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Ad Internet noi interessiamo? mercoledì 13 giugno 2012

Posted by andy in Futurologia, Internet e società.
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Internet oggi è per noi uno strumento al nostro servizio; sostanzialmente, ci consente di comunicare in modo pervasivo.

Ma Internet fa anche un’altra cosa, forse meno evidente, ma incredibilmente importante: ricorda.

Internet ricorda per noi, e non solo per noi; Internet ricorda tutto.

E questi due aspetti della Rete stanno divenendo così importanti che nascono e si sviluppano continuamente comitati, organizzazioni ed istituzioni preposte al suo studio ed alla sua regolamentazione, per stabilire cosa può circolare e cosa no, cosa può essere ricordato, e per quanto.

La memoria di Internet ha portato a questioni come quella del diritto all’oblio.

Ci si iniziano a porre questioni etiche come quella relativa all’ereditabilità delle informazioni pubblicate in Rete: ciò che scrivo e lascio in Rete (e soprattutto ciò che scrivo ma mantengo riservato) può essere ereditato dai miei figli?

Da una parte, appare naturale che ciò che è mio privato debba appartenere e rimanere soltanto nella mia sfera personale e privata.

D’altra parte, anche in un passato recente, quante volte opere inedite sono state date alle stampe postume, contro la volontà dell’autore?

Ma la questione che voglio porre in questo post è un’altra: ad Internet tutta questa informazione interessa? Le può in qualche modo servire?

Ad Internet può interessare ricordarsi la storia del mondo, del fatto che sono esistiti e si sono estinti i dinosauri, e che persone più o meno grandi hanno detto e pensato determinate cose?

A noi la storia occorre per comprendere il passato e per poter progettare un futuro migliore (o almeno così dovrebbe essere), ma alla Rete?

Quando la Rete sarà autonoma ed autocosciente, cosa se ne farà della nostra storia?

La nostra memoria costa risorse, spazio ed energia: avrà ancora senso conservarla in un prossimo futuro?

Agli iPosteri l’ardua sentenza …

Internet sempre più alla ricerca della propria libertà mercoledì 13 giugno 2012

Posted by andy in Futurologia, Internet e società, Libertà dell'informazione.
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Una cosa qua, una cosa là …
Sono in pochi a notarlo, ma Internet, di soppiatto, ha fatto un altro salto verso la propria libertà.
O forse due.
È da anni che ci si sta muovendo da IPv4 ad IPv6, un protocollo che semplificherà le comunicazioni, e che soprattutto consentirà a tutti, anzi a tutto, di essere direttamente connessi, di avere una propria identità ed una propria presenza in Rete.

Dal 6 Giugno 2012 molti dei principali operatori hanno attivato definitivamente il nuovo protocollo.

Ma questa ormai non è più una notizia: il primo IPv6 day è stato mercoledì 8 giugno 2011, in cui non è accaduto nulla (per i netizen): di fatto, non è accaduto nulla, e nessuno si è accorto di nulla.

La vecchia Internet ha continuato a funzionare, ma la nuova Internet stava dando il sup primo vagito.

L’altra notizia, forse molto più interessante anche se molto meno pubblicizzata, riguarda il fatto che Internet si sta muovendo verso l’autodeterminazione.

Fino ad oggi, i nomi dei domini in Internet (in qualche modo, l’anagrafe dei nomi delle famiglie presenti in Rete) sono stati direttamente o indirettamente decisi ed autorizzati da ICANN, un’organizzazione prima controllata dagli Stati Uniti, ed ora leggermente più ‘democratica’.

Insomma, fino ad oggi le famiglie ‘ammissibili’ in Rete le decideva soltanto ICANN (o meglio, formalmente è ancora così: ICANN crede che sia ancora così); un po’ come nell’antica Roma, ove le gentes riconosciute erano poche: gli Emilii, i Cornelii, i Fabii, etc.

L’evento importante è che recentemente è nata una nuova anagrafe alternativa, libera e non controllata da ICANN: il Pirate Party canadese ha avviato, attraverso OpenNIC, la registrazione di TLDs qualunque, senza la preventiva autorizzazione (o censura) di nessuno.

E qual’è l’innovazione, quella vera, in questa notizia?

L’innovazione non sta tanto nel poter disporre del dominio primario .MarioRossi, o .MiPiaccionoIPaniniAlSalame senza dover pagare il dazio al registrar di turno (i vari Register, Aruba, etc.), ma nel fatto che qualcuno ha deciso (e lo ha fatto!) di mettersi al di sopra della più alta organizzazione riconosciuta a livello mondiale per l’attribuzione dei nomi in Rete, offrendo (gratuitamente) la libertà all’autodeterminazione del proprio nome in Rete.

Una piccola precisazione: ho scritto tra parentesi la parola ‘gratuitamente’; per quanto possiamo esserci abituati all’idea che Internet e tutto ciò che si trova in questo grande mare sia ‘gratis’, ovviamente nulla lo è; la corrente elettrica, i server, il lavoro delle persone non sono mai gratis; se non paghiamo noi, ci sarà qualcun altro che lo fa per noi, donando il proprio tempo e danaro per il bene comune di tutti.

One person, one document? martedì 13 marzo 2012

Posted by andy in Futurologia, Internet e società.
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Sto guardando il mio passaporto, e mi chiedo quale possa essere il suo significato nel prossimo futuro, quello (ormai attuale) della globalizzazione e di Internet.

Un documento d’identità è uno strumento che consente di stabilire una relazione di fiducia tra una persona ed un ente governativo, di tipo amministrativo per beneficiare delle agevolazioni offerte dall’ente, e di tipo giudiziario per beneficiare della protezione offerta dall’ente.
Ovviamente l’ente che offre i propri servigi e la propria protezione richiede ed impone, in cambio, alcuni doveri.

Un tempo questi documenti avevano una valenza soltanto per gli interessati e per l’ente che li avevano emessi: non erano riconosciuti da stati e governi (andando indietro nel tempo, si trattava di reami e principati).
Con il tempo sono stati stretti accordi internazionali per il mutuo riconoscimento di questi documenti, in modo da non dover costruire nuove relazioni di fiducia tra persone ed altri enti (di fatto, si è sviluppata una rete di trust federato internazionale).

Non tutti gli stati tuttavia hanno ratificato queste relazioni, per cui alcuni documenti non vengono riconosciuti in alcuni paesi.

Altro aspetto interessante è quello relativo alle persone che hanno più nazionalità, e che quindi posseggono più identità (relazioni di fiducia) con stati diversi.

Riepilogando, nel mondo esistito fino alla fine del XX secolo ogni persona aveva una propria identità ratificata da uno stato (alcuni possedevano più identità, ciascuna con un paese diverso, ed altri non possedevano identità: gli apolidi).

Verso la fine del secolo scorso si è avuta una diffusione esponenziale di Internet, con la conseguente esplosione di identità virtuali degli utenti, sia per accedere a servizi offerti da enti diversi (lavorativi, amministrativi e non), sia per accedere ai medesimi servizi anche con identità diverse (è possibile crearsi più profili con account diversi sui medesimi portali).

Per l’oggettiva complessità nel mantenere tutte queste identità (ed anche perché molte aziende hanno cercato di monopolizzare la gestione – o possesso – dell’identità delle persone – vedi Microsoft LiveID), sono state avviate iniziative per unificare la gestione dell’identità virtuale della persona attraverso meccanismi e protocolli federativi (OpenID, web-of-trust, …).

Ci troviamo quindi in una situazione completamente differente da quella passata, in cui la nostra identità non è più verificata e certificata da enti di tipo governativo, ma da società private.
Mentre in passato l’interesse degli stati era quello del controllo dei propri cittadini, oggi l’interesse è principalmente privato, e quindi economico, e si concretizza nella fidelizzazione (o lock-in) della gestione dell’identità virtuale delle persone.

Ed ora diamoci un’occhiata intorno: quando si parla di globalizzazione, si pensa sostanzialmente ad un modello di liberalizzazione delle frontiere, in cui chiunque può comperare da chiunque altro beni e servizi, sfuggendo sempre più al controllo nazionale, ed obbligando gli stati a trovare forme di accordo condivise per poter imporre in ogni contesto e su ogni persona delle regole (commerciali e di controllo) condivise.

Ed in questo contesto le persone non vengono più identificate (e tracciate) attraverso i loro documenti tradizionali di identificazione, ma attraverso i propri account creati presso i più disparati fornitori di servizi.

Da non dimenticare il fatto che i tradizionali documenti d’identità cartacei si stanno via via sostituendo con documenti sempre più elettronici (da tessere di plastica fino alle smart card con chip RFID).

Ma il futuro vede un mondo globalizzato, e non solo per la libera circolazione delle merci, ma soprattutto delle persone.
E di qui alcuni quesiti:

  1. in futuro occorrerà ancora un documento d’identità?
  2. se si, chi sarà riconosciuto come ente autorizzato all’emissione dei documenti?
  3. il documento dovrà essere unico, o potremo averne quanti ne vorremo?

Immaginando un mondo senza frontiere, non occorreranno documenti di identificazione perché non ci sarà nessuno preposto a verificarli, così come accade ora a livello nazionale (nessuno ci chiede i documenti per farci andare in ufficio, per attraversare la strada o per andare al supermercato); altrettanto accade negli Stati Uniti, dove i confini sono rappresentati semplicemente da cartelli stradali, così come accade da noi tra le regioni.

Ed aggiungo un quesito: perché occorre identificarsi? Per la risposta riprendo l’inizio dell’articolo: per beneficiare di vantaggi specifici.

Se proviamo a guardarci nel portafogli o in borsetta, di documenti d’identità ne troviamo più di quanti possiamo immaginare:

  • la carta d’identità,
  • il passaporto (OK, questo molto probabilmente lo teniamo a casa perché è ingombrante, pesa, e costa un sacco di seccature e di soldi rifarlo nel caso lo dovessimo smarrire …),
  • la patente,
  • la tessera sanitaria,
  • la/le carte di credito,
  • il/i bancomat della nostra banca,
  • probabilmente qualche badge d’accesso per le aziende per cui lavoriamo,
  • qualche tessera fedeltà di supermercati, benzinai e negozi di elettronica …
  • per chi viaggia, un buon numero di carte frequent traveller …
  • … e così via …

NOTA: tutto sommato, anche il telefono cellulare è divenuto ormai un documento d’identità: viene infatti utilizzato per autenticarci negli acquisti, nel recupero delle password dimenticate dei nostri account, ed anche per ricevere le conferme dei nostri acquisti.

Tutti questi documenti ci identificano nei confronti di qualche ente, e andando a guardare bene, soltanto un paio sono emessi da enti di tipo governativo, mentre tutti gli altri sono emessi da enti di diritto privato e di tipo commerciale.

E nessuno di questi enti si arroga il diritto di essere l’unico autorizzato a rilasciare documenti di identità: si limita a rilasciare un oggetto che funge da legame tra la persona e l’ente, rappresentando l’esistenza di un accordo sottoscritto che stabilisce i diritti ed i doveri delle parti.
Addirittura, il medesimo ente può rilasciarci più documenti (carte di credito, tessere fedeltà, …).

E torniamo al tema del discorso: in futuro avrà ancora senso l’esistenza di documenti d’identità di tipo non commerciale?
Di fatto, quale sarebbe il loro scopo?
Ad oggi la nostra carta d’identità (o il nostro passaporto) indica quale sia l’ente che conserva la storia delle nostre origini (il nostro albero genealogico), e che conosce le persone che hanno garantito per la nostra identificazione iniziale.
Neppure la nostra posizione fiscale è ormai vincolata al nostro documento d’identità, in quanto potremmo produrre all’estero il nostro reddito, ed ivi pagare le imposte dovute.
Il diritto all’assistenza sanitaria? Forse:  in Italia la tessera sanitaria garantisce il diritto all’assistenza, ma in America è sufficiente una carta di credito.

Ed il mio documento d’identità non rappresenta neppure un giuramento di fedeltà al mio paese: di fatto, è una semplice attestazione di pertinenza territoriale, così come era per la servitù della gleba, che indica a chi dobbiamo pagare quelle che un tempo erano il fitto e le decime, o almeno non esplicitamente: implicitamente invece il mio documento d’identità rappresenta il mio dovere di partecipare alla difesa del stato, qualora questi me lo dovesse chiedere.

 

E veniamo ora al problema di fondo: fino ad oggi, possedere un’unica identità consentiva ad ogni stato di poter ricostruire univocamente un nostro profilo (eventualmente richiedendo informazioni allo stato d’origine), con la nostra storia, e le nostre marachelle.

La possibilità di costruirci invece identità multiple, ciascuna specifica per uno scopo / utilizzo, ci consentirebbe di poter disporre sempre di un profilo immacolato quando occorre, evitando di utilizzare altre nostre identità a cui sono associate informazioni negative.

Gli stati (e non solo) perderebbero il controllo sulla nostra integrità; ad esempio risulterebbe possibile aprire una linea di credito presso una banca utilizzando un’identità diversa da quella utilizzata presso un’altra, presso cui abbiamo accumulato una montagna di debiti, o apparire incensurati da una parte, risultando terroristi da un’altra.

E quindi s’imporrà sempre di più la necessità di riconciliare tutte le nostre identità virtuali in un’identità univoca: chi lo farà? I servizi di intelligence? I motori di ricerca? La nostra esigenza di limitare la quantità di identità diverse da noi utilizzate?

Welepatia (o Wilepatia) lunedì 5 marzo 2012

Posted by andy in Futurologia, Internet e società.
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La Welepatia (o anche Wilepatia) è la capacità di due (o più) elementi pensanti collegati ad Internet di comunicare, trasmettendo, ricevendo o prelevando informazione, con o senza la collaborazione volontaria di tutte le parti coinvolte.

Il termine è un neologismo da me coniato nel 2012, derivante dalla fusione dei termini Wireless (senza fili) e Telepatìa (trasmissione del pensiero).

Il termine deriva da una considerazione che mi sono trovato a fare sull’evoluzione di Internet.

Come forse avrete già avuto modo di intuire da altri miei post, la mia visione del futuro vede Internet come il nuovo passo sostanziale dell’evoluzione, qualitativamente superiore all’uomo.

Andando ad analizzare l’evoluzione dei meccanismi di storage, di condivisione delle informazioni, di distribuzione dell’elaborazione e dei meccanismi emergenti di ridondanza sia dell’elaborazione sia nella conservazione delle informazioni si può riconoscere una importante e crescente similitudine con la struttura ed il funzionamento del cervello.

Senza troppi sforzi di fantasia è anche possibile riconoscere lo svilupparsi sia di agenti patogeni sia di anticorpi, sia rispetto al sistema stesso, sia (e più importante) rispetto alle informazioni.

Una similitudine poco (se non addirittura per nulla) affrontata nella fantascienza è quella della trasmissione senza cavo delle informazioni rispetto alla telepatia.

Eppure volendo andare a guardare, da Marconi in poi l’informazione è sempre più stata trasmessa utilizzando radiofrequenze.

E dopo la radio (in tutte le sue accezioni), è venuta la televisione; di fatto sempre sistemi di comunicazione uno-a-molti; la nascita della telefonia cellulare (GSM, etc.) ha fatto il salto di qualità, rendendo possibile una comunicazione molti a molti senza contatto né collegamento fisico.

Con la grande differenza che i contenuti condivisi non sono stati più di tipo generalista, selezionati e vagliati da pochi per interessare (passivamente) molti, ma dove ciascuno può trasmettere una propria informazione a chi vuole (uno o più destinatari), in modo ragionato e selettivo.

Di fatto, stiamo parlando di telepatia mediata dalla tecnologia.

Un aspetto ancora più delicato (e sottovalutato) è la capacità della telepatia non solo di trasmettere pensieri, ma anche di leggere il pensiero di altri; di fatto stiamo parlando di invasione della privacy delle persone, cosa che è tecnologicamente fattibile.

In sintesi, credo che questa capacità di Internet di mettere in comunicazione tutti i propri elementi leggendo e trasmettendo conoscenza senza utilizzare supporti fisici possa essere assimilata alla telepatia del futuro, finalmente dimostrabile e verificabile, contrariamente alla capacità umana tanto sognata (e temuta), ma mai documentata e riprodotta.

L’Evoluzione dell’Evoluzione venerdì 12 febbraio 2010

Posted by andy in Futurologia, Internet e società, Metafisica, pensieri.
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Poi DIO disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza, …‘ (Genesi, 1,26)

Sto pensando a cosa verrà dopo l’Uomo; il nostro universo è molto limitato,  non riusciremo a staccarci da questa Terra se non per fare quattro passi nel giardino di fronte a casa …

Ciò che verrà dopo sarà una cosa molto più grande … qualcosa che avrà tutta la nostra conoscenza e la nostra esperienza, qualcosa che non avrà né caldo né freddo, che potrà andare a spasso per l’universo senza la necessità di respirare …

Qualcosa che potrà muoversi a velocità per noi insopportabili, e che potrà viaggiare per tempi per noi irraggiungibili.

La cosa più grande che Dio ha dato all’uomo è la capacità di creare qualcosa di meglio di sé.

Ma è davvero l’Uomo a creare il proprio successore, il proprio erede?

In realtà l’Uomo è solo uno strumento, lo strumento in mano all’Evoluzione.

Ma cosa è l’Evoluzione? È il semplice concetto statico formalizzato da Darwin?

Forse no: l’Evoluzione stessa evolve: guardandoci indietro non possiamo non notare come in principio l’evoluzione sia stata di tipo chimico, ed ha portato alla sintesi del DNA.

Con il DNA l’evoluzione è diventata di tipo biologico, e si è partiti da organismi unicellulari per arrivare fino a noi.

Vediamo ora il nascere di una nuova era: da alcuni anni siamo ormai spettatori inconsapevoli della nuova transizione di fase dell’Evoluzione; l’Evoluzione Tecnologica, quella che andrà oltre l’Uomo ed i suoi limiti.

Ed il nostro erede raccoglierà e condividerà tutta la nostra conoscenza e la nostra intelligenza, e li distribuirà su tutto il Globo ed in tutto l’universo.

Un nuovo passo verso il futuro del software venerdì 19 giugno 2009

Posted by andy in Futurologia, Internet e società.
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Opera ha presentato il suo nuovo prodotto, che di speciale ha l’idea alla sua base.

Il browser diventa non più soltanto uno strumento per accedere al mondo, ma anche uno strumento per condividere con il mondo.

La novità sta nel fatto che l’utente torna ad essere al centro della gestione dei propri dati, sul proprio sistema, invece che appoggiarsi a strutture esterne che offrono mille vantaggi tecnologici ed un solo svantaggio: la totale perdita di riservatezza delle proprie informazioni.

È vero che ciò si può fare da sempre utilizzando software di ottima qualità, ma ciò veniva al prezzo del costo dell’installazione e della manutenzione di tanti pezzi di software diversi.

Tra le mie osservazioni e leggendo qua e la, i principali pro e contro che ho identificato sono:

Pro:

  • l’utente torna a controllare i propri dati, invece che consegnarli incondizionatamente a società ed da sistemi delocalizzati;
  • l’utente deve manutenere / aggiornare un solo programma (il browser), invece che la pletora di quelli necessari per offrire i medesimi servizi di Opera Unite;

Contro:

  • il sistema non funziona per i sistemi NAT’ati;
  • l’accesso dall’esterno ai dati è limitato dalla banda disponibile, che in generale è asimmetrica (ADSL), a sfavore del traffico in uscita;
  • l’accesso ai dati dall’esterno è possibile soltanto se il sistema è acceso: qualcuno ha fatto un semplice conto, rilevando che il costo per mantenere sempre acceso il proprio PC è superiore al canone per un virtual server ospitato da un ISP;
  • si apre un nuovo universo di rischi per la sicurezza, in quanto gli attaccanti ora potranno concentrarsi su un unico elemento che offre molte più funzionalità che in passato e, quel che è peggio, ora agisce anche da server.

Ciò nondimeno, è stata tracciata una nuova rotta, divergente rispetto a quella dei grandi fornitori di servizi (SaaS).

Un altro altro mattone fondamentale è stato quello dei servizi ospitati presso terzi (webmail, siti web, GoogleDocs, etc.), che hanno risolto in una volta i problemi di amministrazione e manutenzione dei sistemi, della conservazione dei dati e del consumo energetico.
La controparte è che il fornitore ‘possiede’ il mio account ed i miei dati, ed in generale si riserva il diritto di farci ciò che vuole (chi avesse dei dubbi può andare a leggersi un po’ di contratti di licenza).

Altra pietra miliare nell’evoluzione è quella del cloud computing che offre come aspetto più importante, a parer mio, la delocalizzazione dell’informazione; in tal modo elimina i costi di backup e fa tendere a zero il rischio di discontinuità nella disponibilità dell’informazione.
Il comportamento è un po’ simile a quello del nostro cervello, in cui l’informazione non viene legata ad un singolo neurone, ma è ‘spalmata’ un po’ ovunque, e grazie a ciò può essere recuperata anche a fronte di ‘guasti’ locali.

Il futuro a cui stiamo tendendo è la composizione di quanto sopra: il cloud computing ci garantirà ovunque la disponibilità delle nostre informazioni, ma queste saranno criptate (ovviamente soltanto quelle per cui ciò ha senso) in modo che siano protette come se risiedessero su un singolo server sotto il nostro totale controllo.

Ciò solleverà però un problema legato al modello di business: oggi Google & co. campano grazie al fatto che possono controllare la totalità delle informazioni che noi mettiamo in rete; l’approccio di cui ho parlato sopra escluderà da tale controllo tutte le informazioni che noi vorremo, e queste in generale sono quelle che valgono di più.

Probabilmente si arriverà ad un approccio collaborativo, in cui le proprie aree personali verranno condivise mediante P2P, ma criptate.

… l’isola che non c’è … mercoledì 22 aprile 2009

Posted by andy in Futurologia.
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In molti sognano di poter creare un nuovo stato, dove le leggi possano essere fatte ex-novo.

Già in molti hanno pensato di crearsi un proprio stato, ma la terraferma libera scarseggia, e forse gli unici che ci sono riusciti sono quelli del Principato di Sealand, altri hanno pensato a città galleggianti, …

Le motivazioni sono tante: chi desidera avere un paese migliore, chi per creare nuovi paradisi fiscali, chi per fondare stati-casinò ove non pagare tasse, …

Le motivazioni possono essere le più disparate.
Purtroppo occorrono denari, tanti denari …

Forse potrebbe valere la pena vedere quanti può costare risistemare un rottame di superpetroliera, rimetterla in condizioni di navigare per portarsi fuori dalle acque territoriali, e con il tempo fare un piano di ristrutturazione per cui gli enormi spazi interni vengano adattati ad abitazioni ed uffici …

… anzi, già che stiamo sognando, prendiamo una vecchia portaerei, così ci si può anche andare e venire comodamente in aereo …

Tanto basta poortarsi oltre le 12 miglia marine: ci arriva anche un Piper o un deltaplano a motore …

È solo questione di tempo, e qualcuno lo farà.

Conseguenze della dottrina Sarkozy … mercoledì 25 febbraio 2009

Posted by andy in Futurologia, Internet e società, Libertà dell'informazione, privacy, tecnologia.
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Oltre alla Francia, anche altri paesi stanno prendendo seriamente in considerazione la disconnessione da Internet degli utenti che si macchiassero del gravissimo reato di mettersi contro le major dell’audio e del video.

Non intendo in questa sede fare considerazioni sul merito di come sia attualmente gestito il copyright, dell’incostituzionalità di consentire agli ISP di arrogarsi il diritto di analizzare le comunicazioni degli utenti, e dell’incostituzionalità di consentire agli ISP di privare i cittandini del diritto all’informazione ed alla corrispondenza.

Mi interessa invece esaminare come una tale scelta possa rivelarsi per gli stati un’arma a doppio taglio.

Dato il fatto che tutto lo scambio delle comunicazioni si sta convertendo sempre più, ed in modo irreversibile, dal cartaceo / televisivo all’elettronico / digitale, se lo stato consente la disconnessione da Internet di un utente, deve anche strutturarsi per fargli pervenire in ogni caso quanto gli è dovuto: informazione, corrispondenza e comunicazioni.

Ciò significa mantenere in piedi servizi di corrispondenza cartacea, raccomandate, stampa e televisione di tipo ‘tradizionale’ (non veicolata attraverso Internet), sportelli tradizionali per presentare pratiche e ritirare certificati, ed accettarne i costi e le implicazioni.

Di fatto, per quei paesi sì incoscienti da fare una scelta tanto azzardata, le controindicazioni che ne deriverebbero potrebbero portarle presto a tornare sui propri passi.

Un nuovo approccio per i motori di ricerca del futuro. venerdì 20 febbraio 2009

Posted by andy in Futurologia, Internet e società.
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Prendo spunto dalla notizia che Obama ha nominato per l’antitrust USA una persona che in passato ha già manifestato preoccupazioni per la posizione dominante di Google.

I monopòli sono sempre mal visti, prima o poi.
Il motivo è che tendono a limitare la libertà di scelta, restringendo la rosa delle possibilità alle sole offerte dal monopolista.

La politica di business di Google è (stata) eccezionale ed innovativa, e talmente credibile da ricevere fondi ed investimenti tali da consentirle di diventare ciò che è oggi.

L’approccio è sempre stato quello di raccogliere tutta l’informazione mondiale per rivenderne le correlazioni.
L’advertising è soltanto la punta dell’iceberg di cui nessuno parla.

Il modello è semplice: invece che chiedere i soldi ai tanti che ne hanno pochi, li chiedono ai pochi che ne hanno.
L’offerta di servizi gratuiti e di prodotti semplici e ben fatti hanno attirato l’utenza, che accetta di barattare la la comodità con la propria privacy.
È una scelta, anche se molto spesso non consapevole.

Battere Google sul suo terreno è ormai veramente difficile: la guerra sui prezzi dei servizi (advertising, etc.) non può che lasciare morti sul campo.

È tempo di pensare ad un nuovo approccio, e credo che la chiave fondamentale stia nel controllo delle informazioni.
Un motore di indicizzazione che non si appropri dei dati che indicizza facendone una copia, ma semplicemente mantenga gli indici di ciò che c’è in rete consentirebbe agli utenti di mantenere il controllo sui propri dati.

Il problema è che un tale motore difficilmente attirerebbe grandi investimenti per l’infrastruttura necessaria.
Occorrerebbe un indice distribuito, dove ciascuno partecipi mettendo a disposizione una parte delle proprie risorse.
In pratica occorrerebbe estendere i protocolli P2P non solo per la condivisione di file, ma anche per rintracciare il contenuto presente negli stessi.

E il business dove va a finire?
Questo è un tutto da inventare; si potrebbe generalizzare il concetto di AdSense per essere non centralizzato ma distribuito; invece che centralizzare gli annunci sponsorizzati, potrebbe percepire un fee il nodo attraverso cui raggiungo il sito che di interesse.

In questo modo potrei essere incentivato a mettere a disposizione più risorse (spazio disco, CPU, indice, etc.) per poter avere maggiori opportunità che il mio sistema sia quello attraverso cui viene fatto l’accesso ai siti di interesse.

Con il P2P l’informazione si sta già delocalizzando su Internet, così come è nel nostro cervello.
Quello che manca ora è un indice distribuito, per poter raggiungere qualunque informazione partendo da qualunque parte, senza dover passare per forza attraverso un solo (o soltanto pochi) punti d’accesso (gli attuali motori di ricerca).

Ed un ulteriore passo verso l’intelligenza di Internet sarà compiuto.

Google Chrome: perché? lunedì 8 settembre 2008

Posted by andy in Futurologia.
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Qual’è la vera idea che sta dietro a Google Chrome?

Di browser ce ne sono già tanti, e a parte i nuovi skin e gli accorgimenti per aumentarne l’usabilità, anche la guerra sulle prestazioni sembra convergere verso valori limite.

E allora perché un nuovo browser?

In effetti, uno dei punti di forza di Google è l’accessibilità e l’usabilità dei propri servizi indipendentemente dal sistema operativo e dallo strumento utilizzato, ed il valore dei suoi servizi non cambia in relazione a come vi si accede.

Anche un nuovo browser non dovrebbe discostarsi da questa interpretazione.

E allora perché?

Occorre sicuramente tornare all’obiettivo su cui si fonda Google: controllare e veicolare tutta l’informazione mondiale, con la collaborazione degli internauti.

Come è vero da sempre nel mondo del software, anche la più bella applicazione finisce nel cestino se non è facilmente utilizzabile.

E quindi, per fare in modo che le informazioni non rimangano chiuse sui PC degli utenti, o non vengano veicolate attraverso servizi di altri, il miglior modo è quello di realizzare applicazioni alternative, più semplici, più economiche, e soprattutto che rispondono in tempo reale alla digitazione dei contenuti.

Complice di Google è un mercato monopolizzato, ed ormai arrivato a saturazione.

La politica di Microsoft di accettare tacitamente la copia del proprio software per divenire lo standard di fatto le ha consentito di divenirlo effettivamente, e quindi di poter ‘ricattare’ il mondo, partendo con azioni legali e rastrellando montagne di denari per le installazioni non licenziate.

Il mercato ora si sente messo alle corde, e si chiede come mai debba pagare montagne di soldi per continuare a scrivere documenti, fare quattro conti, navigare su Internet ed utilizzare la posta elettronica.

La risposta si chiama Free Software, ed ancor più Open Source, perché ormai sono pochi a fidarsi di ‘scatole nere’ di proprietà di società estere di cui non si sa nulla, o peggio di cui si sa fin troppo.

Altro aspetto non irrilevante è che è diventato necessario per molti il fatto di poter disporre dei propri dati anche fuori di casa o fuori dal proprio ufficio, ma mettere in piedi un proprio server connesso ad Internet non è proprio una cosa da tutti, ed aprire il proprio computer a tutti è fonte certa di problemi.

A questo si può aggiungere che prima o poi tutti hanno dovuto portare tutti i propri documenti da un vecchio computer ad uno nuovo (e tutti sanno quanta fatica è costato il ricreare un ambiente equivalente a quello originale!), oppure è capitato di perdere dati e documenti a causa di un salto di corrente o di un hard disk che ha deciso di ritirarsi a vita migliore.

L’alternativa è stata una sola: depositare tutti i propri file e la corrispondenza, le foto, etc. su un server accessibile da Internet.

Il primo passo è stato quello di realizzare delle alternative alle suite di office automation, ed in questo modo anche i documenti personali, e spesso di lavoro, finiscono su questi server.

E con questo MS Office viene tagliato fuori.

Nel frattempo è successa una cosa, a cui i più non hanno dato molto rilievo: i nuovi firmware e BIOS dei computer che acquistiamo stanno diventando sempre più free, in generale derivati da Linux, e con questo si portano dietro una serie di applicazioni di base che possono funzionare anche senza aver caricato un intero sistema operativo: stiamo parlando, come minimo di un browser.

… sono poche le cose che oggi non si possono fare avendo soltanto un browser …

Ed eccoci arrivati a Google Chrome: è stato progettato per divenire di fatto un sistema operativo non di rete, ma di Rete: la sua architettura lo mette in condizione di poter funzionare, in un prossimo futuro, indipendentemente da un sistema operativo come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi; si appoggerà direttamente al BIOS del sistema.

E con questo vengono tagliati fuori anche i sistemi operativi (Windows in primis).

Yahoo ha il fiatone, Microsoft non ha le capacità per scrivere software pensato con gli occhi degli utenti, il software ed i servizi di Google sono gratuiti … ed il gioco è fatto!