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Fine dell’open souce e Friburgo? Ci vorrebbe un po’ di onestà mentale … giovedì 22 novembre 2012

Posted by andy in FLOSS, Internet e società.
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Leggo oggi che che la città di Friburgo, in Germania, sta decidendo di abbandonare OpenOffice per tornare al software proprietario della suite Office della Microsoft (edizione 2010 o forse 2013, con un e sborso previsto di circa 600.000€).

Personalmente la cosa mi dispiace, dato che credo fermamente nel modello del software libero, e che quei 600.000€ potrbbero essere spesi per migliorare LibreOffice nell’interesse proprio e di tutto il mondo, invece che andare ad alimentare quella continua emorragia di capitali dall’Europa verso gli Stati Uniti.

D’altra parte non posso condannare la scelta, almeno sulla base delle informazioni che sono state pubblicate.

Le motivazioni addotte sembrano essere che OpenOffice risulta essere ‘underperforming’ rispetto al software della Microsoft, e che in Germania soltato il 27% della popolazione utilizza software libero, contro un 72% che utilizza software della Microsoft.

Motivazioni un po’ fragili e non oggettivamente documentate.

Ci vorrebbe un po’ di onestà mentaleda parte dei tedeschi di Friburgo, e forse anche da parte di tutti.

È vero che le suite libere (LibreOffice, OpenOffice) e quella di Microsoft non sono completamente compatibili.
È anche vero che i prodotti di Microsoft sono più evoluti.

Resta solo da capire a chi dare la colpa.
È un errore voler abbandonare a priori Microsoft per il mondo libero (e illusoriamente gratuito), come lo è il voler tornare al mondo proprietario perché il software libero non si comporta identicamente a quello proprietario.

L’errore stà nel considerare come standard il formato di documenti trattato dal mondo Microsoft.
Sarebbe molto più onesto partire dallo standard vero (ODF), e chiedersi quale sia la suite che rispetta meglio lo standard.
È fondamentale capire che al centro devono stare i dati: ieri li aprivamo con Microsoft, oggi con LibreOffice, e domani con la suite StarTrekOffice; l’importante è poterli continuare ad aprire, e lasciare spazio al mercato per poter sviluppare software sempre migliore, cosa che si può fare solo se c’è trasparenza sul formato di ciò che deve essere trattato.

È possibile che chi non si comporta bene nel trattare i documenti ODF sia la suite Microsoft, e non OpenOffice: occorrerebbe un processo di certificazione dei prodotti software rispetto a quanto previsto dagli standard.
È anche possibile che le suite libere non implementino correttamente lo standard, e questo potrebbe essere un motivo accettabile per tornare indietro (sempre che quella di Microsoft sia meglio, nel rispettare lo standard).
Restano poi i casi in cui l’automazione dei processi aziendali sia stata pesantemente realizzata sfruttando caratteristiche proprietarie del mondo Microsoft e che non hanno un equivalente nel mondo libero: di fronte a questo tipo di problemi, risulta fondamentale analizzare i costi di adattamento delle personalizzazioni rispetto al costo da sostenere per l’acquisto ed il mantenimento delle licenze software.

È tempo di farla finita con le crociate fondate sull’aria fritta o su partiti presi: non ci si può più permettere di sprecare soldi dei contribuenti a causa delle simpatie, della prigrizia o dell’ignoranza di chi deve gestire le strategie di miglioramento su mandato e nell’interesse dei cittadini (e con lo stipendio pagato da loro).

A proposito di onestà mentale, e per i nostri amministratori pubblici: è fondamentale che venga ufficializzato per legge che i documenti pubblici devono essere salvati e scambiati soltanto in formati aperti e liberi.
È inutile fare le guerre tra Microsoft e software libero, se gli utenti continuano (per propria ignoranza e per la mancanza di obblighi di legge) a scambiarsi documenti in formati proprietari.

Fissato lo standard sul formato dei documenti, chiunque può scegliere liberamente in base alle proprie esigenze quale sia il prodotto più appropriato sia per funzionalità che per costo.

Un pensiero su un pensiero sul Linux Day venerdì 16 novembre 2012

Posted by andy in FLOSS, Internet e società.
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Il 27 Ottobre si è tenuto il LinuxDay 2012.

Uno degli obiettivi dell’evento è da sempre quello di diffondere la conoscenza su Linux, ed in senso più ampio, del software libero.

Ho tuttavia letto commenti di partecipanti (persone assai specializzate, dette anche geek, guru, o altro) piuttosto deluse, e non dalla qualità, o tecnicità, o professionalità delle sessioni e dei contenuti, quanto dal fatto che sono stati troppo orientati agli specialisti del settore, e troppo poco agli utenti finali.

La lamentela riguarda il fatto che orientando i contenuti ad una elite, si perdono di vista gli utenti comuni, ed un ultima analisi, si tradisce l’obiettivo dell’evento.

Ecco qualche mia idea per l’evento dell’anno prossimo:

Primo: finalmente la legge impone a tutte le PA l’utilizzo OBBLIGATORIO di software libero, a meno di giustificatissimi e motivatissime esigenze; perché non pensare a qualche sessione dedicata a presentare l’utilizzo del software libero in un normale contesto lavorativo per la PA? Pensate alla scuola, agli uffici, etc.

Ovviamente senza tecnicismi: semplicemente dimostrare operativamente ai partecipanti l’utilizzo quotidiano di sistemi liberi per fare quelle che sono il 99% delle attività quotidiane: autenticazione dell’utente, navigazione, e-mail, ascoltare musica, consultare documenti, word processing, gestire fogli di calcolo, etc.
Giusto per dimostrare come si possa familiarizzare in poco tempo con un sistema che consente di fare ciò che si fà quotidianamente, ma senza pesare sulle tasche di tutti i cittadini con costi di licenze e contratti di assistenza ed upgrade obbligatori.

Secondo: presentare (al fine di promuovere) le certificazioni specifiche del mondo FLOSS, e l’ecosistema di persone ed aziende che in questo know how credono ed investono.
Lo scopo è sia quello di far capire che non si è soli se si decide di intraprendere questo percorso (e lo si DEVE intraprendere, per legge), sia di dare visibilità al mondo dei professionisti e delle aziende che possono dare supporto qualificato.

Terzo, dedicato ai ‘tecnici’ del settore, ovverosia a quelle persone che, volenti o nolenti, si trovano costrette ad implementare ed a gestire infrastrutture ICT, ed al loro management.
È fondamentale far capire che FLOSS non significa budget = 0; i costi di implementazione e di conduzione delle infrastrutture rimangono; ciò su cui si risparmia sono i costi di licenza (moltiplicati per una base di utenti spesso molto vasta), e sui costi di upgrade obbligatorio (e spesso di rinnovo forzato dell’hardware, a causa dei requisiti sempre più elevati delle nuove release del software.
Mi sento di raccomandare un intervento dedicato alla valutazione della spesa ricorrente in licenze software, sia a livello di singola struttura che a livelo nazionale, in modo da dare dei numeri concreti sia a chi ogni giorno diventa matto a far quadrare il bilancio, sia ad ogni cittadino, che può farsi un’idea di quante delle proprie tasse vengono girate ad aziende (principalmente straniere) per la prigrizia individuale di non voler provare qualcosa di nuovo.

Quarto: forse vale la pena dedicare un po’ di tempo all’analisi delle tipiche applicazioni che vengono realizzate nella PA per aumentare la produttività, e le implicazioni legate all’utilizzo di linguaggi, ambienti e piattaforme proprietarie, rispetto ai corrispondenti liberi.

In conclusione, è mia idea che al fine di promuovere l’adozione del software libero presso l’utente comune, è fondamentale lasciare i panni dello specialista, guru, smanettore, geek, etc. etc. etc., per indossare quelli dell’utente che dovrà, attivamente o passivamente, adeguarsi ad un mondo di software sempre più libero.