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Cosa vede l’eremita durante il periodo del nCOVID-19 sabato 28 marzo 2020

Posted by andy in Etica, pensieri.
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È facile fare l’eremita, quando puoi decidere se e quando rientrare nel mondo.
è molto più difficile quando non hai scelta, e nella tua grotta ci devi rimanere anche se non vuoi …
D’altra parte, guardando da fuori cosa sta accadendo in Italia, vedo che molto abbiamo imparato, e che molto dobbiamo ancora imparare.
Abbiamo scoperto che chiudere i porto e costruire muri alle frontiere non serve a nulla.
Abbiamo scoperto anche che il nemico non ha passaporto, né diverso colore di pelle.
Ora il nemico siamo noi, i nostri amici, i nostri parenti … non possiamo più fidarci di nessuno.
Anche gli elementi di efficienza che abbiamo introdotto, come la possibilità di firmare con un dito su un tablet, in banca o con un rider che consegna la cena a casa sia diventato un veicolo di infezione, e ci porti a cercare nuove soluzioni che ci portino a non avere contatti addirittura con la tecnologia d’altri.
Abbiamo visto che le più grandi potenze sono indifese, e che non è il numero di bombe atomiche che possediamo che può proteggerci.
Anche le più potenti economie sono state messe in ginocchio da quelle più piccole.
Abbiamo scoperto anche che che il frutto importato d’oltre oceano, per quanto più economico, non può sfamarci se non riesce ad arrivare nei nostri supermercati.
Abbiamo visto che il perseguimento del lucro da parte di pochi arreca danno a molti (basti vedere quanto è stato fatto per tenere aperti gli stadi nel campionato di calcio, nonostante l’incredibile rischio di contagio, pur di vendere biglietti …).
Stiamo anche riscoprendo il valore ed il significato della parola Stato: abbiamo scoperto  che delegare i privati la gestione di un bene pubblico (come in questo caso la sanità, ma altrettanto vale per l’acqua e le autostrade) porta profitti a breve termine ai privati ed impoverisce a lungo termine lo Stato, al quale comunque continuiamo a rivolgerci in caso di calamità naturale o di pandemia …
Abbiamo riscoperto il valore della Giustizia, che protegge le persone dagli approfittatori che aumentano spropositatamente i prezzi dei beni di prima necessità e che cercano di vendere in Rete falsi rimedi e test diagnostici non funzionanti.
Ci siamo anche trovati a dover ridimensionare quel delirio di onnipotenza che la tecnologia da un paio di secoli ci ha regalato.
Ci stiamo anche rendendo conto come non mai quanto l’ignoranza porti panico invece che capacità di affrontare i problemi, e di quanto le fake news e la stampa possano creare danni, invece che informare.
Stiamo riscoprendo quanto la burocrazia possa essere un rischio per la comunità, costringendo troppe persone a doversi muovere ed assiepare presso pochi sportelli, e tutto per avere un bollo su un pezzo di carta.
Come l’home banking, uno Stato telematico ridurrebbe costi e rischi.
La carta moneta, veicolo ormai millenario per trasportare valore, è diventato invece veicolo di infezione.
Quella che sta patendo di più e` la scuola: mentre le università, per un motivo o per l’altro, sono già costrette a pubblicare i propri contenuti in un portale di ateneo, le scuole medie inferiori e superiori, ove l’interazione alunno-insegnante è molto più importante, non possiedono le necessarie infrastrutture, né la necessaria cultura ed attitudine informatica per approfittare delle opportunità che la tecnologia offre.
Per certi versi è mancato il coraggio iniziale nell’imporre a livello nazionale restrizioni come l’annullamento di eventi sportivi e pubblici, concerti, manifestazioni, carnevale, etc., ma probabilmente le opposizioni che abbiamo avrebbero gridato all’attentato allo Stato, che intendeva far crollare borse e mercati al fine di distruggere l’Italia …
Sempre a proposito del significato del termine ‘Stato’, si è scoperto come su certi temi l’autonomia regionale crei differenze territoriali che non consentono di limitare i contagi, così come attrezzarsi per affrontare ‘a rate’ le emergenze non limiti la propagazione delle infezioni.
Ed il continuare a ‘pensare e vivere in emergenza’ invece che pianificare ci porta a non aver comperato per tempo ciò che ci occorre per farci sopravvivere, e quando si compera qualcosa si buttano i soldi (di tutti) per prodotti che non servono.
Si è scoperto poi che nonostante il CAD (Codice per l’Amministrazione Digitale) le strutture pubbliche non abbiano mai affrontato seriamente il tema della continuità del business, così come non hanno capito che la continuità del business non è da identificare con la continuità dei sistemi informativi e l’acquisto di montagne di computer.
Si è anche tornati a parlare di etica, ed a chiederci cosa sia, perché ci siamo resi conto che se il numero di casi critici è superiore ai posti di rianimazione per qualcuno non vi sarà la possibilità di provare a salvarlo (e quel qualcuno potrebbe essere un nostro caro, o noi stessi …).
E ci si interroga quindi su come scegliere, su come quantificare il valore di una vita umana (è meglio lasciar morire un anziano? O uno poco intelligente? O …)
Sono temi che aprono la strada ad argomenti molto seri …
Probabilmente si riscoprirà il valore della scienza, a cui chiediamo sempre di più medicinali e vaccini, e l’importanza di una sanità pubblica, a cui chiedere un posto letto di rianimazione (cosa che la sanità privata non offre perché è un costo senza un ritorno economico immediato e certo).
E quando a qualche NoVax toccherà un periodo in terapia intensiva, non potrà non chiedersi se forse sarebbe valsa la pena di evitarsi l’esperienza …
Il fatto che ci troviamo a dover stanziare soldi che non erano stati messi a budget in finanziaria ci toccherà a rivalutare le priorità, a togliere fondi a capitoli di spesa non prioritari, e a stare più attenti a come vengono spesi i denari pubblici.
Inizieremo a chiederci quanto siano spesi bene i soldi in armamenti ed in esercitazioni NATO, quando il nemico da combattere non lo possiamo vedere, e addirittura scopriamo di essere stati attaccati quando siamo già stati quasi sconfitti.
È da considerare anche il fatto che le regioni più colpite sono anche quelle che contribuiscono maggiormente alle casse dello stato, e che ora avranno invece bisogno di risorse dallo stato e che per i danni subiti contribuiranno meno all’erario nazionale.
Ci sono persone che si tagliano lo stipendio da politico, c’è chi fa donazioni, che gratuitamente presta il proprio aiuto per aiutare quel che rimane della Sanità Pubblica, e c’è chi invece devasta il Pronto Soccorso di un ospedale (forse senza aver mai pagato tasse), a cui chiederà aiuto il giorno che si ammalerà …
Ed oggi ci aspettiamo che un manipolo di medici e di assistenti, pagati una fame, ci salvino la vita, quando per una vita abbiamo dato miliardi a quattro gatti che corrono in mutande dietro ad una palla …
Abbiamo gridato allo spreco per anni, facendo in modo che lo Stato trasferisse ai privati le proprie risorse perché noi per primi non siamo stati capaci di denunciare gli sprechi, ed ora scopriamo che ci siamo dimenticati di far trasferire ai privati non soltanto le risorse, ma anche le responsabilità.
Un privato ci farà avere la nostra TAC in due giorni invece che in due mesi, ma non è in grado di darci ciò che ci occorre: un posto letto in rianimazione.
E chi un tempo in mare a bordo di navi militari doveva difendere e proteggere le nostre sacre coste è ora prigioniero a bordo delle proprie stesse navi.
Chi è potente poi forse sta riscoprendo il fatto di essere uno come gli altri: questo virus non guarda in faccia, né nel portafogli di nessuno, e chi ha invocato l’immunità di gregge oggi non sa cosa darebbe per fare parte del gregge …
Ed un pensiero sulla tecnologia: come avremmo vissuto questa pandemia senza Internet? Non ne avremmo saputo nulla fino a quando non fosse stato troppo tardi.
Non avremmo potuto tenerci in contatto con i nostri cari, né proseguire nel nostro lavoro (e portare a casa uno stipendio), né ordinare la spesa con consegna a domicilio …
La corrispondenza avrebbe impiegato settimane per arrivare ovunque (sempre che non si fossero ammalati anche i postini), e non avremmo potuto portarci a casa montagne di carta su cui lavorare.
Non avremmo potuto studiare né far studiare i nostri libri, né visitare (virtualmente) dei musei …
Abbiamo avuto evidenza che ci sono paesi che dichiaratamente considerano gli anziani un costo, e che vedono con piacere la moria annunciata (nonostante sappiano che un giorno saranno anziani anche loro).
Abbiamo anche avuto evidenza di quali siano le priorità per i cittadini di paesi diversi: c’è che ha svuotato i supermercati dando priorità ai cibi, ed altri che hanno dato priorità alla carta igienica.
Altri ancora considerano un servizio essenziale la vendita di armi, per cui sono state fatte lunghe code per gli acquisti.
Stiamo finalmente scoprendo che rubare e lasciar rubare non fa bene alla società: Abbiamo tagliato la Sanità, ed ora la Sanità non riesce a salvare tutti.
Abbiamo tagliato su Internet, ed ora che ci occorre per ordinare la spesa e lavorare da casa non è sufficiente.
Abbiamo rubato sulla scuola, ed ora la scuola non è in grado di insegnare ai nostri figli che sono a casa.
Abbiamo eletto tanti incompetenti che nei decenni hanno distrutto la Cosa Pubblica, e a furia di guardare al domani invece che al dopodomani abbiamo disimparato a fare le formiche e a mettere da parte qualcosa per il futuro, pensando come le cicale che il benessere sarebbe durato per sempre.
E come in tempo di guerra, ci sono gli avvoltoi, che lucrano sulle campagne di raccolte fondi per l’emergenza, sulla vendita di rimedi miracolosi, e sul mercato nero dei prodotti essenziali.
A parte il rispetto dovuto per chi è caduto e ancora muore in questa guerra, da civile o da soldato (tutto il personale medico e chi si adopera ogni giorno per gli altri, mettendo a rischio la propria vita), questa pandemia porterà (mi auguro) qualcosa di buono.
Sono convinto che gli italiani stiano riscoprendo il significato della parola ‘Stato’ e che rubare agli altri togliendo risorse allo Stato le toglie anche a sé stessi, nel momento del bisogno.
Ridaremo allo Stato il ruolo che gli compete, sia per la Sanità che per l’Istruzione, e centralizzeremo nuovamente il coordinamento delle regioni perché in situazioni come quelle che stiamo vivendo anche la Regione più efficiente può aver bisogno delle altre, che se sono più arretrate avranno  difficoltà anche solo a gestire sé stesse.
Penso che verranno rivalutate le priorità sugli investimenti da fare, e che gli armamenti e le inutili opere faraoniche potranno passare in secondo piano.
Si rivaluterà l’importanza della connettività per tutti, consentendo teleformazione, telelavoro e telediagnostica, colmando un gap che abbiamo accumulato rispetto agli altri paesi.
Comprenderemo che ormai la connettività ed un dispositivo per potersi interfacciare al mondo devono essere considerati un diritto fondamentale ed inalienabile, senza il quale non è possibile garantire pluralismo, libertà di informazione, sicurezza e salute dei cittadini, e così via.
Dare la connettività a tutti consentirà di ridurre le differenze sociali e di dare maggiori opportunità a chi è tagliato fuori dal mondo delle grandi scuole e del grande business.
Torneremo, spero, a scoprire quale sia il significato di ‘bene comune’.
Questa pandemia è una batosta per il mondo, ma nel mondo medico c’è chi in realtà sa che un giorno arriverà la vera ‘big one’ …
Una cosa che forse non abbiamo ancora imparato è che ad aspettare i problemi non si risolvono da soli: il caro vecchio modello italiano del ‘finché la barca va, lasciala andare‘ ha fatto il suo tempo, e ci ha dimostrato che aspettare a fare gli acquisti per proteggere medici e malati non li fa guarire, ma solo morire.
Stiamo (ri)scoprendo che siamo tutti passeggeri sulla medesima piccola astronave in viaggio sulla circonvallazione del Sole e (per citare le parole di Vecchioni) quando ci troveremo davanti al mare scopriremo che non c’è più nulla da conquistare …
E per concludere, qualche pensiero su come siamo arrivati a questo disastro e sui dati forniti dalla Cina: già ora che in Italia l’epidemia non è scongiurata, la mortalità reale è almeno superiore (ed aumenterà ancora) rispetto a quella dichiarata dalla Cina.
Ho fatto due conti, e ad oggi la modalità media mondiale sui casi chiusi è del 18%, mentre quella dichiarata dalla Cina è del 4%; se togliamo questo bias, la mortalità media mondiale è già oggi al 30% (OK, al 29,2%, ma continuerà a peggiorare …).
Nonostante le città con molti milioni di persone, tutte pigiate una sull’altra, la quantità di contagi in Cina è esageratamente inferiore alla nostra, ove gli spazi sono più ampi ed i contatti meno stretti.
La Cina sapeva dell’epidemia già da fine 2019, ma ha atteso mesi per intervenire.
E consente a proprie aziende non certificate di esportare nel mondo tamponi e presidi medici non funzionanti (vedi caso Spagna), destinati quindi a dare false sicurezze e ad aggravare ulteriormente la situazione.
Il sospetto che i dati non siano solo manipolati, ma generati proprio ad arte, deriva da molte considerazioni, ipotizzate in vari articoli.
Personalmente sono convinto che il personale che in Cina andava di porta in porta ogni giorno a misurare la temperatura delle persone per identificare nuovi positivi, in realtà andava in realtà anche ad identificare i morti, per portarli via.
La cancellazione di decine di milioni di contratti telefonici durante il periodo dell’epidemia poi può avere molte spiegazioni, anche di business, ma tenendo conto che senza uno smartphone oggi in Cina non si può neppure prendere la metropolitana né pagare un caffè, qualche sospetto può sorgere …
È interessante notare come i paesi che ci stanno inviando aiuti siano tutti comunisti (Cina, Cuba, Russia), mentre i nostri ‘amici’ americani hanno solo pensato bene di sconsigliare viaggi verso l’Italia causa rischio contagio e rischio terrorismo!
D’altra parte le ragioni possono essere molto variegate, incluso il fatto che la Cina può sentirsi responsabile del disastro (in effetti, lo è, inclusa la vendita di tamponi non funzionanti), e la Russia è impegnata sulla politica interna, e può aver la necessità di distogliere l’attenzione da bel altri problemi.
Il disastro che si sta verificando in Italia è dovuto in buona parte  al fatto che ci si è basati sui dati (falsi) forniti dalla Cina, con i relativi rischi.
Purtroppo anche persone di ottima reputazione hanno contribuito a tranquillizzare eccessivamente la popolazione, che non ha preso sul serio ciò che stava accadendo.
Gli altri stati purtroppo sono responsabili dei propri disastri, perché l’Italia è stata trasparente in tutto, compreso anche il fatto che il Presidente del Consiglio Conte ha informato il mondo su quali errori sono stati fatti in modo che non venissero ripetuti. Ma siamo stati ignorati.
Qualcuno si è permesso anche di dire che gli italiani hanno colto quest’influenza come l’ennesima scusa per non andare a lavorare.
Sul fallimento dell’emissione dei ‘CoronaBond’ trovo interessante le considerazioni espresse qui da Tullio Solenghi.

Anche ENISA affronta il complesso tema dell’oblio digitale giovedì 22 novembre 2012

Posted by andy in Etica, Internet e società.
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Anche l’ENISA (European Network and Information Security Agency) ha avviato il dibattito sulla spinosa questione del diritto all’oblio in Europa.

Il tema viene ricondotto al concetto di ‘scadenza dei dati’. Ovviamente si parla di dati personali, e non di dati qualunque.

Provo a trasporre la questione nel mondo concoreto: il latte scade; lo si capisce perché con il tempo cambia la sua natura, e se lo beviamo, stiamo male.
Vorrei definire questo approccio come ‘passivo’; un approccio attivo lo avrei se cercassi di far bere a qualcuno del latte scaduto, o almeno lo commercializzassi (falsificando la data di scadenza sulla confezione).

Ed ora veniamo ai dati: quando consultare un dato può farmi male (approccio passivo)? È difficile immaginare una situazione in cui si possa venire inconsapevolmente a contatto con informazioni personali che possano ‘farci male’.
È invece vero che posso fare del male a qualcuno divulgando un’informazione, soprattutto se decontestualizzata; in pratica posso incorrere (tra l’altro) nel reato di diffamazione.

E mi viene da chiedermi: il ‘dato’ relativo al fatto che la signora XY ha ucciso dei bambini, quando scade? È corretto far sparire questa informazione, tenendo conto che questa signora potrebbe offrirsi come baby sitter per i miei figli?

È vero che si può obliare sull’informazione che il sig. XYZ ha rubato una mela in gioventù, se non ha poi commesso più reati per il resto della sua vita.
Ma se invece ha proseguito a rubare mele (o altro) in seguito? Del primo potrei fidarmi, ma del secondo?

In sostanza, quanto vi fidereste voi di persone che non hanno storia, o di cui comunque vi resta il dubbio che le informazioni che potere trovare in rete siano solo parziali, filtrate e censurate?

E non sarebbe una grave discriminazione il fatto che persone che non hanno commesso reati abbiano il diritto di avere in Rete una immagine completa di sé stessi, mentre altre debbano convivere con dei ‘buchi mnemonici’ della Rete?

Un estremista può essere orgoglioso dei propri trascorsi da contestatore: a che titolo qualcuno può privarlo della sua storia in Rete?

È vero che si parla del diritto della persona di richiedere l’oblio per particolari informazioni, e non di un obbligo di legge di applicare un’etichetta con la scadenza di ogni informazione in Rete.

 

È fondamentale ricordarsi che al diritto di qualcuno, corrisponde sempre il dovere di qualcun altro.

Se io ho il diritto all’oblio, tutti coloro che trattano i miei dati hanno il dovere di rimuovere cio che desidero (anzi, no, devo dire ‘voglio’, visto che ne ho il diritto).

E lo devono fare indipendentemente da problemi tecnici ed economici.
Rimuovere un dato non significa semplicemente cassare una voce da un indice: significa invece andare anche a rimuoverne ogni copia conservata su sistemi mirror, su backup, andando a riaprire database, rimuovendo record, ricostruendo backup, e distruggendo i vecchi supporti, etc. etc. etc.

Insomma, è importantissimo identificare, riconoscere e formalizzare diritti inalienabili, ma occorre anche chiedersi se la cosa sia fattibile oppure no.
Anche perché andiamo anche a limitare la libertà di informazione ed al diritti di informazione riconosciuti costituzionalmente.

Il tema è talmente nuovo e complesso che porta ad avere tanti pareri, spesso molto discordanti, e problemi tecnici e legislativi ancora impensabili ed inesplorati da affrontare.

Insomma, è un ottimo spunto di discussione ed approfondimento

Diritto all’oblio – prima e, soprattutto, dopo martedì 5 giugno 2012

Posted by andy in Etica, Internet e società.
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Sul diritto all’oblio si è detto molto, e la questione è ancora aperta.

Volendo riassumere in poche parole, si disquisisce sul fatto che sia corretto o meno, e se sia un diritto o meno, il consentire di rimuovere da Internet, in modo irreversibile, informazioni sulle persone che i proprietari ritengono lesive della propria immagine, dopo un ragionevole periodo di tempo.

In effetti, Internet può trasformarsi in una ‘fedina penale’ che non può, ad oggi, essere ripulita nonostante si sia scontata qualsiasi pena.

Ma questo vale per i vivi e per la loro reputazione digitale.

Ma dopo la morte? Il diritto all’oblio resta un diritto del defunto?

Pongo quindi la seguente questione: le informazioni pubblicate da una persona possono essere ereditate al momento della sua morte?

Se nelle mie ultime volontà disponessi la rimozione di tutti i contenuti che mi riguardano, questso diritto dovrebbe essere applicato anche dai miei posteri, anche contro la loro volontà, contro il diritto di cronaca, contro il diritto alla memoria degli altri?

In sostanza, il mio io digitale deve morire con me, o può essere reclamato (ed anche posseduto) dai miei eredi?

Ed in questo caso, i miei eredi possono reclamare le mie password per accedere ai miei contenuti ancora non divulgati (OK, questa è un’altra questione: si tratta di decidere se considerare o meno i miei contenuti in rete, anche se protetti, come un valore ereditabile, alla stregua di un manoscritto inedito).

Richiedere (o forzare) le mie password dopo la mia morte dovrebbe essere considerato come una violazione della mia privacy? E di conseguenza, viene da chiedersi: un morto ha diritto alla privacy tanto e quanto i vivi?

Il valore della compromissione degli account lunedì 19 dicembre 2011

Posted by andy in Etica, Information Security, Internet e società.
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Ho recentemente letto la notizia relativa ad un attacco al Ministero per la Pubblica Amministrazione ed Innovazione.

Su pastebin potete trovare l’elenco degli account compromessi.

Indipendentemente dalle considerazioni che si possono fare sulla competenza e sulla serietà nella gestione della sicurezza del sito (per l’attacco è stata utilizzata una semplice SQL Injection), viene comunque spontaneo chiedersi quale sia il danno conseguente.

Uno dei problemi più complessi nella valutazione dei rischi è proprio la valutazione del danno indiretto.

Ciò nondimeno, è intuitivo e certo che un danno ci sia: pur non provando a quantificarlo, possiamo come minimo considerare:

  • la perdita di immagine,
  • il costo per eliminare le vulnerabilità sfruttate,
  • il costo per ogni utente per cambiare la propria password,
  • l’eventuale sfruttamento dei profili compromessi.

Sarebbe quindi davvero interessante riuscire a fare una valutazione del danno economico (anche spannometrico) derivante dalla perdita di un account, e richiedere l’addebito sullo stipendio dei responsabili degli equivalenti importi.

Tutto sommato chi gestisce in modo incompetente la sicurezza dei sistemi della PA procura un danno economico e di immagine allo stato, e quindi ai cittadini.

Come ‘incentivo’ a gestire le cose in modo un po’ più serio potrebbe essere interessante ipotizzare anche il semplice addebitare un importo simbolico (10€  per account compromesso possono andare bene?), ciascuno moltiplicato per il suo ‘peso’ (ovverosia per il livello gerarchico nella PA – che in qualche modo rende proporzionale il rischio) ai responsabili ed agli amministratori di sistema.

 

Idea per un motore di ricerca Etico giovedì 25 agosto 2011

Posted by andy in Etica, Information Security, Internet e società, tecnologia.
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Leggo oggi una (nuova) notizia sul tracciamento pervasivo che i motori di ricerca fanno della nostra navigazione in Rete (Lo scandalo “supercookies”
Utenti pedinati senza saperlo
).

Microsoft ha appena fatto ‘marcia indietro’, ma il problema è stato solo rimandato: saranno già alla ricerca di nuovi modi per fare la medesima cosa.

Dovrei scandalizzarmi? Assolutamente no: l’intero business dei motori di ricerca si basa proprio sulla raccolta sempre più precisa di informazioni sul profilo degli utenti da rivendere (come minimo) per scopi di advertising (non voglio addentrarmi sugli interessi che esistono per tali informazioni da parte di enti governativi e non).

Il problema è certamente sentito dai cittadini della Rete, che sono alla ricerca di motori di ricerca non traccianti (provate a fare una ricerca di ‘non tracking search engine‘ per farvi un’idea …); qui trovate una ‘Top 5’ di motori di ricerca anonimi.

Ma se leggete bene i commenti in Rete, i netizen non si fidano, ed a ragione: di fatto, cosa cambia utilizzando un motore di ricerca diverso da quelli tradizionali? Semplicemente che i propri dati finiscono in mano ad altri (ed in ogni caso sarebbe interessante scoprire chi realmente c’è dietro ad ogni motore di ricerca).

Faccio un paio di semplici considerazioni:

  1. i motori di ricerca costano, e tanto: lo storage, la banda per la connettività, la corrente, la manutenzione dei data center e lo sviluppo e la manutenzione del software hanno un costo (per non parlare del supporto da fornire agli enti governativi per l’estrazione di dati e per la rimozione di contenuti vietati);
  2. visto che i comuni motori ricerca non chiedono soldi, chi è così disinteressato da investire centinaia di milioni o addirittura miliardi senza una prospettiva di rientro (e possibilmente di utile)?

NOTA: ci tengo a fare una precisazione prima che intervenga qualche ‘misunderstanding’ (o cielo! … sto diventando anglofono? Avrei anche potuto utilizzare il termine ”incomprensione’ …!): il fatto che un motore di ricerca sia ‘anonimo’ non significa che non raccolga ed analizzi dati; l’importante è capire quali dati possono essere raccolti e quali no; sostanzialmente non devono essere raccolti dati che consentano la profilazione del singolo utente; un metro che utilizzi qualsiasi dato che consenta di capire quali siano le ricerche più ‘gettonate’ e da quale paese vengano, le fasce orarie di utilizzo, etc. può essere utilizzato senza mettere a rischio la privacy delle persone.

Ciò detto, proviamo a chiederci quali siano i requisiti minimi che un motore di ricerca deve soddisfare per poter realmente non aver bisogno di profilare gli utenti per sostentarsi:

  1. deve essere finanziariamente autonomo;
  2. deve poter dimostrare che nel proprio codice non sono implementate regole di profilazione.

Vediamo ora come sia possibile pensare di soddisfare tali requisiti:

  1. autonomia finanziaria:
    1. un contributo (simbolico) di 1 Euro all’anno, per 1 miliardo di utenti, sono 1 miliardo di Euro, che consentono il sostentamento di una struttura più che ragguardevole .. (questo implica ovviamente che gli utenti devono essere registrati);
    2. riduzione o eliminazione del contributo per coloro che non si vogliono registrare, per i quali verrà effettuata una limitata e ragionevole, e soprattutto dichiarata, profilazione; i dati così raccolti potranno essere utilizzati per finanziarsi anche con entrate per pubblicità mirata;
    3. entrate derivanti dalla rivendita di analisi dei dati raccolti (per scopi di studio o commerciali);
    4. eventuale licensing del codice del motore di ricerca, per la realizzazione di motori proprietari;
    5. probabilmente si
  2. trasparenza per dimostrare che non viene effettuata la profilazione degli utenti:
    1. apertura del codice (Open Source – che non significa necessariamente ‘gratuito e liberamente copiabile’);
    2. verifiche indipendenti di  parte terza sul rispetto della policy sulla privacy (forse potrebbe starci anche una certificazione ISO27001 …)

L’inizio della fine martedì 24 agosto 2010

Posted by andy in Etica, Internet e società, Libertà dell'informazione.
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Dopo il Giappone, anche la Cina manifesta i sintomi della incipiente globalizzazione.

Se per gli occidentali la globalizzazione ha significato poter produrre a condizioni sempre più vantaggiose trasferendo la produzione in paesi più poveri (India, Corea, e poi la Cina), essa invece significherà per questi paesi la necessità di adeguarsi agli standard occidentali.

Millenni di storia, ma soprattutto gli ultimi decenni, hanno dato un incredibile impulso alla definizione di regole, norme e standard finalizzati a garantire la qualità della vita e la salute dell’ambiente, come inevitabile conseguenza della ratificazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Il moderno schiavismo non ha retto la viralità della crescente libertà di informazione, anche in un paese come la Cina, ove il recente caso Foxconn ha portato all’attenzione della pubblica opinione occidentale il fatto che l’Etica dietro cui commercialmente ci nascondiamo non ci può consentire di utilizzare due pesi e due misure, a seconda che il lavoratore sia entro o fuori dai confini nazionali.

Pur avendo cercato di evitare il problema fino all’ultimo, una volta messa di fronte all’evidenza dei fatti la Apple non ha potuto esimersi dal rinegoziare le condizioni per la produzione dei propri dispositivi ed i relativi costi.

La conseguenza immediata è un miglioramento, per quanto esiguo, delle condizioni di lavoro alla Foxconn, ma soprattutto la presa di coscienza dei lavoratori di avere dei diritti e di poterli far valere, nonostante un sindacato di stato in evidente conflitto di interesse tra le parti.

Ci vorranno decenni, ma accadrà in Cina e negli altri paesi asiatici  ciò che è accaduto in Giappone.

Tuttavia l’immensa popolazione di quei paesi creerà condizioni estremamente critiche sia a livello economico che politico, quando lo stato si troverà a dover garantire a miliardi di persone le condizioni minime acquisite da pochi milioni di lavoratori.

Libertà dell’Informazione e Qualità dell’Informazione venerdì 10 luglio 2009

Posted by andy in Etica, Internet e società.
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Chris Anderson, il caporedattore di Wired, è stato accusato di plagio nel suo nuovo libro, ancora inedito, “Free: The Future of a Radical Price”.

Ma la cosa ridicola è che il plagio riguarda contenuti di Wikipedia, contenuti liberi.

In effetti sono state trovate importanti analogie tra elementi del suo libro e testi presenti sull’enciclopedia libera.

Da questa vicenda credo che si possa evincere un’interessante osservazione.

A parte quella (banale) che Internet non offre nascondigli, quella più interessante è che per il futuro potremo attenderci una crescita della qualità dei lavori pubblicati.

Opere che nulla aggiungono all’esistente, o che addirittura sono assemblate a suon di ‘copia e incolla’ non solo avranno sempre meno lettori, ma addirittura potranno rovinare l’immagine di un autore.

In questo senso la gente starà ben più attenta a citare le fonti, e soprattutto ad aggiungere dei contenuti che portino dell’innovazione ai testi utilizzati o citati.

Copyright e Diritti venerdì 10 luglio 2009

Posted by andy in Etica, Internet e società.
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Il processo a The Pirate Bay ha (ri)portato alla ribalta la questione del conflitto tra condivisione di contenuti coperti da copyright ed applicazione delle leggi sul diritto d’autore.

Qualcuno in Rete ha affermato che il diritto d’autore (e più in generale si può estendere il concetto anche ai brevetti) è un Diritto, e che chi non si assoggetta alle leggi sul copyright infrange un diritto di qualcun altro.

Il reale punto del contendere però non è sul Diritto (la teoria), ma sulla legge (la pratica).

Il titanico conflitto che si è andato creando in questi anni tra l’industria e gli utenti non è sul copyright, ma sulle leggi che ne regolano l’applicazione.

Avrete sicuramente notato che tutte le pricipali contestazioni di questi anni non riguardano i brevetti su come produrre motori d’automobile, prodotti chimici o nuove confezioni per polli arrosto; i problemi ormai vertono principalmente sui brevetti sul software e sulla gestione del diritto d’autore.

Ritengo che le principali differenze tra i due contesti siano queste:
1) nel primo caso, l’idea serve a produrre un bene fisico, che è quello che porta il provento, mentre nel secondo caso ciò che viene venduta è, in sostanza, l’idea stessa;
2) il costo per la riproduzione del bene è irrisorio rispetto a quello per la sua realizzazione;
3) nel primo caso, i diritti sull’utilizzo del bene vengono di fatto ceduti e non vengono controllati (nessun produttore di automobili si permette di controllare se rispetto il codice della strada, né si permette di vietarmi di prestare la mia automobile ad un amico); nel secondo caso invece mi viene vietata la libera fruizione del bene (vedi anche DRM).

Il tutto non avrebbe creato problemi rilevanti se le parti coinvolte avessero avuto una ragionevole ripartizione tra costi e vantaggi.
Purtroppo Internet si è interposta tra le parti, riducendo i costi per i produttori, spostando costi sugli utenti finali, e non riproporzionando alla facilità di distribuzione il costo del prodotto finale e gli utili per i detentori dei diritti.

Il conflitto non è semplicemente tra i produttori e gli utenti finali, come si vorrebbe far credere, ma tra i produttori da una parte e gli utenti finali e i detentori dei diritti dall’altra.

I produttori vengono da un mercato basato sui monopòli di fatto, e si stanno scontrando contro un modello di business che li rende di fatto non più indispensabili.

Una parola va spesa sui brevetti sul software, che sono ormai fuori controllo: consentendo la brevettabilità delle idee anche più banali, ormai qualsiasi cosa venga prodotta, per quanto innovativa, sicuramente senza rendersene conto utilizza qualche idea già brevettata da qualcun altro.

La soluzione del problema sta pertanto non nella repressione che, come dimostra la storia, non può fermare il corso della stessa, ma soltanto rallentarlo, ma nell’aggiornare le leggi armonizzandole con la nuova realtà.

Ormai la globalizzazione impone di affrontare tutti i nuovi problemi in modo, appunto, globale, e di identificare i principi universali che possano essere riconosciuti come base del diritto su base internazionale.

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Vorrei dire che non ho nulla contro l’idea dei brevetti, ma in realtà un pensiero mi è venuto poco fa (ma lo esprimo in coda a questo post).

Il problema del giorno d’oggi è che i prodotti intimamente legati alla gestione digitale (e parlo quindi sostanzialmente di software, testi ed audio/video) hanno un costo di produzione che ormai tende a zero (ho detto ‘produzione’ e non ‘progettazione’).

L’esempio che hai fatto della Ferrari esula da questo concetto, in quanto la produzione di un veicolo clonato non può venire a costo zero (materie prime e manodopera hanno un costo reale, così come la catena di distribuzione, vendita ed assistenza).

Internet ha n-uplicato il mercato di pochi anni fa, ma i prezzi dei contenuti sono rimasti pressoché uguali, nonostante le incredibili economie di scala, la grande riduzione dei costi di produzione (stampa di testi e supporti), ed il trasferimento di parte dei costi sugli utenti (la banda per scaricare i contenuti, così come il supporto su cui lo salvo, e l’iniquo equo compenso, il packaging, il magazzino che non esiste più, etc.).

Sostanzialmente oggi tutti vorrebbero che comperassimo di più (pensa alla quantità di titoli disponibili), dimenticandosi che non possiamo comperare tutto ciò che ci vogliono vendere con gli stessi soldi che guadagnavamo anche pochi anni fa.

A peggiorare la situazione c’è il mancato riscontro agli autori, che in generale non riescono a rientrare neanche dei costi della quota di associazione alla SIAE di turno.

La qualità si paga: chi più spende meno spende, si diceva un tempo …
La borsetta griffata comperata in spiaggia dura una stagione (se va bene); l’originale ti dura una vita.
E che dire della Ferrari tarocca? Ti fideresti tu ad andare in giro a 300 all’ora con dei freni fatti al risparmio? È una tua scelta.

Il tutto comunque, insisto, va letto in un contesto più generale, in cui si sono completamente sbilanciati i rapporti tra gli intermediari ed i produttori ed i consumatori.

Un tempo la casa di produzione musicale sosteneva dei costi notevoli per il talent scouting, per la selezione e per la promozione dei propri autori.
Oggi tutti producono e si propongono a costo zero su Internet, ed il valore dell’intermediazione si è ridotto a girare in economia qualche spot da mettere su MTV.

Senza contare la crisi economica che ha svuotato le tasche dei consumatori, che prima di comperare un disco si preoccupano di mettere qualcosa in tavola.
Ed altrettanto gli autori, che a fine mese guardano quanto hanno ricevuto dalla SIAE, e si chiedono se non avrebbero incassato di più con un bel bottone ‘fai una donazione’ sul proprio sito.

Come la storia insegna, si fa la rivoluzione quando qualcuno ha la pancia vuota e qualcun altro ce l’ha troppo piena.

Chiudo riprendendo il pensiero che ho introdotto all’inizio di questo post.

Immaginiamo questa situazione:
– Continente A: il signor A si scotta togliendo una pentola dal fuoco, ed inventa le presine da cucina;
– Continente B: stessa situazione, con il signor B;

Un bel giorno a casa del signor B arriva qualcuno che pretende di pignorargli anche il pigiama perché ha utilizzato le presine senza aver pagato la licenza d’uso al signor A.

Ah, già … nel frattempo il signor A aveva brevettato le presine da cucina …

Questo esempio serve per evidenziare quanto sia importante stabilire criteri ragionevoli di brevettabilità (cosa che accadrà a breve negli USA).

The Open Source as a new business opportunity giovedì 28 maggio 2009

Posted by andy in airport ICT technology, Etica, Internet e società, Progetti.
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I’ve been describing in a forum an opportunity to design competitive open source information systems for airports and airlines, and someone replied that, being basically a nice idea, it has a ‘but’.

He confirms to me that the old business model supporters have real difficulties in facing the market with this new approach.

It seems strange, because there is a number of flourishing open source companies in the  world, making business, earning money, and offering interesting products and services.

And here is my ‘but’.
I strongly believe that the open source approach is the future for the software (and not only; the same for CC licenses, etc.).
It is just that the business model that is different from the traditional ones.
As an example, just check for ReddHat, MySQL, etc.

In the past all the companies focused their business on the large customers, those with money to spend.
But such customers are not many, and now also they have to face a different market, low cost airlines, the worldwide crisis, etc.

In addition, I always tried to develop innovative projects, for my satisfaction and my pockets,but not only that.
I think we can develop such things doing something good and useful for the markets that don’t have great opportunities.

I believe that money flies, and if you want to create business opportunities somewhere, you need an aircraft flying there.
Not many people likes to spend more than few hours of travel to make business.

The open approach creates opportunities.
Added value software modules and services are the revenue-making opportunity.

I have a long experience in designing innovative airport information systems around the wolrd, and I have a number of ideas that can be useful to the market, but that cannot easily be ‘digested’ by traditional and conservative business.

relazione tra consumismo e tempo lunedì 18 maggio 2009

Posted by andy in Etica, pensieri, vita quotidiana.
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Sono reduce da un recente viaggio negli Stati Uniti …

Era da tempo che non passavo da quelle parti, e forse per il fatto che lì non è cambiato nulla, mentre in Europa si va consolidando sempre più una cultura del riutilizzo e del riciclo dei rifiuti, mi sono trovato a chiedermi il perché del consumismo.

Il consumismo è, almeno in parte, una conseguenza diretta dell’incredibile disponibilità di beni, e quindi, in fin dei conti, del benessere.

In qualche modo è anche conseguenza del capitalismo, e del modo in cui le aziende tendono a promuovere le proprie vendite rendendo anticompetitivo il riparare i beni piuttosto che eliminarli e sostituirli con altri nuovi.

Qual’è il reale beneficio del consumismo, quell’aspetto che ci fa accettare montagne di rifiuti, e di spendere denaro per ricomprare beni che già possediamo?

Non intendo parlare della semplice comodità di non doversi preoccupare di conservare con cura i nostri beni, o di farli riparare quando necessario: questa è solo la superficie delle cose, un effetto.

In realtà, cosa comperiamo quando facciamo del consumismo? In effetti, comperiamo il nostro tempo.

Ma il nostro tempo vale veramente lo spreco che facciamo?

Riusciamo a dare al tempo che recuperiamo un valore ed un significato superiori a quello dell’oggetto eliminato?

È una risposta difficile da darsi, ma credo che in poche occasioni si possa essere realmente convinti di aver impiegato il nostro tempo in modo così proficuo o utile da giustificare lo spreco.

Paesi come Cuba, ove la disponibilità di risorse e beni è infinitesima rispetto alla nostra, ed ancor più rispetto a quella americana, hanno una scala di valori diversa.

I beni hanno un valore diverso in rapporto al valore del tempo, e così vengono trattati bene, riparati e trattati con cura, perché v’è ben scarsa possibilità di sostituirli, qualora divengano inservibili.

E così noi europei ci troviamo nel mezzo di una scala di valori, in una fase di ritorno verso il valore del tempo e delle cose, dopo che il boom economico che ci aveva insegnato a buttare e ricomprare tutto.

Tutto sommato, siamo nella posizione migliore: abbiamo esperito ambo le opportunità, e stiamo formulando la nostra scelta.

I paesi poveri non hanno ancora avuto modo di conoscere le opportunità del consumismo, mentre gli Stati Uniti non si sono ancora trovati costretti ad affrontare il problema.

A noi, forse, la responsabilità di trasmettere al mondo una cultura di valori più profondi, che porti anche con sé i germogli di un’economia più sana.