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La PA ed i monopòli del software martedì 7 ottobre 2008

Posted by andy in Etica, Miglioramento.
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Retaqgio di un tempo passato, ancora oggi il software sviluppato da aziende private per la PA è di fatto gestito in regime di monopolio.

Pur essendo i sorgenti del software ufficialmente proprietà della PA, non basta che vengano consegnati dei CD pieni di codice per poter affermare che il software sia stato realmente consegnato.

Un software è realmente consegnato quando il materiale che viene fornito è sufficiente per mettere in condizione il ricevente di poterne riprodurre ed installare una versione funzionante, e di poterne effettuare la manutenzione.

In realtà questo non accade, o accade solo parzialmente, lasciando di fatto nelle mani delle aziende sviluppatrici  il controllo ed il monopolio per la manuntezione correttiva ed evolutiva.

Pur essendo un comportamento eticamente scorretto, e pur essendovi dell’intenzionalità da parte dei privati nel sostenere questo stato di cose, non è tuttavia possibile dare a questi tutti i torti e le responsabilità della cosa.

Una (buona) parte delle responsabilità cade sulla PA per una serie di ragioni:

  • in primis perché non vengono create le appropriate condizioni commerciali per una reale competitività sulle offerte; il software esistente è sì nelle mani della PA, ma questo non viene reso disponibile al mercato dei potenziali fornitori se non dietro esplicita richiesta ed in occasione di un bando di gara; questo significa che nessuna azienda ha la possibilità di poter prendere in mano il software con anticipo tale da poter effettuare una valutazione economica oggettiva per partecipare alle gare;
  • in secondo luogo perché vengono imposte condizioni commerciali non negoziabili talmente tirate che non rimane al fornitore lo spazio per la desiderata gestione della Qualità del prodotto, che viene pertanto limitata al minimo indispensabile;
  • non da ultimo il fatto che la PA in generale non si è attrezzata con strutture proprie interne preposte alla presa in carico del software, con la responsabilità di riprodurre i prodotti ed i sistemi commissionati all’esterno partendo dalla documentazione e dai sorgenti forniti;
  • da ultimo, e tutto sommato abbastanza grave, il fatto che la PA non è in grado di stabilire delle linee guida strategiche sufficientemente chiare e condivise (o imposte) tra tutti i ministeri e gli enti, e non è spesso in grado di identificare con chiarezza e precisione nei contratti i requisiti del prodotto da realizzare, lasciando così troppi gradi di libertà al fornitore, che di fatto progetta e consegna ciò che ritiene meglio per sé più che per il cliente.

Non bisogna poi sorvolare su progetti che, pur essendo incompleti o insoddisfacenti, devono per forza di cose essere collaudati con esito positivo pena la decadenza dello stanziamento dei fondi.

Ed in tutto questo marasma annaspano e devono destreggiarsi coloro che (interni ed esterni) si trovano, loro malgrado, a dover mandare avanti la baracca, sopperendo con le proprie capacità e la propria buona volontà ai problemi che si presentano di volta in volta.

Ma i tempi stanno cambiando, ed a breve inizieranno a palesarsi gli effetti dei germi del rinnovamento.

I principali elementi penso che saranno:

  • la definizione di standard di interoperabilità nazionali, e sovranazionali;
  • l’apertura del codice e delle specifiche al mercato;
  • la valorizzazione delle risorse interne della PA;
  • la valorizzazione della peer review da parte sia degli specialisti interni che del pubblico.

La PA e la realizzazione delle sue applicazioni. venerdì 26 settembre 2008

Posted by andy in Internet e società, Miglioramento.
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Oggi l’insieme della applicazioni della PA è un gran pasticcio, perché manca una visione d’insieme.
E con visione d’insieme non parlo di fare un contratto nazionale per la telefonia e le linee dati (OK, ci vuole anche quello), ma di avere un approccio pragmatico nella gestione delle informazioni.

Quante anagrafiche esistono oggi, tra loro indipendenti e non allineate? Tante!
INPS, Fisco, Giustizia, anagrafi locali, Camere di Commercio, PRA, settore militare, servizi segreti,  etc.).
Per non parlare di banche dati parallele che forniscono servizi per la PA.

E che dire delle tecnologie?
Queste non sono state selezionate centralmente, per avere uniformità e poter condividere know how e ridurre costi: molto (troppo) spesso vengono decise dai fornitori che prendono gli appalti per l’informatizzazione, che per interesse privato o per ignoranza rifilano al cliente ciò che più gli fa comodo, spesso infilandosi in tunnel realizzativi incredibili, da cui faticano o non riescono ad uscire – sicuramente non con risultati soddisfacenti per gli utenti dell’Amministrazione né per il cittadino, né tantomeno per le finanze.

E vogliamo aggiungere il fatto che in pratica l’Amministrazione non <i>possiede</i> neppure il codice dei programmi che ha commissionato?
In realtà questo resta nelle mani dei fornitori, che in questo modo creano un monopolio tale da bloccare qualsiasi evoluzione.

Il ragionare dei ministeri e degli uffici come enti autonomi e indipendenti dagli altri, l’incapacità di definire poche ma chiare linee guida che consentano all’Amministrazione di mantenere il controllo su ciò che viene realizzato, e la mancanza di organismi e competenze trasversali creano ridondanza, complessità ed inutili costi aggiuntivi.

A peggiorare la situazione la sostanziale non conoscenza delle tecnologie disponibili porta a stanziare montagne di soldi per l’acquisto di prodotti per cui sono disponibili degli equivalenti gratuiti, distogliendo così i fondi dai punti critici su cui intervenire.

Ciò che non è ancora stato compreso è che il costo di acquisto di un prodotto è in generale ridicolo rispetto al costo per la sua conduzione, manutenzione ed evoluzione, e che a tali costi occorre aggiungere il danno pubblico per i ritardi nell’adeguamento dei servizi in relazione alla mutazione della legislazione.

Occorre pertanto creare un organismo trasversale a tutta la PA che definisca linee guida comuni, e che crei i mattoni fondamentali comuni a tutti gli enti, ed a cui gli enti possano partecipare costruttivamente, sia con le proprie competenze sia con il proprio contributo realizzativo.

Con i soldi che ogni anno vengono spesi in licenze proprietarie l’Amministrazione potrebbe finanziare la realizzazione delle proprie applicazioni, fornendo incentivi agli enti più produttivi.

Opportunità per la riduzione degli sprechi nella PA mercoledì 10 settembre 2008

Posted by andy in Miglioramento.
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Occupandomi di Qualità ed ottimizzazione di processo per un’azienda che opera come fornitrice di servizi ICT per la Pubblica Amministrazione, mi sono messo per curiosità a fare quattro conti sui risparmi che si potrebbero ottenere adottando delle semplici politiche di risparmio energetico presso un edificio della PA di Milano, con alcune migliaia di PC.

Utilizzando parametri pessimistici, è emerso un possibile risparmio per il solo utilizzo di PC che varia dai 500.000 ai 2.500.000 Euro all’anno.

Il valore dei 500.000 Euro corrisponde al caso migliore (quello in cui gli utenti già stanno molto attenti al risparmio energetico), mentre quello dei 2.500.000 corrisponde al caso in cui nessun utente presti attenzione ai propri consumi.

Ritengo più che probabile che sia più che realistico un possibile risparmio di 1.000.000 Euro / anno.

Ora, con tutti questi soldi si potrebbe aggiornare il parco macchine più obsoleto, conseguendo un ulteriore risparmio energetico dovuto all’hardware di nuova generazione.

E fin qui tutto bene.

Ho quindi sottoposto la questione al referente per l’Informatica per tali uffici, che ha apprezzato l’idea, ma che mi ha spiegato perché è sostanzialmente irrealizzabile.

La situazione è infatti la seguente: la bolletta della corrente viene pagata non dall’ente ospitato nel palazzo, ma dal Comune di Milano, che a sua volta gira i costi al Ministero, dal quale viene riconosciuto un rimborso dell’80%.

In pratica, qualunque soluzione venisse adottata per ridurre, anche drasticamente, i costi, non darebbe margini di manovra all’ente ospitato, in quanto l’energia non è una voce del proprio budget.
Qualsiasi proposta al Comune non solleverebbe particolare interesse, in quanto il delta di interesse sarebbe soltanto il 20% sull’effettivo risparmio, ed il Ministero che sostiene i costi non prevede incentivi al risparmio.

In pratica nessuno ha un concreto interesse a diminuire tali costi.

Purtroppo la bolletta della corrente consumata da questo palazzo fa il giro d’Italia, passando di ufficio in ufficio, senza che qualcuno possa trarre qualche beneficio da un eventuale risparmio (cosa che motiverebbe ad intervenire in qualche modo).

E da quanto sopra, alcune idee per incentivare il risparmio:
la PA potrebbe offrire come extra budget ad ogni ente il 50% del risparmio conseguito su ogni voce.
Tale budget potrebbe essere utilizzato in parte (il 5%?) come bonus per i promotori delle soluzioni di risparmio, ed il resto per ulteriori interventi orientati al risparmio energetico, alla sicurezza degli ambienti ed al miglioramento del servizio e delle infrastrutture in generale.

Si pone ovviamente una condizione di responsabilità: i bonus accordati devono essere corrisposti a distanza di qualche anno dal conseguimento del risparmio, in modo che possano essere revocati nel caso in cui le scelte effettuate non siano valide (o addirittura penalizzanti) a breve o lungo termine (è troppo facile tagliare selvaggiamente per incassare gli incentivi, per poi creare situazioni di peggior disservizio).

Tenendo conto della quantità di uffici presenti in Italia, ed estendendo l’approccio ad altri capitoli di spesa, ritengo che i numeri possano diventare molto interessanti.