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… forse manca una strategia per la formazione a livello nazionale … domenica 2 febbraio 2014

Posted by andy in Information Security, Internet e società, Politica.
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È di pochi giorni fa la notizia che per il ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza “A scuola non serve insegnare il digitale”.
In sostanza, la sua visione del futuro digitale dei giovani è che debbano imparare a muoversi con sicurezza in Rete perché a scuola utilizzeranno il computer per studiare sui nuovi libri digitali.

Il fatto che la sicurezza in Rete sia un problema di tutti i cittadini non risolve il problema di come si potrà educare un’intera popolazione, composta di generazioni con culture informatiche differenti (spesso inesistenti).

Il ministro non fa i conti con il fatto che tra una decina d’anni i ragazzi che oggi stanno finendo le medie già si occuperanno di politica, e che tra una dozzina d’anni saranno già responsabili della sicurezza delle informazioni che gestiranno nell’ambito della Pubblica Amministrazione e di aziende che, tramite l’innovazione, dovranno trainare l’economia del Paese.

Il problema non è tanto l’introruzione di ore specifiche di insegnamento, ma quello dei contenuti da insegnare: l’idea di insegnare l’Etica in Rete all’interno delle ore di Educazione Civica non è sbagliata, ma non può prescindere dalle tecnologie utilizzate (la crittografia, tanto per indicarne una), e non può prescindere dal fornire adeguate competenze ai docenti.

E l’altro aspetto che sembra sfuggire è che, mentre la stampa ha semplicemente accelerato e democratizzato l’accesso all’informazione per tutta la popolazione, oggi è la popolazione che crea e pubblica informazione: si è in sostanza reso bidirezionale (o meglio, multidirezionale) il flusso delle informazioni.

Politici ricattabili, e persone che si faranno ‘sfilare’ da sotto il naso informazioni aziendali riservate non contribuiranno certamente ad una crescita politica ed economica del Paese.

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Il difficile rapporto tra P.A. ed Open Source lunedì 27 aprile 2009

Posted by andy in Internet e società.
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In un tempo in cui l’Open Source vive in un limbo tra cultura hacker underground, fattore di business, e elemento di immagine da cavalcare politicamente per raccogliere qualche voto in più, qualcuno ricorda che la PA già ragiona in termini di Open Source.
Ma è davvero così …?

Addirittura, l’Associazione per il software libero ha deciso di lanciare la campagna Caro Candidato, per associare il nome dei candidati ad un impegno per l’adozione dell’Open Source nella PA.

Qualcuno sottolinea che quando la PA commissiona lo sviluppo di in SW, ne acquisisce automaticamente la proprietà dei sorgenti.

Teoricamente, è vero.
In pratica chi produce il software tende a guardarsi bene dal mettere in condizioni il cliente (la PA) di entrare realmente in possesso dei propri sorgenti, assicurandosi un monopolio di fatto per tutta la manutenzione correttiva ed evolutiva del software.

Possedere dei sorgenti non significa avere un CD pieno di righe di codice: significa invece avere una procedura di consegna per cui il produttore consegna un CD con i sorgenti, un manuale per la compilazione, installazione e configurazione del prodotto, ed il cliente, seguendo pedissequamente le procedure fornite, perviene al risultato richiesto e funzionante.
Su questo si fanno i collaudi ed i test di accettazione.

E questa sarebbe la teoria; in pratica però la PA:

  1. ha ben pensato di non strutturarsi mai in questo senso, in modo da lasciare (scientemente o meno) il monopolio in mano ai soliti produttori / fornitori;
  2. non pubblica on-line i sorgenti dei propri prodotti, in modo che qualsiasi softwarehouse interessata ad entrare nel mercato possa investire tempo e denaro nell’acquisizione del necessario know-how per mettersi in competizione;
  3. non ha mai pensato che i manuali (quelli veri, intendo, e cioè quelli che davvero, se correttamente seguiti, consentono di riprodurre il software commissionato), e tutto il resto costano soldi, e che le gare per lo sviluppo del software non possono essere fatte al ribasso selvaggio (‘pay peanuts, get monkeys …’ dicono gli americani …).

In pratica, non credo molto alla politica che si fregia del marchio ‘Open Source’ per ottenere il voto degli informatici che sanno quanti soldi vengono ‘regalati’ all’estero ogni anno (e con ‘regalati’ ho utilizzato un eufemismo, per non andare a sollevare il sospetto su pesanti interessi di qualcuno, viste le cifre che girano …).

Crederei molto di più ad un politico che inserisse nel proprio programma l’impegno a pubblicare on-line tutto il SW della PA, e che promuovesse la peer review e la collaborazione di tutti gli uffici coinvolti (che spesso dispongono di personale qualificato e personalmente motivato, che viene smontato giorno dopo giorno da burocrazie e logiche insensate).