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The Open Source as a new business opportunity giovedì 28 maggio 2009

Posted by andy in airport ICT technology, Etica, Internet e società, Progetti.
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I’ve been describing in a forum an opportunity to design competitive open source information systems for airports and airlines, and someone replied that, being basically a nice idea, it has a ‘but’.

He confirms to me that the old business model supporters have real difficulties in facing the market with this new approach.

It seems strange, because there is a number of flourishing open source companies in the  world, making business, earning money, and offering interesting products and services.

And here is my ‘but’.
I strongly believe that the open source approach is the future for the software (and not only; the same for CC licenses, etc.).
It is just that the business model that is different from the traditional ones.
As an example, just check for ReddHat, MySQL, etc.

In the past all the companies focused their business on the large customers, those with money to spend.
But such customers are not many, and now also they have to face a different market, low cost airlines, the worldwide crisis, etc.

In addition, I always tried to develop innovative projects, for my satisfaction and my pockets,but not only that.
I think we can develop such things doing something good and useful for the markets that don’t have great opportunities.

I believe that money flies, and if you want to create business opportunities somewhere, you need an aircraft flying there.
Not many people likes to spend more than few hours of travel to make business.

The open approach creates opportunities.
Added value software modules and services are the revenue-making opportunity.

I have a long experience in designing innovative airport information systems around the wolrd, and I have a number of ideas that can be useful to the market, but that cannot easily be ‘digested’ by traditional and conservative business.

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Il monopolio della PEC lunedì 25 maggio 2009

Posted by andy in Internet e società, privacy.
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La notizia non passerà inosservata né, a parer mio, passerà mai una legge così pazzesca.

Ma vediamo meglio cosa si può nascondere nello schema di Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri con il quale verranno disciplinati termini e modalità attraverso i quali i cittadini italiani potranno accedere alla casella di PEC (Posta Elettronica Certificata) che così ‘generosamente’ gli verrà donata.

L’approccio ipotizzato cosa porterà?

  • regalerà un nuovo monopolio legalizzato ad un privato: chiunque vinca la gara, terrà in pugno i cittadini e le loro comunicazioni;
  • accesso monopolistico a tutti i servizi a valore aggiunto;
  • possibilità di fatto di controllare le comunicazioni di tutti i cittadini;
  • irrigidimento su una posizione tecnologica unicamente italiana, impedendo l’interoperabilità con il resto del mondo;
  • trasferimento del concetto di ‘ricevuta di ritorno’ in ‘ricevuta di consegna’: la PEC non sostituisce la raccomandata A/R in quanto quest’ultima attesta che la missiva è stata recapitata nelle mani del destinatario (attesta che è stata ricevuta); la PEC può soltanto attestare che il messaggio è stato infilato nella buca delle lettere del destinatario; se questi è in ferie o in ospedale, potrebbe non accedere (leggere) la missiva per rlungo tempo, ma lo stato farebbe decorrere i termini legali della consegna da tale momento;
  • diritto ad un privato di limitare la capacità di comunicazione dei cittadini (limitazione della quantità di traffico); esisterà una limitazione sulla quantità di traffico? O il fornitore accetterà di gestire ed archiviare una quantità arbitrariamente grande di corrispondenza? Io potrei trovarmi a dover inviare ogni giorno contratti con decine o centinaia di MB di allegati, che dovrebbero rimanere immagazzinati, come minimo, per 30 mesi; e se lo facessero tutti? O ci sarà la fregatura di stato, per cui lo stato ci regala una casella da 1 MB, e tutto il resto lo si paga a parte? O peggio ancora tutto il resto lo pagherà, senza che noi lo sappiamo, lo stato, sempre con i nostri soldi;
  • diritto ad un privato di distruggere le comunicazioni personali oltre i termini minimi di conservazione della corrispondenza garantiti per legge (per la PEC, 30 mesi, se ricordo bene, termine tra l’altro insignificante rispetto ai tempi della Giustizia e della prescrizione);
  • impossibilità di utilizzare nomi di caselle facilmente associabili al proprietario: quanti Mario Rossi ci sono? Si sarà costretti a ripiegare sul codice fiscale; vi immaginate voi quanto sia semplice dare l’indirizzo della propria PEC a qualcuno?
  • penalizzerà la qualità del servizio, in quanto fissato il prezzo offerto, il fornitore cercherà di risparmiare al massimo sulla Qualità per massimizzare il proprio utile;
  • impossibilità di fatto di trasferire il servizio ad altri allo scadere della concessione: come sarà possibile trasferire la quantità di informazioni immagazzinate nei server del fornitore? E poi, sarà realmente possibile distruggerne gli originali? E tutti i servizi a valore aggiunto associati alla casella di posta, a chi andranno? Seguiranno la casella, o rimarranno in carico al gestore originario?

Pur essendo in un paese tipicamente atipico, penso che alla lunga la PEC andrà a morire, e che soprattutto una proposta di legge come questa finirà per forza di cose nel cestino.

relazione tra consumismo e tempo lunedì 18 maggio 2009

Posted by andy in Etica, pensieri, vita quotidiana.
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Sono reduce da un recente viaggio negli Stati Uniti …

Era da tempo che non passavo da quelle parti, e forse per il fatto che lì non è cambiato nulla, mentre in Europa si va consolidando sempre più una cultura del riutilizzo e del riciclo dei rifiuti, mi sono trovato a chiedermi il perché del consumismo.

Il consumismo è, almeno in parte, una conseguenza diretta dell’incredibile disponibilità di beni, e quindi, in fin dei conti, del benessere.

In qualche modo è anche conseguenza del capitalismo, e del modo in cui le aziende tendono a promuovere le proprie vendite rendendo anticompetitivo il riparare i beni piuttosto che eliminarli e sostituirli con altri nuovi.

Qual’è il reale beneficio del consumismo, quell’aspetto che ci fa accettare montagne di rifiuti, e di spendere denaro per ricomprare beni che già possediamo?

Non intendo parlare della semplice comodità di non doversi preoccupare di conservare con cura i nostri beni, o di farli riparare quando necessario: questa è solo la superficie delle cose, un effetto.

In realtà, cosa comperiamo quando facciamo del consumismo? In effetti, comperiamo il nostro tempo.

Ma il nostro tempo vale veramente lo spreco che facciamo?

Riusciamo a dare al tempo che recuperiamo un valore ed un significato superiori a quello dell’oggetto eliminato?

È una risposta difficile da darsi, ma credo che in poche occasioni si possa essere realmente convinti di aver impiegato il nostro tempo in modo così proficuo o utile da giustificare lo spreco.

Paesi come Cuba, ove la disponibilità di risorse e beni è infinitesima rispetto alla nostra, ed ancor più rispetto a quella americana, hanno una scala di valori diversa.

I beni hanno un valore diverso in rapporto al valore del tempo, e così vengono trattati bene, riparati e trattati con cura, perché v’è ben scarsa possibilità di sostituirli, qualora divengano inservibili.

E così noi europei ci troviamo nel mezzo di una scala di valori, in una fase di ritorno verso il valore del tempo e delle cose, dopo che il boom economico che ci aveva insegnato a buttare e ricomprare tutto.

Tutto sommato, siamo nella posizione migliore: abbiamo esperito ambo le opportunità, e stiamo formulando la nostra scelta.

I paesi poveri non hanno ancora avuto modo di conoscere le opportunità del consumismo, mentre gli Stati Uniti non si sono ancora trovati costretti ad affrontare il problema.

A noi, forse, la responsabilità di trasmettere al mondo una cultura di valori più profondi, che porti anche con sé i germogli di un’economia più sana.

i principali problemi nel provvedimento del Garante per gli AdS lunedì 18 maggio 2009

Posted by andy in privacy, tecnologia.
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Con riferimento al provvedimento del Garante 27/11/2008 – Misure e accorgimenti relativamente alle attribuzioni delle funzioni di amministratore di sistema, mi sono trovato ad affrontare, come tanti, il problema.

Ho letto molti pareri, ma ritengo le che problematiche principali siano relativamente poche.

In sintesi, i problemi di fondo che devono, a parer mio, essere affrontati e sviscerati, sono tre:

  1. chiarire quali siano lo scopo e le modalità minime per gestire appropriatamente i log di sistema;
  2. chiarire quali siano le responsabilità ed i requisiti minimi per gli amministratori di sistema;
  3. proporzionare i requisiti alle caratteristiche de trattamenti effettuati.

Scopo e Modalità
In merito al punto 1. direi che lo scopo è evidentemente quello di impedire a chicchessia di eseguire sui dati qualsiasi tipo di operazione senza che questa possa essergli ricondotta.
In questo senso, non deve essere possibile ad alcuno accedere ai dati con credenziali non proprie, o effettuare operazioni sui profili di altri utenti per poter acquisire, anche temporaneamente, il loro profilo, per poter effettuare operazioni sui dati, senza che queste vengano registrate.
Ovviamente, l’amministratore di sistema non deve in nessun modo poter accedere e modificare i log al fine di far scomparire tracce e prove delle proprie azioni.
I meccanismi esistono, ma la loro descrizione esula dallo scopo di questa mia mail.

Altro aspetto fondamentale che dovrebbe essere sviscerato riguarda come garantire l’autenticità dei log registrati su supporto non riscrivibile.
In effetti, il fatto che un dato sia memorizzato su un supporto non riscrivibile, non ne garantisce l’originalità né l’autenticità.
A titolo di esempio, è possibile prendere un supporto su cui siano registrati i log, trasferirli su un sistema, modificarli, e memorizzarli su un nuovo supporto non riscrivibile, da sostituire al primo.

Occorre evidentemente che il contenuto del supporto sia firmato digitalmente, con data certa.

Responsabilità
L’amministratore di sistema viene caricato di pesanti responsabilità.
Mentre un ADS di grandi società è sicuramente selezionato sulla base della propria professionalità, ed è certamente conscio dell’entità dei problemi che si trova ad affrontare e gestire, la stragrande maggioranza di società non può permettersi simili professionisti: l’amministrazione di sistema è spesso un’attività fai-da-te, o viene girata a giovani inesperti, spesso con contratti temporanei.
Non è assolutamente accettabile che vengano scaricate su figure di questo tipo responsabilità che sono, di fatto, dell’azienda.

Di fatto, occorre che il Garante definisca quali sono i requisiti minimi di professionalità da richiedere all’ADS, e di come il costo di questa professionalità possa essere relazionata alle disponibilità finanziare dell’azienda.

Proporzionalità dei Requisiti
Come si diceva poc’anzi, nella stragrande maggioranza dei casi molto probabilmente l’azienda non è in grado di gestire, pur con tutta la buona volontà, il problema posto dal Garante.
In sostanza, alle aziende medio-piccole non occorrono prescrizioni teoriche, ma indicazioni pratiche.
Quello che potrebbe fare il Garante, con il CNIPA, è di predisporre le necessarie indicazioni (o meglio ancora, gli strumenti software) tali che, se appropriatamente adottati, possano mettere in condizioni le aziende di rispettare la legge senza dover dedicare una non indifferente fetta del proprio bilancio ad avvocati e consulenti esterni.

In questo senso risulta tuttavia fondamentale definire bene quali siano le discriminanti.
Un azienda, anche molto piccola in termini di persone, che tuttavia non utilizzi l’informatica come puro mezzo accessorio alle attività del proprio core business, non potrà limitarsi ad implementare criteri minimi di sicurezza.

Esistono sicuramente altri aspetti rilevanti, ma ritengo che in generale ciò che dovrebbe essere fatto da parte del Garante non sia semplicemente il fornire norme, ma indicazioni pratiche e strumenti facilmente calabili nella realtà delle aziende.
Il CNIPA potrebbe essere e fornire un valido aiuto in questo senso.

il software e garanzie mercoledì 13 maggio 2009

Posted by andy in Internet e società, tecnologia.
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Un problema ormai datato, quello delle garanzie offerte per il software. Mentre ai consumatori sono riconosciuti dei diritti sanciti dalla legge per i beni materiali, per quelli immateriali (il software, giustappunto) questi diritti non sono riconosciuti.
Ma esistono realmente delle differenze?

A parte il software di tipo militare, o comunque quello che viene sviluppato su commessa, garanzie sul software di fatto non ne esistono.

Con ‘garanzie’ intendiamo quegli aspetti che responsabilizzano il produttore nei confronti del cliente a fronte di danni sofferti da questi a causa del proprio prodotto.

Qualunque prodotto materiale, dal tostapane alla macchina fotografica, è soggetto ad un periodo minimo di garanzia imposto per legge, entro il quale il prodotto non conforme alle specifiche deve essere sostituito a costo zero per il cliente, e addirittura se questi viene a soffrirne danni, può rivalersi sul produttore.

Andando a leggere i diritti concessi all’utente nei contratti di licenza (EULA) dei produttori software più importanti, si scopre che in caso di non corrispondenza alle specifiche del prodotto, il produttore in generale si riserva il diritto di valutare se gli convenga sviluppare e fornire un aggiornamento al software, o rimborsare il prezzo del prodotto.

In nessun modo vengono contemplati, ad esempio, danni derivanti da un antivirus che non funziona, o da un software di compressione o di backup che perda i dati.

Il reale danno per l’utente non è il costo del software, ma il danno al proprio business, e in nessun modo il rimborso del costo della licenza può essere in grado di risarcire il danno subito, senza contare che toglie all’utente il diritto di utilizzare il software.

Gli utenti spingono per equiparare i prodotti immateriali (il software) a quelli materiali, in modo da godere dei medesimi diritti garantiti dalla legge.

Dall’altra parte i produttori insistono nel ribadire la sostanziale differenza tra i due tipi di beni.

Persino la Commissione Europea ha iniziato a valutare con attenzione come le società produttrici di software dovrebbero essere ritenute responsabili per la sicurezza e l’efficacia del loro codice. La Commissione sembra quindi intenzionata ad estendere anche ai software le leggi di protezione dei consumatori in vigore per i manufatti fisici.

Si cerca quindi di responsabilizzare i produttori di software.

Ma in pratica, cosa sta accadendo? Il mercato sta affrontando una transizione di fase: si passa dal tempo in cui il software era realizzato da un’elite, e quindi chiuso (closed source) ad un’era in cui l’utente si sta rendendo conto che il software è conoscenza, ed in questo senso deve essere di tutti (open source).

La competizione che si è scatenata contrappone quindi prodotti sviluppati cooperativamente a quelli sviluppati in un’ottica di business tradizionale.

Un aspetto interessante della questione riguarda i brevetti sul software: i brevetti sono stati pensati per proteggere gli investimenti, e questo sicuramente vale per i beni materiali; ma se il software, in quanto bene immateriale, può essere trattato alla stessa stregua? Possiamo utilizzare due pesi e due misure?

Forse esiste un modo per interpretare la situazione e trovare una mediazione che incontri sia le esigenze degli utenti che gli interessi dei produttori: l’idea è quella di far pagare la Qualità.

Dal momento che esistono delle metodologie per verificare la qualità, la robustezza e la sicurezza del software, si potrebbe pensare che si potrebbe consentire la richiesta di un fee di licenza soltanto per il software che abbia superato una certificazione di parte terza rispetto alle metodologie stabilite come riferimento.

L’approccio è un po’ quello della ISO9001 (o anche altre norme, ma credo che questa sia la più nota): non è obbligatoria, ma se si vuole partecipare a certe gare, occorre aver preventivamente investito in una certificazione esterna della metodologia utilizzata.

Vuoi risparmiare sul costo di produzione del software? OK, ma se non non fornisci garanzie, non chiedere più di tanto (che so, per Windows, 10 Euro possono andare bene?)
Se invece certifichi il tuo prodotto (pensiamo a Windows server), a questo punto si possono anche chiedere migliaia di Euro di licenza.

Un approccio simile è quello di RedHat, MySQL, etc. che rendono disponibile gratuitamente il proprio prodotto, ma si fanno pagare un fee per la versione Enterprise, sulla quale forniscono garanzie, liste di certificazione, ed un servizio di risoluzione dei problemi.

In sostanza, la Qualità si paga.

sostituiamo il buon senso … martedì 12 maggio 2009

Posted by andy in Internet e società, tecnologia.
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l’azienda dei trasporti di Londra (TfL) ha finanziato con 400mila sterline la realizzazione di un dispositivo, l’Intelligent Speed Adaption (IPA), equipaggiato con antenna GPS, il quale è in grado di localizzare la posizione dell’automobile e, accedendo in tempo reale ad un database dei limiti di velocità, di determinare la velocità consentita dalla legge. Una volta confrontata questa con quella tenuta dall’automobilista, è in grado di controllare la potenza erogata dal motore affinché il mezzo non ecceda il limite.

Insomma, invece che educare la gente, si tende a sostituire il suo cervello con un apparecchietto elettronico stupido, in grado soltanto di limitare la velocità.

A furia di regolamentare si sta perdendo il buon senso e la capacità di ragionare.

Autostrada del sole … deserta … non c’è nessuno … faccio i 140 … autovelox … multa.
Città, passaggio pedonale di fronte ad una scuola, faccio i 50 … nessuna multa.

Mi raccontava una persona che ha vissuto per un po’ di tempo a Los Angeles che gli è capitato di veder multare auto perché rispettavano il limite delle 65 mph quando tutto il traffico andava a 70. Perché? ma è semplice! Perché intralciava la circolazione.

Non per niente la sperimentazione la faranno fare con veicoli che non supereranno mai i limiti di velocità perché costantemente immersi nel traffico: autobus a due piani, taxi, …

Vogliamo fare un altro esempio nostrano? Incredibilmente, qualcuno ha scoperto che il maggior rischio di morte sulle strade ce l’hanno i ciclisti, ancor più che i motociclisti.

Eppure, se in auto o in moto non ti funzionano le luci, ti danno la multa (in teoria, in pratica non fanno nulla, ma il codice della strada lo prevede).
Al contrario è possibile andare in bicicletta nella nebbia con il cappotto scuro, senza fanalini né catadiottri, e se un automobilista ti investe è colpa sua.

Torno a ribadire: qui non è un fatto di tecnologia; occorre soltanto tornare a ragionare (i politici per primi, ed i cittadini ancor di più, perché non votino simili incapaci).

In ogni caso, ben venga la tecnologia, così un bel giorno potremo smettere di stare al volante, e potremo impiegare il nostro tempo in modo più costruttivo, interessante ed ameno.

mug shots: il marketing dell’arrestato mercoledì 6 maggio 2009

Posted by andy in Internet e società.
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L’era della comunicazione sta stravolgendo totalmente il significato delle cose, trasformando persino le schede segnaletiche degli arrestati in opportunità di marketing.

In un recente viaggio in America ho scoperto con stupore che le foto segnaletiche degli arrestati mug shots: quelle che vengono prese e diffuse dalla polizia per l’identificazione degli arrestati) sono oggi viste ed interpretate in un modo totalmente differente che in passato.

Mentre un tempo non si dava importanza alla posa con cui ci si faceva ritrarre, e spesso l’espressione che veniva assunta era truce, o comunque dura, per reazione, ora si tende (e questo vale soprattutto per le persone famose) a sorridere ed assumere pose piacevoli.

Perché? La ragione sta nel fatto che le foto segnaletiche vengono pubblicate sui principali quotidiani, sulle riviste di gossip, e cosi via.

Mentre il testo dell’articolo con il tempo viene facilmente dimenticato, l’immagine rimane più impressa nella memoria.

Un’immagine sorridente viene ricordata con piacere, mentre espressioni differenti vengono associate negativamente all’immagine del personaggio, e difficilmente queste associazioni possono essere rimosse.

In aggiunta, tirature di milioni di copie della carta stampata, la diffusione via televisione, il gossip via Internet creano un’incredibile opportunità per veicolare la propria immagine, per raggiungere il pubblico, ed essere ricordati.

Tale immagine viene facilmente associata a manifesti pubblicitari, promo di film e canzoni, iniziative commerciali …

… insomma, se ben gestita, la foto segnaletica può divenire un incredibile (e gratuito!) strumento di promozione.