamo sempre questo approccio normativo e coercitivo.
Anche per il censimento delle istituzioni pubbliche occorre una legge, con dispendio di risorse per pensarla, formalizzarla, ratificarla ed attuarla.
Centinaia di persone saranno coinvolte in questo sforzo.

Ritengo sarebbe più proficuo iniziare a pensare in un modo diverso; ad esempio, in questo caso sarebbe stato più semplice predisporre il questionario per il censimento, e quindi pubblicizzare, sia attraverso circolari interne, sia attraverso informazione pubblica, che gli enti che non restituiscono il questionario debitamente compilato entro la data del termine perderanno qualsiasi diritto al proprio riconoscimento, a fondi e finanziamenti, ed al posto di lavoro per tutti i lavoratori e collaboratori.

In sostanza, occorre trasformare quello che viene visto come un ulteriore adempimento burocratico in una necessità ed in un’opportunità per la sopravvivenza.

È ora di finirla di aspettarsi che lo ‘Stato’ debba fare al posto nostro: lo Stato siamo noi, cittadini, lavoratori della PA, dirigenti … e tutti dobbiamo imparare a rimboccarci le maniche e a dare una mano, soprattutto ora che la situazione è critica per tutti.

A parere mio occorre quindi modificare l’approccio in quello del ‘do ut des’: ti chiedo uno sforzo, ma in cambio ti offro un vantaggio.

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La P.A. ed i finanziamenti per l’Open Source mercoledì 3 dicembre 2008

Posted by andy in Internet e società, Miglioramento, pensieri.
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Leggo che la Regione Lazio stanzierà 4 milioni di Euro a favore di progetti a codice aperto, e che gran parte di tali denari saranno destinati ai progetti di innovazione tecnologica dalla Regione, e saranno utilizzati per investire sul software libero e sulla migrazione da piattaforme proprietarie a piattaforme open.

In pratica è probabile che si spendano quasi tutto per sostituire fileserver e webserver Microsoft con Linux e Apache; ho invece seri dubbi su quanto verrà realmente sviluppato ex-novo sotto licenza libera.

Io sono pro software open, ma qui sembra tanto che si stia cavalcando una moda, tanto per dare l’idea di essere all’avanguardia.

I nostri amministratori pubblici evidentemente non hanno ancora capito che open non significa necessariamente più economico, soprattutto se tutti ri-sviluppano da zero le medesime funzionalità.

Manca una visione ed un coordinamento nazionale.
Tutti gli uffici, tutte le regioni, le provincie, i comuni, hanno le medesime esigenze, che sono legate ai servizi che devono erogare ai cittadini.

Eppure tutti stanziano fondi non per sviluppare una nuova funzionalità per tutta la nazione ad integrazione di servizi già pensati, ma per risvilupparsi in casa le medesime funzionalità già sviluppate da altri.

E qui il CNIPA ha una sostanziale responsabilità, e forse varrebbe la pena che provasse ad ascoltare un po’ di più i suggerimenti di chi questi problemi li ha già vissuti e li affronta ogni giorno.

Aggiungo: si parla di 4 milioni di Euro. Sembrano tanti.
Qualcuno può gentilmente indicare quanto viene invece speso per lo sviluppo di software closed source?
Non mi stupirei se ci fosse un rapporto 1:100 …

Il FOSS nella P.A. giovedì 16 ottobre 2008

Posted by andy in Internet e società, Miglioramento.
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Caspita!

… sto a ffà l’ammericano!

Ma non è mio uso parlare per sigle, ma quanno ce vò, ce vò.

Faccio riferimento ad una notizia che ho letto oggi, sull’impegno della regione Sardegna all’adozione ed all’utilizzo di software libero.

La notizia in sé non mi ha stupito: è una tendenza ormai avviata, e già in passato interi stati hanno adottato strategie di questo genere.

Quello che invece ha attirato la mia attenzione è la varietà di commenti, ed anche di preconcetti, su tale decisione.

Ci sono alcuni che interpretano tale scelta come la decisione dello stato di imporre Linux al popolo.

Altri che hanno paura che non si possa più produrre software per lo stato senza vedersene espropriati.

Altri che ritengono che sia impossibile risparmiare commissionando lo sviluppo di un software invece che comperandolo a rate – pardon, a licenze.

Insomma, nei commenti letto un po’ di tutto.

A parer mio, molti stanno facendo confusione tra software libero e Linux.
Linux è un sistema operativo (di fatto, un kernel) su cui girano miriadi di librerie e programmi che adottano sia licenze libere che non.
Il fatto interessante è che tutto questo software gira, più o meno senza ritocchi, anche su altri sistemi operativi e piattaforme hardware (Windows, Mac, BSD, etc., per non parlare anche di hardware di tipo mobile).

FOSS non significa che qualcuno ha scelto uno ed un solo sistema operativo per noi: significa invece che dà a tutti la libertà di utilizzare il software, eventualmente adattandolo, su qualunque piattaforma ed in qualunque contesto desideri.

Molti web server utilizzano Apache installato su Windows.
Il fatto è che possono utilizzare anche altri sistemi operativi, e se alcune aziende ed organizzazioni scelgono il mondo M$, lo fanno perché nel loro contesto è più pratico fare così.

FOSS significa standard ed interoperabilità: proprio per il fatto che nessuno può sperare di costruire un monopolio con software FOSS, l’unico modo per sperare che un software venga ampiamente utilizzato e diffuso è fare in modo che sia il più possibile interoperabile con l’esistente.

A parer mio occorre dividere il problema in due: software orizzontale e software verticale.

Con software orizzontale intendo sistemi operativi, suite di office automation, browser, client di posta, server di posta, web server, fax server, e tutto quanto può essere considerato uno strumento per la realizzazione dei servizi.

Con software verticale intendo quello realizzato per risolvere i problemi specifici dell’organizzazione.

Ora, a quanto ho sentito, per l’acquisto di licenze software l’anno scorso il nostro stato ha speso circa 500 milioni di Euro; è una cifra che non ho avuto modo di verificare, ma è credibile; non so dirvi se includa anche le realizzazioni di software verticale.

Per quanto riguarda il software orizzontale direi che per l’utilizzo quotidiano del tipico utente della P.A. il software FOSS è assolutamente adeguato; in aggiunta in generale non richiede il frequente onere aggiuntivo della sostituzione dell’hardware, in quanto il software proprietario ha in genere la tendenza a richiedere sempre più risorse.
Aggiungo che il software proprietario ha due limiti fondamentali: il primo è che non è dato conoscerne il livello di sicurezza interno; il secondo è che quando il fornitore decide di rilasciare una nuova versione, l’unica chance per il cliente è di pagare l’upgrade, o di tenersi un software che non sarà più sottoposto a manutenzione correttiva ed evolutiva.

Per quanto concerne il software verticale esiste una situazione di fatto per cui il software realizzato per la P.A., pur essendo teoricamente di proprietà della stessa, in realtà crea dei monopoli produttivi delle società realizzatrici, per cui il teorico vantaggio della disponibilità dei sorgenti viene vanificato dai costi spesso irragionevoli dovuti soprattutto alla manutenzione correttiva ed evolutiva del software stesso.

Resta fermo il fatto che i costi per i servizi di assistenza e manutenzione del software e per la formazione del personale, sia sul software orizzontale che verticale, sono sostanzialmente indipendenti dalla gratuità o meno del software stesso, e che i costi di conduzione e manutenzione dei sistemi sono anch’essi indipendenti dal tipo di licenza che accompagna il software.

In pratica cosa sta succedendo?
Succede che un po’ alla volta si stanno spostando gli investimenti dall’acquisto del diritto ad utilizzare un software all’acquisto della garanzia di poterne avere lo sviluppo e la manutenzione con condizioni di competitività e di mercato.

Personalmente aggiungo (ma questo è un parere puramente personale) che tutto ciò che è comprato con soldi pubblici deve essere pubblico, e cioè pubblicato, accessibile e verificabile da ogni cittadino.
Questo vale per i bandi di gara, per le offerte, per gli indicatori di qualità di ogni servizio, ed anche dei sorgenti del software e della relativa documentazione.

Aggiungo una precisazione: nel mio excursus intendevo riferirmi al software specifico per la P.A., quello che non ha un mercato fuori da quel contesto.
Il software per la gestione dei comuni, o del fascicolo durante il procedimento giudiziario, non hanno valore fuori da quel contesto, e neppure in contesti equivalenti, ma stranieri.

Per quanto riguarda esigenze più generali, per quanto di nicchia, queste hanno comunque un mercato anche fuori dalla P.A.
È evidente, ed è quanto è stato stabilito in Sardegna, che il software proprietario può avere un senso (può soddisfare requisiti che software FOSS non soddisfa), ma tale scelta deve essere motivata.

Ed è ovvio che in generale non ha senso economico per la P.A. commissionare lo sviluppo per un software ex-novo, quanto ne esiste già uno soddisfacente sul mercato.

Vero è anche il fatto che un senso economico potrebbe averlo, e provo a fare un esempio: supponiamo che la P.A. identifichi l’esigenza di un particolare software, ma che questo debba essere installato su un numero notevole di postazioni (sostanzialmente, che il costo del numero di licenze occorrenti sia comparabile con il costo della realizzazione ex-novo); in queste condizioni può valere la pena commissionarne lo sviluppo, sapendo che i successivi costi, soprattutto per la personalizzazione, saranno sicuramente competitivi, e non ci si troverà legati mani e piedi ad un fornitore che può decidere di fare o meno quanto gli si chiede, con i propri tempi e con i propri costi.

La PA e la realizzazione delle sue applicazioni. venerdì 26 settembre 2008

Posted by andy in Internet e società, Miglioramento.
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Oggi l’insieme della applicazioni della PA è un gran pasticcio, perché manca una visione d’insieme.
E con visione d’insieme non parlo di fare un contratto nazionale per la telefonia e le linee dati (OK, ci vuole anche quello), ma di avere un approccio pragmatico nella gestione delle informazioni.

Quante anagrafiche esistono oggi, tra loro indipendenti e non allineate? Tante!
INPS, Fisco, Giustizia, anagrafi locali, Camere di Commercio, PRA, settore militare, servizi segreti,  etc.).
Per non parlare di banche dati parallele che forniscono servizi per la PA.

E che dire delle tecnologie?
Queste non sono state selezionate centralmente, per avere uniformità e poter condividere know how e ridurre costi: molto (troppo) spesso vengono decise dai fornitori che prendono gli appalti per l’informatizzazione, che per interesse privato o per ignoranza rifilano al cliente ciò che più gli fa comodo, spesso infilandosi in tunnel realizzativi incredibili, da cui faticano o non riescono ad uscire – sicuramente non con risultati soddisfacenti per gli utenti dell’Amministrazione né per il cittadino, né tantomeno per le finanze.

E vogliamo aggiungere il fatto che in pratica l’Amministrazione non <i>possiede</i> neppure il codice dei programmi che ha commissionato?
In realtà questo resta nelle mani dei fornitori, che in questo modo creano un monopolio tale da bloccare qualsiasi evoluzione.

Il ragionare dei ministeri e degli uffici come enti autonomi e indipendenti dagli altri, l’incapacità di definire poche ma chiare linee guida che consentano all’Amministrazione di mantenere il controllo su ciò che viene realizzato, e la mancanza di organismi e competenze trasversali creano ridondanza, complessità ed inutili costi aggiuntivi.

A peggiorare la situazione la sostanziale non conoscenza delle tecnologie disponibili porta a stanziare montagne di soldi per l’acquisto di prodotti per cui sono disponibili degli equivalenti gratuiti, distogliendo così i fondi dai punti critici su cui intervenire.

Ciò che non è ancora stato compreso è che il costo di acquisto di un prodotto è in generale ridicolo rispetto al costo per la sua conduzione, manutenzione ed evoluzione, e che a tali costi occorre aggiungere il danno pubblico per i ritardi nell’adeguamento dei servizi in relazione alla mutazione della legislazione.

Occorre pertanto creare un organismo trasversale a tutta la PA che definisca linee guida comuni, e che crei i mattoni fondamentali comuni a tutti gli enti, ed a cui gli enti possano partecipare costruttivamente, sia con le proprie competenze sia con il proprio contributo realizzativo.

Con i soldi che ogni anno vengono spesi in licenze proprietarie l’Amministrazione potrebbe finanziare la realizzazione delle proprie applicazioni, fornendo incentivi agli enti più produttivi.

Opportunità per la riduzione degli sprechi nella PA mercoledì 10 settembre 2008

Posted by andy in Miglioramento.
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Occupandomi di Qualità ed ottimizzazione di processo per un’azienda che opera come fornitrice di servizi ICT per la Pubblica Amministrazione, mi sono messo per curiosità a fare quattro conti sui risparmi che si potrebbero ottenere adottando delle semplici politiche di risparmio energetico presso un edificio della PA di Milano, con alcune migliaia di PC.

Utilizzando parametri pessimistici, è emerso un possibile risparmio per il solo utilizzo di PC che varia dai 500.000 ai 2.500.000 Euro all’anno.

Il valore dei 500.000 Euro corrisponde al caso migliore (quello in cui gli utenti già stanno molto attenti al risparmio energetico), mentre quello dei 2.500.000 corrisponde al caso in cui nessun utente presti attenzione ai propri consumi.

Ritengo più che probabile che sia più che realistico un possibile risparmio di 1.000.000 Euro / anno.

Ora, con tutti questi soldi si potrebbe aggiornare il parco macchine più obsoleto, conseguendo un ulteriore risparmio energetico dovuto all’hardware di nuova generazione.

E fin qui tutto bene.

Ho quindi sottoposto la questione al referente per l’Informatica per tali uffici, che ha apprezzato l’idea, ma che mi ha spiegato perché è sostanzialmente irrealizzabile.

La situazione è infatti la seguente: la bolletta della corrente viene pagata non dall’ente ospitato nel palazzo, ma dal Comune di Milano, che a sua volta gira i costi al Ministero, dal quale viene riconosciuto un rimborso dell’80%.

In pratica, qualunque soluzione venisse adottata per ridurre, anche drasticamente, i costi, non darebbe margini di manovra all’ente ospitato, in quanto l’energia non è una voce del proprio budget.
Qualsiasi proposta al Comune non solleverebbe particolare interesse, in quanto il delta di interesse sarebbe soltanto il 20% sull’effettivo risparmio, ed il Ministero che sostiene i costi non prevede incentivi al risparmio.

In pratica nessuno ha un concreto interesse a diminuire tali costi.

Purtroppo la bolletta della corrente consumata da questo palazzo fa il giro d’Italia, passando di ufficio in ufficio, senza che qualcuno possa trarre qualche beneficio da un eventuale risparmio (cosa che motiverebbe ad intervenire in qualche modo).

E da quanto sopra, alcune idee per incentivare il risparmio:
la PA potrebbe offrire come extra budget ad ogni ente il 50% del risparmio conseguito su ogni voce.
Tale budget potrebbe essere utilizzato in parte (il 5%?) come bonus per i promotori delle soluzioni di risparmio, ed il resto per ulteriori interventi orientati al risparmio energetico, alla sicurezza degli ambienti ed al miglioramento del servizio e delle infrastrutture in generale.

Si pone ovviamente una condizione di responsabilità: i bonus accordati devono essere corrisposti a distanza di qualche anno dal conseguimento del risparmio, in modo che possano essere revocati nel caso in cui le scelte effettuate non siano valide (o addirittura penalizzanti) a breve o lungo termine (è troppo facile tagliare selvaggiamente per incassare gli incentivi, per poi creare situazioni di peggior disservizio).

Tenendo conto della quantità di uffici presenti in Italia, ed estendendo l’approccio ad altri capitoli di spesa, ritengo che i numeri possano diventare molto interessanti.

Redditi della P.A. online: e provare con un approccio intermedio? mercoledì 9 luglio 2008

Posted by andy in Miglioramento.
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Nei giorni scorsi si è fatto un gran parlare dell’Operazione Trasparenza lanciata dal Ministro Brunetta.

Invece che saltare da un eccesso all’altro (da una gestione pubblica totalmente fuori controllo, ad una in cui uno non può più neppure rompersi una gamba sciando senza essere sospettato di assenteismo), si può adottare un approccio intermedio.

L’obiettivo finale non è quello di sapere quanti soldi si mette in tasca Tizio o Caio, e le relative ore effettivamente lavorate; c’è tanta gente nel settore privato che guadagna più dei nostri politici.

Ai fini pubblici interessa sapere che esiste un ruolo (quello di cui è investito Tizio – che so, ad esempio il Direttore dell’Ufficio XXX), e di tale ruolo:
– gli obiettivi assegnati e conseguiti;
– il costo del responsabile;
– il numero di dipendenti ed il relativo costo complessivo;
– il numero di collaboratori esterni ed il relativo costo complessivo;
– il costo delle spese di gestione
– aggiungerei anche, in qualche forma, il numero ed il grado delle relazioni di parentela rispetto a colleghi e collaboratori nella PA.
– e di più, aggiungerei anche il numero di cariche ricoperte ed il numero (non il valore) degli stipendi / emolumenti percepiti.

Qualcuno potrebbe obiettare che in questo modo ci si nasconde dietro ad un dito, in quanto ci vuole poco a scoprire chi ricopra ogni specifico ruolo.

Ma in realtà alla gente non interessa tanto quanto guadagna il ministro tale o talaltro, ma quanto ci costa in relazione a quanto produce.

Ovviamente tali dati devono essere pubblicati in modo che sia possibile e facile per chiunque sia interessato lo scaricarli ed analizzarli autonomamente.

In questo modo diviene possibile confrontare tra loro dirigenti ed uffici più o meno virtuosi.

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Resta ovviamente il fatto che essendo il cittadino socio della società chiamata Stato, deve avere piena possibilità di accedere ad ogni informazione relativa ai conti della propria azienda, soprattutto per il fatto che questa viene finanziata ogni anno con i suoi soldi.

Oneri ed onori: le cariche pubbliche sono (o purtroppo occorre dire dovrebbero essere) un riconoscimento all’integrità ed alle capacità delle persone, che in cambio di tale onore devono accettare l’onere della totale trasparenza sul proprio operato (questo include, tra l’altro, tutte le informazioni che possono evidenziare conflitti di interessi e clientelismi).