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Tutti ecologisti, tutti inquinatori lunedì 15 ottobre 2018

Posted by andy in Miglioramento.
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Vivo a Milano, una città con un’ottima rete di trasporto urbano.

Ogni giorno dell’anno (almeno in quelli lavorativi), vengono offerti gratuitamente agli ingressi alle metropolitane dei ‘quotidiani’ che riportano un paio di notizie affogate in un mare di pubblicità.

Scendendo in metropolitana, i passeggeri ne prendono una copia, la leggono quel tanto che basta per attendere il prossimo treno, e la gettano via (i più arditi la conservano sino al termine del proprio viaggio, pochi minuti dopo).

A voler fare qualche semplice conticino, vediamo cosa si può scoprire …

  • a Milano vi sono 4 linee metropolitane (tra qualche anno 5);
  • il numero complessivo di fermate è circa 110;
  • ad ogni fermata vi sono almeno 4 accessi;
  • e ad ogni accesso ogni mattina vi è una persona che distribuisce pacchi di questi giornali (ad occhio, direi che per difetto sono almeno 20 chili di carta);
  • e i giorni lavorativi dell’anno sono circa 220 …

Ed ecco il conticino:

110 fermate x 4 accessi x 220 giorni x 20 kg di carta = 2.000 tonnellate di carta che vive in media per una decina di minuti, prima di essere gettata via, senza neppure fare raccolta differenziata.

Senza contare naturalmente l’inquinamento derivante dalla produzione della carta, della stampa, del trasporto, della raccolta e dello smaltimento …

Eppure sono convinto che se chiedeste ad una qualsiasi delle persone che ‘leggono’ ogni mattina quella carta vuota di notizie e piena di pubblicità se sono contro gli sprechi e l’inquinamento, vi risponderebbe assolutamente di si.

 

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relazione tra consumismo e tempo lunedì 18 maggio 2009

Posted by andy in Etica, pensieri, vita quotidiana.
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Sono reduce da un recente viaggio negli Stati Uniti …

Era da tempo che non passavo da quelle parti, e forse per il fatto che lì non è cambiato nulla, mentre in Europa si va consolidando sempre più una cultura del riutilizzo e del riciclo dei rifiuti, mi sono trovato a chiedermi il perché del consumismo.

Il consumismo è, almeno in parte, una conseguenza diretta dell’incredibile disponibilità di beni, e quindi, in fin dei conti, del benessere.

In qualche modo è anche conseguenza del capitalismo, e del modo in cui le aziende tendono a promuovere le proprie vendite rendendo anticompetitivo il riparare i beni piuttosto che eliminarli e sostituirli con altri nuovi.

Qual’è il reale beneficio del consumismo, quell’aspetto che ci fa accettare montagne di rifiuti, e di spendere denaro per ricomprare beni che già possediamo?

Non intendo parlare della semplice comodità di non doversi preoccupare di conservare con cura i nostri beni, o di farli riparare quando necessario: questa è solo la superficie delle cose, un effetto.

In realtà, cosa comperiamo quando facciamo del consumismo? In effetti, comperiamo il nostro tempo.

Ma il nostro tempo vale veramente lo spreco che facciamo?

Riusciamo a dare al tempo che recuperiamo un valore ed un significato superiori a quello dell’oggetto eliminato?

È una risposta difficile da darsi, ma credo che in poche occasioni si possa essere realmente convinti di aver impiegato il nostro tempo in modo così proficuo o utile da giustificare lo spreco.

Paesi come Cuba, ove la disponibilità di risorse e beni è infinitesima rispetto alla nostra, ed ancor più rispetto a quella americana, hanno una scala di valori diversa.

I beni hanno un valore diverso in rapporto al valore del tempo, e così vengono trattati bene, riparati e trattati con cura, perché v’è ben scarsa possibilità di sostituirli, qualora divengano inservibili.

E così noi europei ci troviamo nel mezzo di una scala di valori, in una fase di ritorno verso il valore del tempo e delle cose, dopo che il boom economico che ci aveva insegnato a buttare e ricomprare tutto.

Tutto sommato, siamo nella posizione migliore: abbiamo esperito ambo le opportunità, e stiamo formulando la nostra scelta.

I paesi poveri non hanno ancora avuto modo di conoscere le opportunità del consumismo, mentre gli Stati Uniti non si sono ancora trovati costretti ad affrontare il problema.

A noi, forse, la responsabilità di trasmettere al mondo una cultura di valori più profondi, che porti anche con sé i germogli di un’economia più sana.