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… forse manca una strategia per la formazione a livello nazionale … domenica 2 febbraio 2014

Posted by andy in Information Security, Internet e società, Politica.
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È di pochi giorni fa la notizia che per il ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza “A scuola non serve insegnare il digitale”.
In sostanza, la sua visione del futuro digitale dei giovani è che debbano imparare a muoversi con sicurezza in Rete perché a scuola utilizzeranno il computer per studiare sui nuovi libri digitali.

Il fatto che la sicurezza in Rete sia un problema di tutti i cittadini non risolve il problema di come si potrà educare un’intera popolazione, composta di generazioni con culture informatiche differenti (spesso inesistenti).

Il ministro non fa i conti con il fatto che tra una decina d’anni i ragazzi che oggi stanno finendo le medie già si occuperanno di politica, e che tra una dozzina d’anni saranno già responsabili della sicurezza delle informazioni che gestiranno nell’ambito della Pubblica Amministrazione e di aziende che, tramite l’innovazione, dovranno trainare l’economia del Paese.

Il problema non è tanto l’introruzione di ore specifiche di insegnamento, ma quello dei contenuti da insegnare: l’idea di insegnare l’Etica in Rete all’interno delle ore di Educazione Civica non è sbagliata, ma non può prescindere dalle tecnologie utilizzate (la crittografia, tanto per indicarne una), e non può prescindere dal fornire adeguate competenze ai docenti.

E l’altro aspetto che sembra sfuggire è che, mentre la stampa ha semplicemente accelerato e democratizzato l’accesso all’informazione per tutta la popolazione, oggi è la popolazione che crea e pubblica informazione: si è in sostanza reso bidirezionale (o meglio, multidirezionale) il flusso delle informazioni.

Politici ricattabili, e persone che si faranno ‘sfilare’ da sotto il naso informazioni aziendali riservate non contribuiranno certamente ad una crescita politica ed economica del Paese.

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Tempesta Wikileaks venerdì 3 dicembre 2010

Posted by andy in Information Security, Internet e società.
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La recente pubblicazione di un’altra vagonata di documenti riservati su Wikileaks (attualmente irraggiungibile: probabilmente è in corso un nuovo attacco informatico per renderne inaccessibili i contenuti) ha sollevato considerazioni e contestazioni di mille tipi diversi, tra cui quelle sulla sicurezza delle informazioni, sulla loro protezione, sull’incapacità di proteggerle, etc.

Indipendentemente dai contenuti, credo che qualche semplice considerazione dovrebbe emergere:
1) le parole sono potenti: vano utilizzate con attenzione (parafrasando Edoardo Sanguineti);
2) verba volant, SCRIPTA MANENT;
3) l’informazione, se la tieni per te non è informazione, e se la trasmetti ad altri, non è più tua (e non ne hai più il controllo);
4) per quanto tu faccia per proteggere le informazioni, sia tu sia i sistemi che utilizzi contengono bugs e possono fare errori, ed anche se non lo sai, qualcuno sta già provando a sfruttarli.

In conclusione, è inutile scandalizzarsi per l’opinione negativa che altri hanno di noi, se il messaggio e l’immagine che diamo di noi è tale da darvi adito.
Ritengo che un contributo positivo di Wikileaks sia quello di dare a chi si comporta male il messaggio che non può più nascondersi a lungo: ciò che si fa, se si utilizzano veicoli informatizzati (la Rete, la telefonia, etc.), viene inesorabilmente tracciato, ed altri vi potranno fare accesso, per motivi differenti da quelli che noi auspichiamo.

Un grande ‘Grande Fratello’? Forse.
L’importante è avere la coscienza a posto e non fare nulla di cui possiamo un giorno doverci pentire.

A proposito: sulla veridicità delle informazioni, nessuno mi pare abbia contestato l’autenticità dei documenti. Si può discutere sulla rispondenza alla realtà delle opinioni trasmesse nei messaggi, ma trattandosi di opinioni … in ogni caso non nascono dal nulla.

martedì 28 aprile 2009

Posted by andy in Etica, Internet e società, tecnologia.
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L’istituto di ricerca newyorkese Ethisphere ha diffuso l’elenco 2009 delle cento compagnie più etiche, tra queste quindici rientrano a vario titolo nell’ambito ICT spaziando dai costruttori di hardware agli operatori telefonici. La partecipazione libera e gratuita è aperta ad aziende pubbliche o private di qualsiasi angolo del pianeta che incassino più di 50 milioni di dollari o vantino oltre 100 dipendenti.

Questa ‘gara’ a quale sia la società più ‘etica’ è tuttavia basata su indicatori che dovrebbero essere definiti un po’ meglio, ed i cui risultati devono comunque essere letti con maggior attenzione.

Credo che a chi ha definito gli indicatori sia sfuggito in piccolo, insignificante dettaglio.

Gli italiani, e le aziende italiane, donano a scopo filantropico quote importanti del proprio fatturato (imposte), che vengono utilizzate dallo stato per il bene di tutti, per le organizzazioni no-profit, etc.

All’estero le cose sono sostanzialmente diverse: a titolo d’esempio, in Inghilterra è possibile donare fino al 15% delle imposte dovute al fisco ad organizzazioni no profit, con il conseguente vantaggio di poter effettuare ulteriori detrazioni fiscali.

In sostanza, non solo a chi produce reddito non fa differenza dare soldi allo stato piuttosto che ad organizzazioni di utilità sociale, ma addirittura nel secondo caso ne ottiene un (minimo) vantaggio.

Concordo con chi dice che si tratta di azioni di marketing più che di etica, ma ancor di più questa classifica è stata pensata proprio per valorizzare ulteriormente le azioni di marketing effettuate.

Etica d’impresa e responsabilità sociale giovedì 23 aprile 2009

Posted by andy in Etica, Miglioramento.
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C’è chi pensa che il crollo di tutta l’economia virtuale possa diventare una opportunità per riportare la produzione al centro dell’azienda. Tutto ciò dovrebbe passare attraverso una nuova formazione, ad una forte Etica sul lavoro. La futura impresa Etica, prima di tutto dovrebbe saper vendere prima di tutto fiducia sul mercato, e quindi anche un prodotto. L’imprenditore per essere Etico, dovrebbe coinvolgere tutte le risorse umane all’interno dell’azienda, creando quel circolo virtuoso basato sulla fiducia reciproca, da cui tutti traggano benefici, comprese le future generazioni.

Ma forse questa è utopia.

La crisi è certamente un’opportunità di crescita, ma non necessariamente per (o soltanto per) coloro che adottano un approccio etico; anzi, è proprio nei momenti di crisi che appaiono gli sciacalli.
L’Etica è principalmente un fatto personale; se ce l’hai, la applichi in tutte le cose che fai, a partire dalle relazioni personali, e quindi anche in quelle con i collaboratori diretti, fino all’ultimo anello della catena commerciale su cui hai influenza.
Ma l’Etica in un mondo di furbi ti pone in una posizione di estrema vulnerabilità, proprio perché in generale si tende ad esporre il fianco a coloro che vogliono approfittare della tua correttezza.
Un approccio etico sta in generale in piedi finché il business è relativamente limitato, e quindi è limitato il numero di persone con cui si collabora, e la quantità di soldi che vengono gestite.
Appena il business cresce, in generale emerge qualcuno che baratta volentieri la propria etica per una maggior quantità di denaro.
E questo significa rapporti incrinati con i collaboratori, ed una gestione finanziaria che tende ad essere sempre meno trasparente e meno orientata al bene generale dell’azienda.
Pertanto, per avere un’azienda che possa fregiarsi di una reale Etica, in generale occorre che il proprietario sia uno solo (padre padrone …), o che esistano regole e controlli tali da impedire comportamenti scorretti.
In questi anni stanno emergendo nuove certificazioni (SA8000, OHSAS18001, etc.), nonché normative (responsabilità delle persone giuridiche) e concetti come il bilancio sociale.
Sono tutte manifestazioni di un mercato malato che cerca di reagire creando i presupposti per difendersi più facilmente dai furbetti.
Il problema è che siamo in Italia, ed anche queste certificazioni tendono ad essere viste ed approcciate come dei semplici ‘bollini blu’ dietro a cui nascondersi continuando ad operare come prima.
Sarebbe interessante studiare e sviluppare degli indicatori di eticità dell’azienda, indicatori oggettivi, intendo, tali da poter essere pubblicati e confrontati.
Qualcosa di simile al rating dato ai post o ai venditori su Paypal, ma ovviamente oggettivi e non ‘taroccabili’.

degli androidi militari, della loro etica, e delle leggi della Robotica mercoledì 3 dicembre 2008

Posted by andy in Etica, pensieri.
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È da tempo che si sviluppano progetti militari per la realizzazione di mezzi ed androidi che possano condurre in autonomia azioni di guerra.

Si potrebbe pensare che si sia capito che la vita umana valga più di una macchina, o semplicemente che i soldati e le loro famiglie sono anche elettori e cittadini che sostengono i costi ed i lutti derivanti dalla guerra.

Il fatto è irrilevante; ora l’attenzione si va concentrando sull’immagine. La guerra pulita non si riesce a fare, e sostituendo gli esseri umani con delle macchine, si sta pensando di dotare queste di istruzioni specifiche per evitare cattivi ritorni di immagine (e cioè di fare vittime tra i civili).

Asimov ha visto lontano, ed ora stanno maturando i tempi per limitare le potenzialità che stiamo dando alle macchine.

Il problema ora sta nel definire ciò che può considerarsi etico o antietico.

Se l’etica significa poter uccidere le persone (più o meno armate, ma questo è quasi un dettaglio) che stanno dall’altra parte della barricata, ove si presume che un lato sia per definizione più buono dell’altro, significa che si riconosce a qualcuno (in questo caso al presidente degli Stati Uniti, ma più in generale a qualunque ‘capo’) una superiorità sugli altri esseri tale da poter decidere cosa sia etico (a spses di altri), anche in contrasto con il parere degli ‘altri’.

Sicuramente verrà inserita una legge orientata alla sopravvivenza della macchina, a discapito del ‘nemico’, e questa sarà superiore all’abbigliamento civile o militare dell’avversario umano: nessuno vorrà spendere soldi per un robot che si lascia distruggere da una persona in abiti civili ma con una bomba in mano.

Finché ci sarà qualcuno (ed implicitamente i suoi elettori) che si arrogherà il diritto di poter decidere quali siano i cattivi da uccidere, ci troveremo con una legge etica ‘personalizzabile’ da chiunque, e quindi di fatto non universale.

A proposito: evidenzio che stiamo parlando di cose anche vecchiotte: anni fa si scoprì che missili di produzione francese e venduti credo ai palestinesi (potrei sbabliarmi sugli attori, ma vi prego di prestare attenzione al concetto, e non ai nomi), non scoppiavano quando lanciati su Israele.
In pratica il produttore aveva già insegnato ai missili quali erano i buoni e, per esclusione, quali invece non lo erano.

Etica e disastro economico venerdì 26 settembre 2008

Posted by andy in pensieri.
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L’attuale disastro, etico ma anche economico, derivano dalla cultura della massima redditività a breve termine importata da un mondo, quello di oltre oceano, completamente diverso dal nostro.
Vorrei dire che in sé non sia sbagliato (pur non pensandolo), ma Emron e Lehman Brothers insegnano (qui da noi siamo ancora solo degli apprendisti – vedi Cirio e Parmalat).

È vero che si iniziano a percepire i segni di una controtendenza (certificazioni etiche e non, come la SA8000, la ISO14001, la OHSAS18001) per non parlare della BS25999 che si concentra sulla <i>business continuity</i>.

Il guaio è che negli ultimi anni gli incentivi ai commerciali ed ai manager sono sempre stati basati sul fatturato e non sull’utile, ed a fine anno e non a più lungo termine.
Questo ha significato acquisire ordini in perdita (la provvigione era garantita dal fatturato e non dall’utile di commessa) ed a operazioni di ‘risanamento’ basate su tagli selvaggi e non ragionati, finalizzati a fare un utile di cassa a fine anno su cui portare a casa dei premi.
Poco ha importato se quei tagli hanno negli anni seguenti alla distruzione dell’azienda.

Ciò che manca è una cultura del business a medio e lungo termine.