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Il SW, lo Stato e l’Esportazione in USA delle Tasse dei Cittadini venerdì 1 maggio 2020

Posted by andy in FLOSS, Information Security, Miglioramento, Pubblica Amministrazione, tecnologia.
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Premessa

Penso che siano pochi (sempre che esistano!) i paesi in cui tutti i contribuenti siano felici di pagare le tasse nella misura in cui le pagano: sorgono sempre dubbi sulle capacità dello Stato di spendere al meglio le risorse raccolte.

Con questo mio pensiero provo a sollevare anch’io qualche dubbio, proponendo naturalmente anche una soluzione (mai lamentarsi se non si ha qualcosa di meglio da proporre!).

Mi concentrerò in questo post su come vengano spesi i soldi per l’acquisto di software commerciale da parte della PA, suggerendo delle ipotesi per impiegare meglio almeno parte di tali fondi.

Una stima della spesa per il SW da parte della PA

Prendiamo il tema degli acquisiti di software commerciale da parte della Pubblica Amministrazione, dove la parte dei leoni la fanno sempre i soliti grandi nomi (Microsoft, Oracle, VMware, Adobe, etc.)

Escludo quindi qualsiasi software ‘custom’ sviluppato ad hoc per la PA, nonché qualsiasi servizio di assistenza, configurazione, etc.

Al paragrafo 3.2.3 (La spesa ICT per macrovoci hardware e software, pag. 32) della relazione di AgID sulla spesa ICT nella PA italiana, possiamo osservare che la spesa effettiva dal 2016 in poi, e previsionale per il 2019, è sempre stata superiore ai 700 milioni di Euro (addirittura 850 nel 2018).

Stiamo parlando di circa 12 Euro per cittadino italiano (inclusi infanti e pensionati) e di circa 64 Euro per ogni contribuente (escludendo quindi infanti, pensionati, persone con reddito minimo non soggetto a tassazione, disoccupati, etc.).

Dove vanno a finire tutti questi soldi? nella maggioranza dei casi, negli Stati Uniti.

È davvero necessario esportare tutti questi capitali, impoverendo lo Stato ed i contribuenti?

A cosa serve tutto questo SW?

Intanto chiediamoci a cosa serve tutto questo software di cui acquistiamo licenze d’uso.

In generale, possiamo suddividere tutto questo software in tre categorie principali:

  • software ‘server side’, ovverosia sistemi di virtualizzazione (VMware, …), sistemi operativi server (Microsoft, e parzialmente RedHat, ora IBM), e motori di database (Oracle, Sybase, …);
  • sistemi operativi lato client (Microsoft);
  • software di office automation e programmi di utilità (Office, Skype, Teams della Microsoft, Acrobat Pro della Adobe, etc.)

È importante anche chiederci cosa effettivamente acquistiamo: si tratta di licenze d’uso, e non della proprietà dei prodotti: acquistiamo quindi la sola possibilità di utilizzare un prodotto, sottostando alle condizioni commerciali imposte dai fornitori.

 

Una stima della spesa per il SW da Parte della PA

Ho provato a cercare il numero di dipendenti pubblici in Italia, ed ho trovato varie stime, più o meno aggiornate, ma il numero supera sempre i 3.000.000 di persone.

Non so se quella che vado a fare sia una stima corretta, ma nell’era dell’informatizzazione ipotizzerò che circa 1.000.000 utilizzi un computer per svolgere almeno parte delle proprie attività; tenendo conto dei numeri dei ministeri, oltre a quelli delle regioni e dei comuni, credo che la stima possa essere considerata ragionevole.

Naturalmente non dispongo dei numeri effettivamente contrattati dalla PA, ma sono stime ragionevoli quelle di 84$/anno per Windows 10 Enterprise (volume licensing), mentre al dettaglio Office 2019 Professional viene 440$: farò una stima di 116$/anno con una licenza analoga a quella di Windows (tanto per fare una cifra tonda di 200$/anno).

Il tutto senza contare che molto spesso i computer vengono acquistati già dotati di una licenza Microsoft, a cui occorre aggiungere quella ministeriale acquistata nei contratti quadro tra PA e fornitore

L’importo non è esatto, ma certamente non si discosta molto dalla realtà; in ogni caso, se così fosse, 1.000.000 PC x 200$ / anno = 200 milioni di dollari all’anno per Microsoft.

Se ad ogni utente viene dato un PC con Windows ed Office, ed ipotizzando che CONSIP sia riuscita ad ottenere mediamente dei prezzi di mercato, una postazione di lavoro viene a costare, come software di base, circa 200$/anno – si vadano i conti precedenti.

Non entro nel merito dell’hardware, che purtroppo in alcuni contesti non viene aggiornato in relazione alle esigenze degli utenti, ma troppo spesso viene sostituito troppo presto nonostante la possibilità di funzionare egregiamente ancora per anni.

Le licenze server di Microsoft vengono al dettaglio circa 1.000$ / processore – ipotizziamo che per la PA vengano soltanto 600$/processore, che ripartite su un periodo di 3 anni fanno 200$/anno/processore.

Quanti server e quanti microprocessori avrà la PA? Ipotizziamo (e sto facendo l’ottimista) 10.000 server e 2 core ciascuno, per un totale di 20.000 core, e quindi 20.000 core x 200$/core/anno = 4.000.000$/anno.

Veniamo ora alla virtualizzazione: quante saranno le istanze di virtualizzazione attive in Italia? Al momento non sono riuscito a reperire (e penso che sia impossibile) un numero certo.

Utilizzerò come stima il valore di una istanza ogni 10 server, che dovrebbe ottimisticamente mediare tra le installazioni con un più elevato livello di consolidamento dei server e quelli ancora non virtualizzati (senza contare tutte le installazioni di disaster recovery, che di fatto raddoppiano il numero di istanze e quindi di licenze).

La licenza per un’istanza con il servizio di assistenza e supporto per tre anni viene circa 3.000€/anno, per un totale di circa 10.000 server / 10 x 3.000€/anno = 3.000.000€/anno.

E poi ci sono Oracle, RedHat ed altri software server side di produzione, con i relativi contratti di assistenza e supporto business.

Per Oracle, ipotizzando anche soltanto 1.000 installazioni in tutta Italia (in generale su sistemi con un discreto numero di processori), ipotizzando anche soltanto 10.000$/processore/anno e 4 processori/server, troviamo 1.000 x 4 x 10.000$/anno = 40.000.000$/anno.

Ed in quanto sopra riportato non sono stati conteggiati tutti i pacchetti e moduli software aggiuntivi per l’amministrazione, il monitoraggio, l’integrazione, l’alta affidabilità, etc. etc. etc.

Come potete vedere, facendo dei conti assolutamente conservativi, emergono rapidamente le centinaia di milioni di Euro all’anno, che regolarmente vengono trasferiti negli States.

Tutto questo software commerciale è realmente indispensabile?

Chiediamoci ora se realmente tutto il software di cui acquistiamo la licenza d’uso sia indispensabile, o se possa essere sostituito da altro più economico.

Per la parte server, esistono due tipi di sistemi: quelli cosiddetti ‘di produzione‘, e quelli di sviluppo, di test, o dedicato ad applicazioni non critiche.

Per la parte client (ovverosia il computer, fisso o portatile) assegnato agli utenti, occorre chiedersi quali siano le attività che vengono principalmente svolte dagli utenti, che sostanzialmente sono:

  • consultazione della posta elettronica;
  • navigazione su Internet mediante un browser;
  • condivisione di file tra utenti;
  • office automation (redazione di documenti, gestione dati mediante fogli elettronici, e qualche presentazione …)
  • comunicazioni e videoconferenze (questo è vero soprattutto da quando si è iniziato a fare smart working in seguito alla pandemia di Codiv-19).

Naturalmente gli usi sopra descritti sono riferibili soltanto alla grande maggioranza di utenti, e non a quelli che svolgono attività particolari).

È importante ora fare una considerazione: il pianeta (inteso come infrastrutture e servizi informatici) funziona sostanzialmente utilizzando software libero (libero nel senso di open source, e non di gratuito): il fatto che un software sia libero non esclude che si possano pagare servizi di assistenza e supporto:

Perché questa considerazione?

Perché la stragrande maggioranza delle esigenze delle aziende e degli utenti possono essere soddisfatte con software libero, sia lato server che lato client.

Ciò che conta, in un ambiente di produzione, non è il ‘possesso’ di un prodotto (o almeno del diritto di utilizzarlo), ma un servizio di supporto che supporti il cliente nella risoluzione dei problemi che si presentano (e naturalmente di una consulenza per progettare e far evolvere i propri sistemi informativi).

Se leggete le condizioni di licenza dei diversi prodotti commerciali citati, noterete che sono previsti due tipi di importi da pagare: uno (obbligatorio) per acquisire il diritto di utilizzare il prodotto (alle condizioni imposte dal produttore), e l’altro (facoltativo) per avere il diritto di chiamare qualcuno chiedendo aiuto se qualcosa va storto …

Ecco, il software libero vi libera dalla prima voce, lasciandovi naturalmente la libertà di decidere se pagare un servizio di supporto o no per le applicazioni che ritenete più critiche.

Un aspetto interessante è che mentre nel caso di software proprietario, sia il costo della licenza che quello per i contratti di supporto vanno al produttore, nel caso di software libero avete (appunto!) la libertà di rivolgervi a chiunque riteniate sufficientemente qualificato per gestire i vostri potenziali problemi.

Un altro aspetto, fondamentale, che differenzia il software libero da quello proprietario, è la sua apertura: non è possibile trovarsi in situazioni di ‘lock-in’, ovverosia di essere costretti a mantenere un prodotto o un fornitore, perché le modalità in cui il produttore ha implementato alcune funzioni rende il prodotto incompatibile o non interoperabile con altri prodotti, liberi o di altre parti (limitando persino la possibilità di sviluppare in house del software di adattamento).

E concludo questo paragrafo sintetizzando il fatto che non è indispensabile utilizzare software proprietario: naturalmente esistono prodotti commerciali che sono migliori di prodotti liberi (così come è vero il contrario!); per applicazioni specifiche, in cui si ritiene che un prodotto commerciale sia più appropriato, è corretto selezionarlo ed utilizzarlo.

Ma ciò non è vero nella stragrande maggioranza dei casi.

Sicurezza nazionale

A parte ogni considerazione sugli aspetti economici, è da considerare anche l’aspetto della sicurezza nazionale; infatti come può lo Stato essere certo che non vi siano backdoor all’interno del software acquistato (anzi: licenziato) e che non vi siano meccanismi che possono consentire a ‘qualcuno’ di bloccare il funzionamento del software?

Di fatto il solo meccanismo dell’attivazione del software è un meccanismo simile: se il software non viene riconosciuto come valido dalla casa produttrice (o da un suo sistema installato nelle reti aziendali), il software smette di funzionare.

E c’è di peggio: l’utilizzo sconsiderato che si è recentemente iniziato a fare in occasione dello smart working di tecnologie quali Skype, Teams, WebEx, GSuite, Google Drive, OneDrive, (Dropbox?), ha di fatto messo in mano ad aziende private statunitensi una quantità smodata di documenti e conversazioni riservate ad ogni livello istituzionale.

C’è qualcuno che ha fatto un’analisi dei rischi? Ritengo di no, altrimenti si sarebbero prese altre strade da molto tempo.

Adozione del software libero nella PA

Con il CAD, la PA si è imposta delle regole finalizzare a razionalizzare la spesa e ridurre gli sprechi (e, perché no? anche l’impoverimento dello Stato con esportazione continua di capitali all’estero), imponendo la predilezione del software libero, a meno di motivatissime e documentate ragioni.

Ulteriore aspetto fondamentale è che la PA si è imposta l’obbligo dell’adozione di standard aperti, che garantiscono l’interoperabilità tra piattaforme di qualsiasi tipo: ciò di fatto esclude ogni software proprietario che implementa funzioni, o formati di dati, o protocolli, non interoperabili con le omologhe implementate mediante standard aperti.

Quanto sopra porta al fatto che la PA deve utilizzare soltanto software libero, a meno di specifiche e giustificate ragioni, e che qualsiasi software sviluppato per la PA deve conformarsi soltanto a standard aperti (per i formati dei dati, dei file, per i protocolli di comunicazione, etc.), e deve essere rilasciato sotto licenza libera.

Limiti e problemi nell’adozione del software libero nella PA

Quanto esposto al punto precedente è un ideale (speriamo che non sia un’utopia).

Cosa limita la PA nel rispetto del CAD che essa stessa si è data?

Le ragioni sono tante, e non penso di riuscire ad identificarle tutte in questo post; tuttavia, tra le tante, vediamo:

  • mancanza di informazione: se ogni dipendente statale venisse informato sul costo del software che pretende di utilizzare al posto di quello libero, e di quanto soldi ogni anno gli vengono trattenuti sullo stipendio per le tasse, probabilmente accetterebbe più favorevolmente l’evoluzione;
  • disinformazione diffusa: troppo spesso gira la voce che il software libero non è all’altezza di quello libero, ma se gli utenti sapessero che i propri smartphone utilizzano software libero, così come FaceBook, Google ed il proprio router Internet di casa, probabilmente proverebbero a considerare la cosa con maggior obiettività;
  • direttori e dirigenti non sufficientemente competenti, responsabili e motivati, che spesso vedono in queste attività soltanto la fatica immediata, le seccature derivanti nel breve termine, e qualche responsabilità da assumersi con scelte a volte non comode;
  • mancanza di adeguate competenze di committenti e responsabili di sistema, e dell’eventuale supporto specialistico, senza le quali non è possibile preparare adeguati capitolati e specifiche di collaudo;
  • … e (perché no?) potenziali interessi (visti i numeri in gioco) che esulano da quelli dello Stato (come si dice, a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca …).

Cosa si può (e lo Stato dovrebbe) fare …

Premetto che so che lo Stato ha tempi lunghi, ed il CAD lo dimostra: è del 2005, ma a distanza di 15 anni ancora il software e le comunicazioni sono in mano agli Stati Uniti (si colga ora l’occasione per rileggere il paragrafo sulla sicurezza nazionale …).

Cosa si potrebbe fare? occorre agire almeno sui seguenti fronti:

  • tecnico / legale: predisporre specifici allegati standard, sia tecnici che legali, che devono essere acclusi ad ogni bando di gara per forniture software, chiarendo quali sono gli standard (aperti!) adottati dalla PA e quali sono le modalità standard per l’interoperazione e collaborazione tra sistemi; tali documenti devono definire anche in modo chiaro e formale come devono essere predisposte le specifiche di collaudo ed accettazione, in modo da evitare situazioni in cui la PA è costretta ad accettare delle forniture inadeguate perché i requisiti progettuali sono stati prodotti da persone non competenti o senza cognizione della destinazione d’uso del prodotto da realizzare;
  • formazione delle stazioni appaltanti: è indispensabile formare e fornire gli strumenti alle stazioni appaltanti per verificare la conformità normativa delle richieste di acquisto per software commerciale e per lo sviluppo di software applicativo per la PA;
    per il primo, deve esistere la necessaria analisi prevista dal CAD, sottoscritta da una persona competente e responsabile per il progetto da realizzare, e
    per il secondo, occorre accludere ai bandi gli allegati standard di cui sopra per tutte le commesse di sviluppo software, in cui sia chiarito che qualunque prodotto che non si conformi a standard aperti, e che non si conformi alle architetture ed ai requisiti standard definite dalla PA non potrà essere collaudato né accettato;
  • client: questa è la nota dolente: l’utente finale è estremamente refrattario ai cambiamenti; tuttavia piattaforme client non standard lasciano aperta la strada ai fornitori per lo sviluppo e la fornitura di sistemi che mantengono il lock-in del cliente; occorre pertanto fare un censimento incrociato delle applicazioni utilizzate e degli utenti che le utilizzano (non tutti usano tutto), ed iniziare a riconfigurare tutte le postazioni che non hanno requisiti particolari con postazioni basate interamente su software libero;
    mano a mano che si procede emergono le applicazioni non standard, per cui la PA dovrà appaltare l’adeguamento), ed il cosiddetto shadow software, ovverosia tutti quei programmi sviluppati autonomamente dagli utenti e dagli Uffici, in mancanza di strumenti previsti e realizzati dall’Amministrazione; per tutti questi occorrerà procedere all’adattamento a software libero (e meglio ancora all’assimilazione del software trasversalmente più utile a livello nazionale), e quindi al conseguente aggiornamento a software libero dei computer degli utenti;
  • server: pur essendo vero che per alcune applicazioni possono essere necessari prodotti commerciali specifici, ciò non è necessariamente vero per tutte le applicazioni e per tutti i contesti; molte volte viene utilizzato software proprietari (e molto costoso) dove in realtà non vengono utilizzate funzionalità specifiche, ma soltanto quelle standard (penso ad esempio al file management, o al linguaggio SQL per i database); inoltre anche per gli ambienti di sviluppo e prova è spesso possibile utilizzare software libero (penso ad esempio agli ambienti di virtualizzazione, ai sistemi operativi ed ai database).
    Esistono inoltre piattaforme di amministrazione e gestione (software libero) che consentono di amministrare e gestire in modo uniforme ambienti e piattaforme liberi e non, così da non richiedere la duplicazione di know-how, competenze e persone per la gestione dei sistemi.
  • middleware: software legacy, datato, non conforme agli standard e che presuppone l’esistenza di software non standard lato server o, peggio, lato client, deve essere rapidissimamente aggiornato o sostituito, in quanto è un anello chiave nella catena che tiene legato il cliente ai produttori di software proprietario;
  • educazione: praticamente in tutte le scuole i docenti utilizzano software proprietario (si legga, Windows e MS Office), privando gli allievi della necessaria informazione per scegliere liberamente, e costringendo i genitori a spendere soldi per acquistare qualcosa che non è necessario (e di questi tempi i soldi non piovono dal cielo …); se poi una famiglia ha più figli, le licenze per il sistema operativo e per la suite di office automation si moltiplicano ….
    I genitori stessi non sanno di avere una scelta: lo Stato deve fare informazione.
  • divulgazione: lo Stato dovrebbe provvedere all’informazione e all’educazione dei cittadini; un semplice spot della Pubblicità Progresso, anche trasmesso non frequentemente, potrebbe iniziare a far girare la voce che esistono delle alternative …

Approccio economico

L’obiettivo di questo mio post non è quello di portare a tagli sconsiderati e ad un risparmio selvaggio: in medio stat virtus, diceva Aristotele (ovviamente lo diceva in greco antico) …

Ritengo che un buon obiettivo potrebbe essere quello di mantenere una spesa di 200 milioni per il software critico o per cui non vi è un’adeguata alternativa libera (e questo include principalmente il software server side).

Dei restanti circa 500 milioni, se ne potrebbero dedicare inizialmente 200 per l’adeguamento e la normalizzazione di tutti gli applicativi non conformi al CAD, ed i 300 rimanenti potrebbero essere ripartiti con un piccolo risparmio per lo Stato (100) ed un investimento (200) in formazione del personale della PA e per la creazione di posti di lavoro per un nuovo ecosistema di persone ed aziende italiane specializzate nel supporto al software libero ed al supporto agli applicativi della PA.

A tendere (nell’arco di 3-4 anni) su può puntare ai soliti 200 milioni per software critico, 250 di risparmi per lo Stato, e 250 di investimenti nell’ecosistema del software libero e delle aziende specializzate nel supporto ed evoluzione dello stesso.

Nel suo piccolo, quest’idea porterebbe ad un risparmi di 1 miliardo di Euro ogni quattro anni, e ad un investimento analogo nella creazione di posti di lavoro.

Conclusioni

L’Italia soffre oggi di un retaggio derivante dal periodo delle ‘vacche grasse’ del boom economico, della lottizzazione politica e degli interessi particolari posti sopra a quelli dello Stato.

L’inerzia delle Istituzioni, la mancanza di competenze e la deresponsabilizzazione ad ogni livello (ed attualmente anche la pandemia Covid-19) hanno portato l’Italia ad accumulare un debito spaventoso.

Non esiste una soluzione unica che possa risolvere questo problema, ma anche un rapido intervento sul risparmio sul software potrebbe portare lo Stato a ridurre il continuo impoverimento dei cittadini mediante esportazione dei capitali, riducendo al contempo le spese, ed investendo almeno parte delle risorse recuperate nella creazione di posti di lavoro.

Riferimenti

 

Fine dell’open souce e Friburgo? Ci vorrebbe un po’ di onestà mentale … giovedì 22 novembre 2012

Posted by andy in FLOSS, Internet e società.
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Leggo oggi che che la città di Friburgo, in Germania, sta decidendo di abbandonare OpenOffice per tornare al software proprietario della suite Office della Microsoft (edizione 2010 o forse 2013, con un e sborso previsto di circa 600.000€).

Personalmente la cosa mi dispiace, dato che credo fermamente nel modello del software libero, e che quei 600.000€ potrbbero essere spesi per migliorare LibreOffice nell’interesse proprio e di tutto il mondo, invece che andare ad alimentare quella continua emorragia di capitali dall’Europa verso gli Stati Uniti.

D’altra parte non posso condannare la scelta, almeno sulla base delle informazioni che sono state pubblicate.

Le motivazioni addotte sembrano essere che OpenOffice risulta essere ‘underperforming’ rispetto al software della Microsoft, e che in Germania soltato il 27% della popolazione utilizza software libero, contro un 72% che utilizza software della Microsoft.

Motivazioni un po’ fragili e non oggettivamente documentate.

Ci vorrebbe un po’ di onestà mentaleda parte dei tedeschi di Friburgo, e forse anche da parte di tutti.

È vero che le suite libere (LibreOffice, OpenOffice) e quella di Microsoft non sono completamente compatibili.
È anche vero che i prodotti di Microsoft sono più evoluti.

Resta solo da capire a chi dare la colpa.
È un errore voler abbandonare a priori Microsoft per il mondo libero (e illusoriamente gratuito), come lo è il voler tornare al mondo proprietario perché il software libero non si comporta identicamente a quello proprietario.

L’errore stà nel considerare come standard il formato di documenti trattato dal mondo Microsoft.
Sarebbe molto più onesto partire dallo standard vero (ODF), e chiedersi quale sia la suite che rispetta meglio lo standard.
È fondamentale capire che al centro devono stare i dati: ieri li aprivamo con Microsoft, oggi con LibreOffice, e domani con la suite StarTrekOffice; l’importante è poterli continuare ad aprire, e lasciare spazio al mercato per poter sviluppare software sempre migliore, cosa che si può fare solo se c’è trasparenza sul formato di ciò che deve essere trattato.

È possibile che chi non si comporta bene nel trattare i documenti ODF sia la suite Microsoft, e non OpenOffice: occorrerebbe un processo di certificazione dei prodotti software rispetto a quanto previsto dagli standard.
È anche possibile che le suite libere non implementino correttamente lo standard, e questo potrebbe essere un motivo accettabile per tornare indietro (sempre che quella di Microsoft sia meglio, nel rispettare lo standard).
Restano poi i casi in cui l’automazione dei processi aziendali sia stata pesantemente realizzata sfruttando caratteristiche proprietarie del mondo Microsoft e che non hanno un equivalente nel mondo libero: di fronte a questo tipo di problemi, risulta fondamentale analizzare i costi di adattamento delle personalizzazioni rispetto al costo da sostenere per l’acquisto ed il mantenimento delle licenze software.

È tempo di farla finita con le crociate fondate sull’aria fritta o su partiti presi: non ci si può più permettere di sprecare soldi dei contribuenti a causa delle simpatie, della prigrizia o dell’ignoranza di chi deve gestire le strategie di miglioramento su mandato e nell’interesse dei cittadini (e con lo stipendio pagato da loro).

A proposito di onestà mentale, e per i nostri amministratori pubblici: è fondamentale che venga ufficializzato per legge che i documenti pubblici devono essere salvati e scambiati soltanto in formati aperti e liberi.
È inutile fare le guerre tra Microsoft e software libero, se gli utenti continuano (per propria ignoranza e per la mancanza di obblighi di legge) a scambiarsi documenti in formati proprietari.

Fissato lo standard sul formato dei documenti, chiunque può scegliere liberamente in base alle proprie esigenze quale sia il prodotto più appropriato sia per funzionalità che per costo.

Un pensiero su un pensiero sul Linux Day venerdì 16 novembre 2012

Posted by andy in FLOSS, Internet e società.
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Il 27 Ottobre si è tenuto il LinuxDay 2012.

Uno degli obiettivi dell’evento è da sempre quello di diffondere la conoscenza su Linux, ed in senso più ampio, del software libero.

Ho tuttavia letto commenti di partecipanti (persone assai specializzate, dette anche geek, guru, o altro) piuttosto deluse, e non dalla qualità, o tecnicità, o professionalità delle sessioni e dei contenuti, quanto dal fatto che sono stati troppo orientati agli specialisti del settore, e troppo poco agli utenti finali.

La lamentela riguarda il fatto che orientando i contenuti ad una elite, si perdono di vista gli utenti comuni, ed un ultima analisi, si tradisce l’obiettivo dell’evento.

Ecco qualche mia idea per l’evento dell’anno prossimo:

Primo: finalmente la legge impone a tutte le PA l’utilizzo OBBLIGATORIO di software libero, a meno di giustificatissimi e motivatissime esigenze; perché non pensare a qualche sessione dedicata a presentare l’utilizzo del software libero in un normale contesto lavorativo per la PA? Pensate alla scuola, agli uffici, etc.

Ovviamente senza tecnicismi: semplicemente dimostrare operativamente ai partecipanti l’utilizzo quotidiano di sistemi liberi per fare quelle che sono il 99% delle attività quotidiane: autenticazione dell’utente, navigazione, e-mail, ascoltare musica, consultare documenti, word processing, gestire fogli di calcolo, etc.
Giusto per dimostrare come si possa familiarizzare in poco tempo con un sistema che consente di fare ciò che si fà quotidianamente, ma senza pesare sulle tasche di tutti i cittadini con costi di licenze e contratti di assistenza ed upgrade obbligatori.

Secondo: presentare (al fine di promuovere) le certificazioni specifiche del mondo FLOSS, e l’ecosistema di persone ed aziende che in questo know how credono ed investono.
Lo scopo è sia quello di far capire che non si è soli se si decide di intraprendere questo percorso (e lo si DEVE intraprendere, per legge), sia di dare visibilità al mondo dei professionisti e delle aziende che possono dare supporto qualificato.

Terzo, dedicato ai ‘tecnici’ del settore, ovverosia a quelle persone che, volenti o nolenti, si trovano costrette ad implementare ed a gestire infrastrutture ICT, ed al loro management.
È fondamentale far capire che FLOSS non significa budget = 0; i costi di implementazione e di conduzione delle infrastrutture rimangono; ciò su cui si risparmia sono i costi di licenza (moltiplicati per una base di utenti spesso molto vasta), e sui costi di upgrade obbligatorio (e spesso di rinnovo forzato dell’hardware, a causa dei requisiti sempre più elevati delle nuove release del software.
Mi sento di raccomandare un intervento dedicato alla valutazione della spesa ricorrente in licenze software, sia a livello di singola struttura che a livelo nazionale, in modo da dare dei numeri concreti sia a chi ogni giorno diventa matto a far quadrare il bilancio, sia ad ogni cittadino, che può farsi un’idea di quante delle proprie tasse vengono girate ad aziende (principalmente straniere) per la prigrizia individuale di non voler provare qualcosa di nuovo.

Quarto: forse vale la pena dedicare un po’ di tempo all’analisi delle tipiche applicazioni che vengono realizzate nella PA per aumentare la produttività, e le implicazioni legate all’utilizzo di linguaggi, ambienti e piattaforme proprietarie, rispetto ai corrispondenti liberi.

In conclusione, è mia idea che al fine di promuovere l’adozione del software libero presso l’utente comune, è fondamentale lasciare i panni dello specialista, guru, smanettore, geek, etc. etc. etc., per indossare quelli dell’utente che dovrà, attivamente o passivamente, adeguarsi ad un mondo di software sempre più libero.

Adottare il FLOSS nella PA e nelle grandi aziende mercoledì 30 dicembre 2009

Posted by andy in Internet e società, Miglioramento.
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La lotta tra il software libero e quello proprietario si fonda ancora oggi su pregiudizi che sono controproducenti sia al primo che al secondo.
Le guerre di religione fanno perdere di vista l’obiettivo, rinunciando ai benefici dell’uno e dell’altro.

Senza la presunzione di voler essere esaustivo, considero in questo articolo un particolare aspetto relativo all’adozione o meno di software libero (FLOSS) nelle grandi realtà (P.A. e grandi aziende).

Non che le considerazioni non si applichino a realtà più piccole, ma i numeri sono meno importanti e quindi meno significativi ai fini del ragionamento che intendo presentare.

Le ragioni con cui si tende a sostenere l’acquisto di software proprietario sono molte, ma in generale non sono oggettivamente correlate ad una reale valutazione dell’effettiva necessità.

Non metto in dubbio che Office della MS sia più evoluto, etc. etc. etc., ma il 99% degli utenti non utilizza il 99% delle funzioni non disponibili in prodotti liberi.

In pratica chi è responsabile dei sistemi dovrebbe iniziare a ragionare ed a chiedersi quali utenti e quali servizi aziendali realmente necessitino di un software più evoluto (suite di office, di CAD, etc.) tali da richiedere un software specifico.

In questo modo risulterebbe possibile concentrare gli investimenti là dove servono, invece che sprecarli a pioggia su tutti gli utenti indistintamente.

Dal punto di vista commerciale questo approccio avrebbe un ulteriore vantaggio, in quanto si premierebbe la Qualità del software proprietario, che potrebbe essere venduto a cifre superiori (anche molto) per unità.

Tanto per fare un esempio concreto, in una grande azienda si può dare OpenOffice a tutte le segreterie, ma dare prodotti commerciali evoluti ai grafici, all’editoria, etc. predisponendo workstation ben carrozzate, invece che essere costretti a comperare dei super-computer anche alla segretaria che più che scrivere lettere e leggere le e-mail non fà, soltanto perché il sistema operativo vuole hardware dell’ultima generazione e disco e RAM da fantascienza soltanto per farci gli effetti (sceno)grafici.

In questo modo non ci si trova poi a dover piangere miseria quando un grafico si lamenta dell’esiguità della memoria e della CPU del proprio PC.

E giusto per fare contenti i top manager (vedi anche legge sul copyright e 231/2001) si avrebbero un mare di preoccupazioni in meno per la continua necessità di censire le licenze del software installato, per scoprire che, chissà come, ce n’è sempre qualcuna non autorizzata …

A compendio di quanto detto sopra, osservo come la gente tenda a dimenticare che il sistema operativo (Windows, Linux, OSX, e chi più ne ha, più ne metta …) è soltanto una ‘propaggine’ dell’hardware destinata a consentire l’interazione tra l’utente e l’hardware stesso.

Un grave errore che viene oggi fatto (un po’ per ignoranza e un po’ per l’indisponibilità di alcuni importanti prodotti su piattaforme libere) è di condizionare la scelta del sistema operativo al software che si vuole utilizzare, o peggio, pensare che S.O. e software siano due entità inscindibili.

Software virali ed anticorpi mercoledì 15 luglio 2009

Posted by andy in Internet e società, tecnologia.
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È stata rilasciata la terza versione di Silverlight, la tecnologia di Microsoft che rivaleggia con Adobe Flash.

Al giorno d’oggi appare inaccettabile che la visualizzazione di filmati on-line sia in mano a monopolisti come Adobe con Flash e Microsoft con Silverlight; parlo della semplice visualizzazione e non dei vari annessi e connessi disponibili nel plugin.

Ognuno deve poter essere libero di visualizzare i filmati on-line con il plugin che piu’ gli piace, magari anche open source.

Si discute di libertà di scelta del browser, ma questa limitazione secondo me e’ altrettanto grave, se non di più.
Ma la commissione europea anti trust a proposito di software evidentemente non si occupa molto altro se non di quello che riguarda Internet Explorer …

Questa è una cosa importante, che tuttavia in pochi comprendono.
La standardizzazione non deve essere fatta a livello di programma, ma di dati e di protocolli.

Stabilito uno standard per codificare e trasferire l’informazione, la concorrenza si può sbizzarrire e competere sulla Qualità (prestazioni, robustezza, usabilità, …), e per questa farsi anche pagare.

Invece siamo ancora alla guerra dei formati, ove tutti implementano funzionalità equivalenti, ma attraverso formati proprietari.

Chi ne fa le spese? L’utente, ovviamente, che deve riempire il proprio computer di programmi e di plugin omologhi, di browser diversi, di office diversi, e continuare a sostituire il computer perché la CPU e la RAM non bastano mai.

Senza contare che certe cose, senza il giusto sistema operativo, non vanno.

Internet non sarebbe ciò che è se non fosse basata su protocolli standard.

La cosa forse più interessante e più nascosta della notizia per quanto riguarda la proliferazione di entità proprietarie, è che alla fine quando queste diventano troppo ‘virali’ (vedi IE e Windows) iniziano a svilupparsi gli anticorpi (altri browser, altri sistemi operativi, …), che tendono a proteggere l’organismo (la Rete) dal propagarsi dell’infezione.

Pagare per vendere … giovedì 18 giugno 2009

Posted by andy in Internet e società.
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Credo che questo sia un segno dei tempi, e di come si stiano rivoluzionando e stravolgendo i modelli di business.

Il software open source (non tutto, ovviamente) ha raggiunto e superato in qualità quello commerciale.

Pur essendo gratuito, Internet Explorer 8 è stato escluso dalla distribuzione europea di Windows 7, a causa delle decisioni della commissione antitrust europea.

IE8 è gratuito, come Firefox e praticamente tutti i browser più diffusi, ma si diversifica da essi in due aspetti: in primo luogo è closed source, e soprattutto è un cavallo di troia fondamentale per la Microsoft per mantenere la propria posizione dominante sul mercato dei sistemi operativi.

MS-IE8-treasure È così importante che la Microsoft è arrivata a promettere donazioni in beneficenza per ogni download del suo browser, e addirittura per creare una caccia ad un tesoro di 10.000$, che potranno essere trovati soltanto da un utilizzatore di IE8.

Godiamo oggi i benefici di una guerra iniziata tanti anni fa, tra Netscape ed Internet Explorer, una guerra fatta soprattutto di fuga dagli standard, per ‘fidelizzare’gli utenti (oggi si dice ‘lock-in’).

Viene da pensare allo scontro tra Davide e Golia ma … è davvero così?

In realtà no:non è più il tempo dei sognatori, che dedicavano il proprio tempo per lasciare al mondo una parte di sé, nella forma di programmi.

Ormai si tratta di uno scontro tra titani: da una parte la potenza economica della Microsoft, e dall’altra quella di tutte quelle aziende che hanno speso fortune per inseguire il mercato che la Microsoft anno dopo anno creava (vedi anche FUD).

Troppi denari sono stati spesi per sviluppare software che fosse compatibile sia con gli standard ufficiali, sia con quelli modificati ad arte dalla Microsoft.

Il browser è ormai diventato la finestra sul business; il sistema operativo non è più l’elemento facilitante per lo svolgimento delle proprie attività; è invece ormai la nuova generazione del BIOS, quel pezzo di software che tutti i computer devono avere per poter essere utilizzati.

Il business non è più sul software da installare, ma sui servizi da utilizzare.

Gestire il proprio computer, installare ed aggiornare il software, effettuare il backup dei propri dati sono diventate operazioni non banali, e soprattutto operazioni che portano via tempo ai propri interessi ed al proprio business, oltre che essere un costo che in generale si tende ad evitare (con tutti i rischi del caso).

Ed ecco che il mercato si difende, investendo cifre non indifferenti in tecnologie che consentono di svincolare gli utenti dal monopolio della Microsoft.

Un tempo si sviluppava software per guadagnare … oggi Microsoft è messa alle corde, e si trova costretta a pagare perché gli utenti non si rivolgano alla concorrenza.

Il mondo sta davvero cambiando.

The Open Source as a new business opportunity giovedì 28 maggio 2009

Posted by andy in airport ICT technology, Etica, Internet e società, Progetti.
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I’ve been describing in a forum an opportunity to design competitive open source information systems for airports and airlines, and someone replied that, being basically a nice idea, it has a ‘but’.

He confirms to me that the old business model supporters have real difficulties in facing the market with this new approach.

It seems strange, because there is a number of flourishing open source companies in the  world, making business, earning money, and offering interesting products and services.

And here is my ‘but’.
I strongly believe that the open source approach is the future for the software (and not only; the same for CC licenses, etc.).
It is just that the business model that is different from the traditional ones.
As an example, just check for ReddHat, MySQL, etc.

In the past all the companies focused their business on the large customers, those with money to spend.
But such customers are not many, and now also they have to face a different market, low cost airlines, the worldwide crisis, etc.

In addition, I always tried to develop innovative projects, for my satisfaction and my pockets,but not only that.
I think we can develop such things doing something good and useful for the markets that don’t have great opportunities.

I believe that money flies, and if you want to create business opportunities somewhere, you need an aircraft flying there.
Not many people likes to spend more than few hours of travel to make business.

The open approach creates opportunities.
Added value software modules and services are the revenue-making opportunity.

I have a long experience in designing innovative airport information systems around the wolrd, and I have a number of ideas that can be useful to the market, but that cannot easily be ‘digested’ by traditional and conservative business.

Il difficile rapporto tra P.A. ed Open Source lunedì 27 aprile 2009

Posted by andy in Internet e società.
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In un tempo in cui l’Open Source vive in un limbo tra cultura hacker underground, fattore di business, e elemento di immagine da cavalcare politicamente per raccogliere qualche voto in più, qualcuno ricorda che la PA già ragiona in termini di Open Source.
Ma è davvero così …?

Addirittura, l’Associazione per il software libero ha deciso di lanciare la campagna Caro Candidato, per associare il nome dei candidati ad un impegno per l’adozione dell’Open Source nella PA.

Qualcuno sottolinea che quando la PA commissiona lo sviluppo di in SW, ne acquisisce automaticamente la proprietà dei sorgenti.

Teoricamente, è vero.
In pratica chi produce il software tende a guardarsi bene dal mettere in condizioni il cliente (la PA) di entrare realmente in possesso dei propri sorgenti, assicurandosi un monopolio di fatto per tutta la manutenzione correttiva ed evolutiva del software.

Possedere dei sorgenti non significa avere un CD pieno di righe di codice: significa invece avere una procedura di consegna per cui il produttore consegna un CD con i sorgenti, un manuale per la compilazione, installazione e configurazione del prodotto, ed il cliente, seguendo pedissequamente le procedure fornite, perviene al risultato richiesto e funzionante.
Su questo si fanno i collaudi ed i test di accettazione.

E questa sarebbe la teoria; in pratica però la PA:

  1. ha ben pensato di non strutturarsi mai in questo senso, in modo da lasciare (scientemente o meno) il monopolio in mano ai soliti produttori / fornitori;
  2. non pubblica on-line i sorgenti dei propri prodotti, in modo che qualsiasi softwarehouse interessata ad entrare nel mercato possa investire tempo e denaro nell’acquisizione del necessario know-how per mettersi in competizione;
  3. non ha mai pensato che i manuali (quelli veri, intendo, e cioè quelli che davvero, se correttamente seguiti, consentono di riprodurre il software commissionato), e tutto il resto costano soldi, e che le gare per lo sviluppo del software non possono essere fatte al ribasso selvaggio (‘pay peanuts, get monkeys …’ dicono gli americani …).

In pratica, non credo molto alla politica che si fregia del marchio ‘Open Source’ per ottenere il voto degli informatici che sanno quanti soldi vengono ‘regalati’ all’estero ogni anno (e con ‘regalati’ ho utilizzato un eufemismo, per non andare a sollevare il sospetto su pesanti interessi di qualcuno, viste le cifre che girano …).

Crederei molto di più ad un politico che inserisse nel proprio programma l’impegno a pubblicare on-line tutto il SW della PA, e che promuovesse la peer review e la collaborazione di tutti gli uffici coinvolti (che spesso dispongono di personale qualificato e personalmente motivato, che viene smontato giorno dopo giorno da burocrazie e logiche insensate).

Effetti della politica commerciale di Microsoft per IE mercoledì 8 aprile 2009

Posted by andy in Internet e società, tecnologia.
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Mi sono imbattuto in un post di un netizen che, in assoluta onestà, dice di utilizzare IE7 e di trovarsi soddisfatto.

Ad avallare questa sua scelta porta anche ragioni quali gli aggiornamenti continui di Microsoft, e la dimensione stessa dell’azienda, che garantisce stabilità e continuità nel tempo, ed una maggiore forza commerciale rispetto ad Opera, Mozilla Foundation, etc.

D’altra parte chiede come mai in tanti affermino la (presunta?) superiorità degli altri browser.

Le ragioni che portano a questo vivace confronto sono molte, ma spesso molto sottili e nascoste.

Fermo restando che la preferenza personale non va messa in discussione (ma per essere una reale preferenza, dovrebbe almeno essere supportata dall’aver provato ad utilizzare e confrontare i vari strumenti), esistono anche motivi commerciali, tecnici ed economici per cui la scelta può propendere per un browser piuttosto che un altro.

Per quanto riguarda i browser della MS, questi soffrono di scelte tecniche condizionate dalle politiche commerciali; Microsoft ha sempre cercato di consolidare il proprio mercato implementando modifiche agli standard, in modo da costringere gli utenti ad utilizzare i propri prodotti perché gli altri non implementano le specificità proprietarie dei prodotti MS  (vedi guerra dei browser tra IE e Netscape).

Quando una scelta tecnica è condizionata dalle scelte commerciali ti trovi per forza di cose ad implementare qualcosa che non è l’optimum tecnico, e questo è un fatto ben noto a tutti gli sviluppatori che si trovano a dover realizzare prodotti venduti a tavolino da commerciali senza essere stati preventivamente interpellati.

Altro aspetto che ha impatto sulla qualità intrinseca di IE è il fatto che, proprio per scelte commerciali, alcuni componenti del browser non stanno nel browser, ma nel sistema operativo; questa scelta è stata fatta da Microsoft per impedire agli utenti degli altri browser di poter usufruire appieno di caratteristiche e funzionalità che MS stessa mette all’interno dei suoi prodotti server (Exchange, SharePoint, etc.); se utilizzi IE, questo è in grado di utilizzare componenti di Windows che servono per il corretto funzionamento dell’applicazione; altrimenti sei costretto ad utilizzare interfacce scarne che sono implementazioni surrogate e limitate di quelle native di Windows.

Peggio ancora è il fatto che, proprio per il fatto che alcuni componenti del browser risiedono all’interno del sistema operativo, qualsiasi vulnerabilità del browser mette a rischio l’intero sistema; una seccatura collaterale è che alcuni aggiornamenti del browser, così come la sua installazione e (teorica) disinstallazione, richiedono il reboot del sistema, cosa che non avviene credo per nessun altro browser, che è di fatto un programma come tutti gli altri, che sta SOPRA e non DENTRO il sistema operativo.

Altra considerazione in merito al confronto tra browser proprietari e a codice aperto è che se Microsoft decide di abbandonare IE6, l’utente (e il produttore di applicazioni) non puoi farci nulla: se è costretto ad utilizzarlo perché IE7 non è per qualche motivo completamente equivalente o compatibile, ha due possibilità: o rinuncia alla propria applicazione, o rinuncia agli aggiornamenti al browser.
Con un browser open, per quanto obsoleto, è possibile decidere di farsi da soli gli aggiornamenti (o comunque di commissionarli a consulenti) in modo da portare avanti il proprio business.

Altro aspetto non irrilevante al giorno d’oggi è che i browser open sono disponibili su piattaforme anche diverse da Windows, e si comportano in modo uniforme su tutte; IE può essere utilizzato soltanto su sistemi Windows.
Se per qualche motivo si è costretti ad utilizzare per forza IE (che è gratuito), si è implicitamente costretti a pagare la licenza di Windows, anche se del sistema operativo non interessa neanche un componente.

Altro aspetto che avvantaggia i browser open è la loro modificabilità ed estendibilità, basata soprattutto sul fatto che il progetto non è condizionato da scelte commerciali ma da esigenze pratiche, e che la disponibilità di sorgenti e documentazione consente di creare personalizzazioni, plugin, estensioni etc. secondo le proprie esigenze.
Dalla parte MS ci si possono aspettare (in generale) soltanto estensioni realizzate dalla MS o da società che lo fanno per soldi, e soprattutto soltanto se in linea con le politiche commerciali dell’azienda.

Per chi realizza applicazioni, dei browser open è possibile prendere anche soltanto alcune parti del browser da integrare in applicazioni custom: con IE puoi soltanto prenderlo tutto in blocco, incluse tutte le parti che non ti servono.

La politica commerciale di Microsoft fa sì che un sito realizzato utilizzando soltanto tecniche e linguaggi standard funzioni alla perfezione con FF, Opera e Chrome: sfortunatamente altrettanto non vale per IE6 e IE7 e IE8, rilasciato nel 2009!!!!

E questo cosa significa? Significa che Microsoft sta utilizzando da anni la propria posizione dominante per costringere gli sviluppatori ad utilizzare le specificità inserite nei propri prodotti perché la principale base di installato è di IE (varie versioni), e lo sviluppatore non ha voglia di mettersi a riscrivere le medesime cose in varie forme per supportare anche gli altri browser.

Un evento a parer mio epocale è l’annuncio di Google di non voler più supportare IE6 in GMail, proprio perché costano troppo di sviluppo senza aggiungere nulla alle reali funzionalità fornite dai server.

Altro esempio? Come mai Microsoft ci ha messo tanti anni a decidersi a supportare il formato PNG delle immagini?
È un formato aperto, e nonostante tutto ancora oggi con IE6 non viene visualizzato correttamente; in tutti questi anni una piccola patch correttiva avrebbero potuto rilasciarla, visto che le capacità per gestire i GIF (che sono sostanzialmente equivalenti) e tanti altri formati delle immagini ci sono.

Se per curiosità punge vaghezza di guardare il sorgente di una pagina di Gmail, si provi a notare quante specificità ci sono per ogni browser.

Ogni ‘if’ costa tempo e denaro per lo sviluppo ed il test dei risultati prodotti.
Tutto denaro sprecato, perché basterebbe scrivere le cose una volta sola, conformandosi agli standard.

Se gli standard non sono adeguati, si estendono e si migliorano.
Per curiosità, è possibile andare a vedere i risultati dei test ACID3 di conformità agli standard dei browser.

La P.A. ed i finanziamenti per l’Open Source mercoledì 3 dicembre 2008

Posted by andy in Internet e società, Miglioramento, pensieri.
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Leggo che la Regione Lazio stanzierà 4 milioni di Euro a favore di progetti a codice aperto, e che gran parte di tali denari saranno destinati ai progetti di innovazione tecnologica dalla Regione, e saranno utilizzati per investire sul software libero e sulla migrazione da piattaforme proprietarie a piattaforme open.

In pratica è probabile che si spendano quasi tutto per sostituire fileserver e webserver Microsoft con Linux e Apache; ho invece seri dubbi su quanto verrà realmente sviluppato ex-novo sotto licenza libera.

Io sono pro software open, ma qui sembra tanto che si stia cavalcando una moda, tanto per dare l’idea di essere all’avanguardia.

I nostri amministratori pubblici evidentemente non hanno ancora capito che open non significa necessariamente più economico, soprattutto se tutti ri-sviluppano da zero le medesime funzionalità.

Manca una visione ed un coordinamento nazionale.
Tutti gli uffici, tutte le regioni, le provincie, i comuni, hanno le medesime esigenze, che sono legate ai servizi che devono erogare ai cittadini.

Eppure tutti stanziano fondi non per sviluppare una nuova funzionalità per tutta la nazione ad integrazione di servizi già pensati, ma per risvilupparsi in casa le medesime funzionalità già sviluppate da altri.

E qui il CNIPA ha una sostanziale responsabilità, e forse varrebbe la pena che provasse ad ascoltare un po’ di più i suggerimenti di chi questi problemi li ha già vissuti e li affronta ogni giorno.

Aggiungo: si parla di 4 milioni di Euro. Sembrano tanti.
Qualcuno può gentilmente indicare quanto viene invece speso per lo sviluppo di software closed source?
Non mi stupirei se ci fosse un rapporto 1:100 …