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Self-Assessment per la migrazione verso i servizi ‘in the cloud’ sabato 9 febbraio 2013

Posted by andy in tecnologia.
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Attraverso il CSA – Italy Chapter, sono venuto a conoscenza di uno strumento messo on-line da Microsoft per valutare il proprio stato di preparazione ad accedere al cloud

Descrizione dello strumento

Il sito http://technet.microsoft.com/en-us/security/jj554736 offre uno strumento web-based di self-assessment per valutare sia il gap esistente rispetto alle normative prese a riferimento, sia i vantaggi derivanti da una migrazione verso servizi cloud-based.
In particolare lo strumento si definsce come un Cloud Security Readiness Tool for Cloud Adoption, e quindi specificamente orientato a valutare gli aspetti inerenti la sicurezza delle informazioni.
Lo scopo, così come traspare intuitivamente già al primo accesso, è quello di fornire alle organizzazioni non ‘cloud-aware‘ uno strumento semplice ed intuitivo per valutare la prorpia situazione ed i vantaggi che il cloud può offrire.
L’interfaccia consiste in un unico form da compilare, diviso in una sezione iniziale di informazioni generali per inquadrare la dimensione e la tipologia dell’organizzazione, ed una seconda specifica per il self-assessment, composta da 27 quesiti.
Una volta compilato il form, viene richiesta una semplice registrazione (basta un indirizzo di e-mail, senza fornire ulteriori informazioni) per poter scaricare il documento di assessment prodotto; la registrazione consente inoltre di tornare a rivedere, correggere e modificare le proprie valutazioni per aggiornare il rapporto.

Metodo di valutazione

Per quanto riguarrda il metodo di valutazione, ho valutato due casi ragionevolmente ai limiti in Europa (un’organizzazione governativa con parecchie migliaia di PC, e una di produzione con pochissimi PC), e per entrambe ho compiilato il form fornendo la configurazione e quella migliore.

Pro

  • semplicità d’uso: le informazioni generali richieste per la categorizzazione dell’utilizzatore sono veramente poche e chiare; anche i quesiti per l’assessment sono molto semplici e chiari, e le risposte possibili (quattro) consentono di inquadrare molto facilmente il contesto effettivamente in essere presso la propria realtà;
  • semplicità di registrazione e non invasività della propria privacy;
  • il report è ben schematizzato, sintetico e chiaro;
  • può essere un interessante strumento per iniziare ad approcciare in poco tempo il tema del cloud e della possibilità di valutare la possibilità di appoggiarvi alcuni servizi;
  • lo strumento consente di salvare più analisi, con la possibilità di modificarle e riesaminarle in momenti successivi;
  • lo strumento non è di parte, nel senso che non evidenzia vantaggi e specificità dell’offerta del realizzatore.

Contro

  • Lingua: al momento il sito è soltanto in lingua inglese, così come il report generato; questo potrebbe costituire un fattore limitante soprattutto per le piccole imprese;
  • Tipologia di servizi cloud: al momento, lo strumento offre come unica scelta l’opzione SaaS; le opzioni IaaS e PaaS sono indicate ma non selezionabili;
  • Il report è forse un po’ troppo astratto ed orientato ad un dettaglio di controlli troppo formale (NIST SP800-53), e quimdi fruibile più da uno specialista della sicurezza, piuttosto che da un’organizzazione che vuole capire quanto il cloud possa essere o meno una soluzione per elevare i propri livelli di sicurezza;
  • dato che la norma di riferimento in Europa è la ISO27001, sarebbe apprezzabile avere riferimenti per il mapping dei controlli (anche) rispetto a questa norma;
  • manca una presentazione intuitiva dei risultati dell’assessment e del gap esistente rispetto ad una possibile migrazione verso i servizi nel cloud;
  • vengono presentati soltanto i vantaggi derivanti da una migrazione verso il cloud, omettendone invece i problemi ed i rischi.

Conclusioni

Nel complesso lo strumento appare interessante, sopratutto nell’approccio.
Tuttavia il sito appare essere molto orientato all’utente americano, sia per la mancanza di internazionalizzazione, sia per i riferimenti al solo standard NIST SP800-53.
Essendo realizzato dalla Microsoft, non stupisce che il sito tratti soltanto il modello SaaS, dovendo promuovere il reale business dell’azienda (software ed applicazioni), piuttosto che infrastrutture e piattaforme (modelli IaaS e PaaS).
Il livello di chiarezza, semplicità ed intuitività del report generato non sono al livello di quelli del form iniziale di self-assessment, ma potrà essere facilmente migliorato integrando rappresentazioni grafiche dei risultati; tuttavia ad oggi esso potrebbe non essere sufficientemente in linea con l’obiettivo di facilitare le organizzazioni che non dispongono di capacità interne evolute a comprendere dove si posizionino nel panorama della sicurezza e quale possa essere il gap che può essere coperto migrando verso servizi nel cloud.
Lo strumento è ‘monodirezionale’, nel senso che, qualunque sia il risultato dell’assessment, evidenzia soltanto gli aspetti positivi di una migrazione verso il cloud, e quindi non può essere considerato completamente obiettivo in sede di valutazione; non vengono in nessun modo presentati i problemi derivanti dalla necessità di riqualificare o riconvertire le competenze del proprio personale, dei possibili rischi e dei costi nascosti.

Lo strumento è ‘asimmetrico’, nel senso che, qualunque sia il risultato dell’assessment, evidenzia soltanto gli aspetti positivi di una migrazione verso il cloud, e quindi non può essere considerato completamente obiettivo in sede di valutazione; non vengono presentati in nessun modo i problemi derivanti dalla necessità di riqualificare o riconvertire le competenze del proprio personale, dei possibili rischi e dei costi nascosti.

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Fine dell’open souce e Friburgo? Ci vorrebbe un po’ di onestà mentale … giovedì 22 novembre 2012

Posted by andy in FLOSS, Internet e società.
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Leggo oggi che che la città di Friburgo, in Germania, sta decidendo di abbandonare OpenOffice per tornare al software proprietario della suite Office della Microsoft (edizione 2010 o forse 2013, con un e sborso previsto di circa 600.000€).

Personalmente la cosa mi dispiace, dato che credo fermamente nel modello del software libero, e che quei 600.000€ potrbbero essere spesi per migliorare LibreOffice nell’interesse proprio e di tutto il mondo, invece che andare ad alimentare quella continua emorragia di capitali dall’Europa verso gli Stati Uniti.

D’altra parte non posso condannare la scelta, almeno sulla base delle informazioni che sono state pubblicate.

Le motivazioni addotte sembrano essere che OpenOffice risulta essere ‘underperforming’ rispetto al software della Microsoft, e che in Germania soltato il 27% della popolazione utilizza software libero, contro un 72% che utilizza software della Microsoft.

Motivazioni un po’ fragili e non oggettivamente documentate.

Ci vorrebbe un po’ di onestà mentaleda parte dei tedeschi di Friburgo, e forse anche da parte di tutti.

È vero che le suite libere (LibreOffice, OpenOffice) e quella di Microsoft non sono completamente compatibili.
È anche vero che i prodotti di Microsoft sono più evoluti.

Resta solo da capire a chi dare la colpa.
È un errore voler abbandonare a priori Microsoft per il mondo libero (e illusoriamente gratuito), come lo è il voler tornare al mondo proprietario perché il software libero non si comporta identicamente a quello proprietario.

L’errore stà nel considerare come standard il formato di documenti trattato dal mondo Microsoft.
Sarebbe molto più onesto partire dallo standard vero (ODF), e chiedersi quale sia la suite che rispetta meglio lo standard.
È fondamentale capire che al centro devono stare i dati: ieri li aprivamo con Microsoft, oggi con LibreOffice, e domani con la suite StarTrekOffice; l’importante è poterli continuare ad aprire, e lasciare spazio al mercato per poter sviluppare software sempre migliore, cosa che si può fare solo se c’è trasparenza sul formato di ciò che deve essere trattato.

È possibile che chi non si comporta bene nel trattare i documenti ODF sia la suite Microsoft, e non OpenOffice: occorrerebbe un processo di certificazione dei prodotti software rispetto a quanto previsto dagli standard.
È anche possibile che le suite libere non implementino correttamente lo standard, e questo potrebbe essere un motivo accettabile per tornare indietro (sempre che quella di Microsoft sia meglio, nel rispettare lo standard).
Restano poi i casi in cui l’automazione dei processi aziendali sia stata pesantemente realizzata sfruttando caratteristiche proprietarie del mondo Microsoft e che non hanno un equivalente nel mondo libero: di fronte a questo tipo di problemi, risulta fondamentale analizzare i costi di adattamento delle personalizzazioni rispetto al costo da sostenere per l’acquisto ed il mantenimento delle licenze software.

È tempo di farla finita con le crociate fondate sull’aria fritta o su partiti presi: non ci si può più permettere di sprecare soldi dei contribuenti a causa delle simpatie, della prigrizia o dell’ignoranza di chi deve gestire le strategie di miglioramento su mandato e nell’interesse dei cittadini (e con lo stipendio pagato da loro).

A proposito di onestà mentale, e per i nostri amministratori pubblici: è fondamentale che venga ufficializzato per legge che i documenti pubblici devono essere salvati e scambiati soltanto in formati aperti e liberi.
È inutile fare le guerre tra Microsoft e software libero, se gli utenti continuano (per propria ignoranza e per la mancanza di obblighi di legge) a scambiarsi documenti in formati proprietari.

Fissato lo standard sul formato dei documenti, chiunque può scegliere liberamente in base alle proprie esigenze quale sia il prodotto più appropriato sia per funzionalità che per costo.

Microsoft ed antitrust europeo: la ciliegina sulla torta venerdì 10 luglio 2009

Posted by andy in Internet e società.
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Il conflitto tra Microsoft ed antitrust europeo sembra che stia per concludersi, con una soluzione a dir poco bizzarra: sembra che per far contenta la UE e non vedersi comminare l’ennesima multa, alla Microsoft basterà vendere Windows senza il browser.

Dire che la UE si sta facendo prendere in giro è un eufemismo.

O Microsoft fornirà un programma di setup (che no n potrà essere un browser, ovviamente) che consentirà al momento dell’installazione di scegliere e scaricare da Internet il browser preferito (cosa che dubito che farà, perché aprirebbe alla concorrenza), o allegherà un secondo CD contenente IE.

In questo caso, la concorrenza sarà comunque sbaragliata, in quanto non potrà permettersi il costo del CD aggiuntivo per ogni distribuzione; lo ha fatto ai tempi Netscape, ma la cosa non è durata.

Riuscite ad immaginarvi di ricevere, con ogni nuovo PC, un disco per il sistema operativo, ed un’altra decina di dischi per gli altri browser?

La commissione europea ha approcciato il problema nel modo sbagliato.
Anzi, in realtà non ha neanche ben capito quale sia il reale problema.
Il problema vero è che IE va in coppia con i software della MS: lato client (Windows) e lato server (Exchange, SharePoint, etc.).

Chiunque adotti lato server uno strumento della MS si obbliga ad utilizzare lato client IE, in quanto questo utilizza dei componenti del sistema operativo per la visualizzazione di elementi richiesti dal server.

Il problema è che IE non è un browser, ma una ‘finestra’ sul sistema operativo.
I browser normali implementano gli standard, e visualizzano ciò che il server invia.
Se invece il server richiede al browser di visualizzare degli elementi utilizzando componenti del sistema operativo, soltanto uno può farlo: quello che arriva in bundle con il S.O.

E la ciliegina sulla torta non è ancora saltata fuori.
Quando la UE inizierà a comperare PC con Windows ma senza IE, ed installerà FF, o qualcosa d’altro, scoprirà che un sacco di cose che prima funzionavano, non lo faranno più.
Ed a quel punto scoppierà il putiferio, perché gli utenti si lamenteranno, i responsabili dei servizi diranno: ‘dovete installarvi IE’ e la commissione antitrust scoprirà di aver fatto un flop e di essere ancora completamente in mano alla MS, che però potrà difendersi dimostrando di aver soddisfatto le richieste della UE (che per loro ‘fortuna’ erano alquanto superficiali e stupide – forse non casualmente …)

Pagare per vendere … giovedì 18 giugno 2009

Posted by andy in Internet e società.
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Credo che questo sia un segno dei tempi, e di come si stiano rivoluzionando e stravolgendo i modelli di business.

Il software open source (non tutto, ovviamente) ha raggiunto e superato in qualità quello commerciale.

Pur essendo gratuito, Internet Explorer 8 è stato escluso dalla distribuzione europea di Windows 7, a causa delle decisioni della commissione antitrust europea.

IE8 è gratuito, come Firefox e praticamente tutti i browser più diffusi, ma si diversifica da essi in due aspetti: in primo luogo è closed source, e soprattutto è un cavallo di troia fondamentale per la Microsoft per mantenere la propria posizione dominante sul mercato dei sistemi operativi.

MS-IE8-treasure È così importante che la Microsoft è arrivata a promettere donazioni in beneficenza per ogni download del suo browser, e addirittura per creare una caccia ad un tesoro di 10.000$, che potranno essere trovati soltanto da un utilizzatore di IE8.

Godiamo oggi i benefici di una guerra iniziata tanti anni fa, tra Netscape ed Internet Explorer, una guerra fatta soprattutto di fuga dagli standard, per ‘fidelizzare’gli utenti (oggi si dice ‘lock-in’).

Viene da pensare allo scontro tra Davide e Golia ma … è davvero così?

In realtà no:non è più il tempo dei sognatori, che dedicavano il proprio tempo per lasciare al mondo una parte di sé, nella forma di programmi.

Ormai si tratta di uno scontro tra titani: da una parte la potenza economica della Microsoft, e dall’altra quella di tutte quelle aziende che hanno speso fortune per inseguire il mercato che la Microsoft anno dopo anno creava (vedi anche FUD).

Troppi denari sono stati spesi per sviluppare software che fosse compatibile sia con gli standard ufficiali, sia con quelli modificati ad arte dalla Microsoft.

Il browser è ormai diventato la finestra sul business; il sistema operativo non è più l’elemento facilitante per lo svolgimento delle proprie attività; è invece ormai la nuova generazione del BIOS, quel pezzo di software che tutti i computer devono avere per poter essere utilizzati.

Il business non è più sul software da installare, ma sui servizi da utilizzare.

Gestire il proprio computer, installare ed aggiornare il software, effettuare il backup dei propri dati sono diventate operazioni non banali, e soprattutto operazioni che portano via tempo ai propri interessi ed al proprio business, oltre che essere un costo che in generale si tende ad evitare (con tutti i rischi del caso).

Ed ecco che il mercato si difende, investendo cifre non indifferenti in tecnologie che consentono di svincolare gli utenti dal monopolio della Microsoft.

Un tempo si sviluppava software per guadagnare … oggi Microsoft è messa alle corde, e si trova costretta a pagare perché gli utenti non si rivolgano alla concorrenza.

Il mondo sta davvero cambiando.

Effetti della politica commerciale di Microsoft per IE mercoledì 8 aprile 2009

Posted by andy in Internet e società, tecnologia.
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Mi sono imbattuto in un post di un netizen che, in assoluta onestà, dice di utilizzare IE7 e di trovarsi soddisfatto.

Ad avallare questa sua scelta porta anche ragioni quali gli aggiornamenti continui di Microsoft, e la dimensione stessa dell’azienda, che garantisce stabilità e continuità nel tempo, ed una maggiore forza commerciale rispetto ad Opera, Mozilla Foundation, etc.

D’altra parte chiede come mai in tanti affermino la (presunta?) superiorità degli altri browser.

Le ragioni che portano a questo vivace confronto sono molte, ma spesso molto sottili e nascoste.

Fermo restando che la preferenza personale non va messa in discussione (ma per essere una reale preferenza, dovrebbe almeno essere supportata dall’aver provato ad utilizzare e confrontare i vari strumenti), esistono anche motivi commerciali, tecnici ed economici per cui la scelta può propendere per un browser piuttosto che un altro.

Per quanto riguarda i browser della MS, questi soffrono di scelte tecniche condizionate dalle politiche commerciali; Microsoft ha sempre cercato di consolidare il proprio mercato implementando modifiche agli standard, in modo da costringere gli utenti ad utilizzare i propri prodotti perché gli altri non implementano le specificità proprietarie dei prodotti MS  (vedi guerra dei browser tra IE e Netscape).

Quando una scelta tecnica è condizionata dalle scelte commerciali ti trovi per forza di cose ad implementare qualcosa che non è l’optimum tecnico, e questo è un fatto ben noto a tutti gli sviluppatori che si trovano a dover realizzare prodotti venduti a tavolino da commerciali senza essere stati preventivamente interpellati.

Altro aspetto che ha impatto sulla qualità intrinseca di IE è il fatto che, proprio per scelte commerciali, alcuni componenti del browser non stanno nel browser, ma nel sistema operativo; questa scelta è stata fatta da Microsoft per impedire agli utenti degli altri browser di poter usufruire appieno di caratteristiche e funzionalità che MS stessa mette all’interno dei suoi prodotti server (Exchange, SharePoint, etc.); se utilizzi IE, questo è in grado di utilizzare componenti di Windows che servono per il corretto funzionamento dell’applicazione; altrimenti sei costretto ad utilizzare interfacce scarne che sono implementazioni surrogate e limitate di quelle native di Windows.

Peggio ancora è il fatto che, proprio per il fatto che alcuni componenti del browser risiedono all’interno del sistema operativo, qualsiasi vulnerabilità del browser mette a rischio l’intero sistema; una seccatura collaterale è che alcuni aggiornamenti del browser, così come la sua installazione e (teorica) disinstallazione, richiedono il reboot del sistema, cosa che non avviene credo per nessun altro browser, che è di fatto un programma come tutti gli altri, che sta SOPRA e non DENTRO il sistema operativo.

Altra considerazione in merito al confronto tra browser proprietari e a codice aperto è che se Microsoft decide di abbandonare IE6, l’utente (e il produttore di applicazioni) non puoi farci nulla: se è costretto ad utilizzarlo perché IE7 non è per qualche motivo completamente equivalente o compatibile, ha due possibilità: o rinuncia alla propria applicazione, o rinuncia agli aggiornamenti al browser.
Con un browser open, per quanto obsoleto, è possibile decidere di farsi da soli gli aggiornamenti (o comunque di commissionarli a consulenti) in modo da portare avanti il proprio business.

Altro aspetto non irrilevante al giorno d’oggi è che i browser open sono disponibili su piattaforme anche diverse da Windows, e si comportano in modo uniforme su tutte; IE può essere utilizzato soltanto su sistemi Windows.
Se per qualche motivo si è costretti ad utilizzare per forza IE (che è gratuito), si è implicitamente costretti a pagare la licenza di Windows, anche se del sistema operativo non interessa neanche un componente.

Altro aspetto che avvantaggia i browser open è la loro modificabilità ed estendibilità, basata soprattutto sul fatto che il progetto non è condizionato da scelte commerciali ma da esigenze pratiche, e che la disponibilità di sorgenti e documentazione consente di creare personalizzazioni, plugin, estensioni etc. secondo le proprie esigenze.
Dalla parte MS ci si possono aspettare (in generale) soltanto estensioni realizzate dalla MS o da società che lo fanno per soldi, e soprattutto soltanto se in linea con le politiche commerciali dell’azienda.

Per chi realizza applicazioni, dei browser open è possibile prendere anche soltanto alcune parti del browser da integrare in applicazioni custom: con IE puoi soltanto prenderlo tutto in blocco, incluse tutte le parti che non ti servono.

La politica commerciale di Microsoft fa sì che un sito realizzato utilizzando soltanto tecniche e linguaggi standard funzioni alla perfezione con FF, Opera e Chrome: sfortunatamente altrettanto non vale per IE6 e IE7 e IE8, rilasciato nel 2009!!!!

E questo cosa significa? Significa che Microsoft sta utilizzando da anni la propria posizione dominante per costringere gli sviluppatori ad utilizzare le specificità inserite nei propri prodotti perché la principale base di installato è di IE (varie versioni), e lo sviluppatore non ha voglia di mettersi a riscrivere le medesime cose in varie forme per supportare anche gli altri browser.

Un evento a parer mio epocale è l’annuncio di Google di non voler più supportare IE6 in GMail, proprio perché costano troppo di sviluppo senza aggiungere nulla alle reali funzionalità fornite dai server.

Altro esempio? Come mai Microsoft ci ha messo tanti anni a decidersi a supportare il formato PNG delle immagini?
È un formato aperto, e nonostante tutto ancora oggi con IE6 non viene visualizzato correttamente; in tutti questi anni una piccola patch correttiva avrebbero potuto rilasciarla, visto che le capacità per gestire i GIF (che sono sostanzialmente equivalenti) e tanti altri formati delle immagini ci sono.

Se per curiosità punge vaghezza di guardare il sorgente di una pagina di Gmail, si provi a notare quante specificità ci sono per ogni browser.

Ogni ‘if’ costa tempo e denaro per lo sviluppo ed il test dei risultati prodotti.
Tutto denaro sprecato, perché basterebbe scrivere le cose una volta sola, conformandosi agli standard.

Se gli standard non sono adeguati, si estendono e si migliorano.
Per curiosità, è possibile andare a vedere i risultati dei test ACID3 di conformità agli standard dei browser.

La beneficenza della Microsoft mercoledì 21 gennaio 2009

Posted by andy in Internet e società, Miglioramento.
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Leggo oggi due notizie che riguardano la Microsoft.

Da una parte, la Commissione Europea per l’Antitrust che sta valutando seriamente la possibilità di comminare un’ulteriore sanzione alla Microsoft, oltre alla precedente da 800 M€.

Dall’altra, Microsoft che regala ad una scuola superiore pugliese hardware e software per VOIP e per stupire gli spettatori con effetti speciali, ed accaparrarsi l’approvazione del Ministero della Pubblica Amministrazione e dell’Innovazione, e del ministro Brunetta in persona.

Mi rendo conto che per molti lettori quanto segue potrà sembrare un’ovvietà, ma non fa mai male avere un punto di vista diverso.

  1. Microsoft finanzia a fondo perduto (fatto da verificare anche nel medio e lungo termine) la realizzazione di qualche progetto pilota;
  2. il risultato alla fine funziona (o perché funziona sul serio, o perché chi deve approvare il collaudo non vuole assumersi la responsabilità di aver sbagliato);
  3. la volta che c’è l’imprimatur di qualche dirigente o politico di turno (questa volta è il turno di Brunetta), si parte con la replica del progetto in altre realtà; a questo punto si scopre che gli altri progetti non sono omaggiati dal finanziatore filantropo, e quindi qualcuno si rimbocca le maniche, e senza sollevare troppo polverone, inizia a rastrellare milioni di Euro per pagare il tutto;

Conseguenze:

  1. con l’esborso di qualche PC e qualche schermo per fare grande effetto, il filantropo di turno ha messo un ipoteca su tutte le future installazioni;
  2. a parte i PC inizialmente regalati, tutti gli altri che dovranno adeguarsi alla nuova infrastruttura dovranno essere sostituiti, perché Windows XP non è più supportato e bisogna per forza comprare Vista, e perché Vista non ce la fà girare sull’hardware esistente;
  3. il contribuente paga;
  4. si condiziona ulteriormente il mercato, condizionando gli utenti che poi a casa propria continueranno a comperare Windows pre-installato, non perché lo vogliono, ma perché non hanno neppure mai visto le alternative;
  5. si è persa l’ennesima occasione per dare spazio a società private ed alle università di realizzare un progetto pilota equivalente, con software libero, che preservi gli investimenti già fatti in hardware e software, e che dia una spinta all’innovazione;
  6. si è persa un’altra occasione per avere un po’ di trasparenza nelle scelte, e soprattutto organismi come il CNIPA o sono stati messi da parte, o non hanno saputo fare il proprio mestiere;
  7. dopo qualche anno il filantropo bussa alla porta del Ministero di turno, e chiede una verifica delle licenze installate; siccome nessuno è in grado di garantire che non ci siano in giro licenze non autorizzate, si provvede all’ennesima sanatoria comprando licenze corporate per mettersi in regola (senza neppure sapere se davvero esistano o meno delle irregolarità).

Mi rendo conto che le considerazioni di cui sopra possano ad alcuni apparire un po’ pesanti, ma sfido chiunque nella PA a tirare fuori dal cilindro direttive e numeri reali in relazione all’agevolazione dell’adozione del software FLOSS nella PA; in particolare:

  • la quantità di licenze client e server installate, per ogni tipo di sistema operativo;
  • le direttive che impongono l’utilizzo di software FLOSS a meno di insormontabili incompatibilità con i servizi da supportare;
  • i costi sostenuti ogni anno per software proprietario;
  • i costi sostenuti per promuovere e sviluppare progetti ed infrastrutture su software FLOSS.

Google Chrome: perché? lunedì 8 settembre 2008

Posted by andy in Futurologia.
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Qual’è la vera idea che sta dietro a Google Chrome?

Di browser ce ne sono già tanti, e a parte i nuovi skin e gli accorgimenti per aumentarne l’usabilità, anche la guerra sulle prestazioni sembra convergere verso valori limite.

E allora perché un nuovo browser?

In effetti, uno dei punti di forza di Google è l’accessibilità e l’usabilità dei propri servizi indipendentemente dal sistema operativo e dallo strumento utilizzato, ed il valore dei suoi servizi non cambia in relazione a come vi si accede.

Anche un nuovo browser non dovrebbe discostarsi da questa interpretazione.

E allora perché?

Occorre sicuramente tornare all’obiettivo su cui si fonda Google: controllare e veicolare tutta l’informazione mondiale, con la collaborazione degli internauti.

Come è vero da sempre nel mondo del software, anche la più bella applicazione finisce nel cestino se non è facilmente utilizzabile.

E quindi, per fare in modo che le informazioni non rimangano chiuse sui PC degli utenti, o non vengano veicolate attraverso servizi di altri, il miglior modo è quello di realizzare applicazioni alternative, più semplici, più economiche, e soprattutto che rispondono in tempo reale alla digitazione dei contenuti.

Complice di Google è un mercato monopolizzato, ed ormai arrivato a saturazione.

La politica di Microsoft di accettare tacitamente la copia del proprio software per divenire lo standard di fatto le ha consentito di divenirlo effettivamente, e quindi di poter ‘ricattare’ il mondo, partendo con azioni legali e rastrellando montagne di denari per le installazioni non licenziate.

Il mercato ora si sente messo alle corde, e si chiede come mai debba pagare montagne di soldi per continuare a scrivere documenti, fare quattro conti, navigare su Internet ed utilizzare la posta elettronica.

La risposta si chiama Free Software, ed ancor più Open Source, perché ormai sono pochi a fidarsi di ‘scatole nere’ di proprietà di società estere di cui non si sa nulla, o peggio di cui si sa fin troppo.

Altro aspetto non irrilevante è che è diventato necessario per molti il fatto di poter disporre dei propri dati anche fuori di casa o fuori dal proprio ufficio, ma mettere in piedi un proprio server connesso ad Internet non è proprio una cosa da tutti, ed aprire il proprio computer a tutti è fonte certa di problemi.

A questo si può aggiungere che prima o poi tutti hanno dovuto portare tutti i propri documenti da un vecchio computer ad uno nuovo (e tutti sanno quanta fatica è costato il ricreare un ambiente equivalente a quello originale!), oppure è capitato di perdere dati e documenti a causa di un salto di corrente o di un hard disk che ha deciso di ritirarsi a vita migliore.

L’alternativa è stata una sola: depositare tutti i propri file e la corrispondenza, le foto, etc. su un server accessibile da Internet.

Il primo passo è stato quello di realizzare delle alternative alle suite di office automation, ed in questo modo anche i documenti personali, e spesso di lavoro, finiscono su questi server.

E con questo MS Office viene tagliato fuori.

Nel frattempo è successa una cosa, a cui i più non hanno dato molto rilievo: i nuovi firmware e BIOS dei computer che acquistiamo stanno diventando sempre più free, in generale derivati da Linux, e con questo si portano dietro una serie di applicazioni di base che possono funzionare anche senza aver caricato un intero sistema operativo: stiamo parlando, come minimo di un browser.

… sono poche le cose che oggi non si possono fare avendo soltanto un browser …

Ed eccoci arrivati a Google Chrome: è stato progettato per divenire di fatto un sistema operativo non di rete, ma di Rete: la sua architettura lo mette in condizione di poter funzionare, in un prossimo futuro, indipendentemente da un sistema operativo come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi; si appoggerà direttamente al BIOS del sistema.

E con questo vengono tagliati fuori anche i sistemi operativi (Windows in primis).

Yahoo ha il fiatone, Microsoft non ha le capacità per scrivere software pensato con gli occhi degli utenti, il software ed i servizi di Google sono gratuiti … ed il gioco è fatto!