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Adottare il FLOSS nella PA e nelle grandi aziende mercoledì 30 dicembre 2009

Posted by andy in Internet e società, Miglioramento.
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La lotta tra il software libero e quello proprietario si fonda ancora oggi su pregiudizi che sono controproducenti sia al primo che al secondo.
Le guerre di religione fanno perdere di vista l’obiettivo, rinunciando ai benefici dell’uno e dell’altro.

Senza la presunzione di voler essere esaustivo, considero in questo articolo un particolare aspetto relativo all’adozione o meno di software libero (FLOSS) nelle grandi realtà (P.A. e grandi aziende).

Non che le considerazioni non si applichino a realtà più piccole, ma i numeri sono meno importanti e quindi meno significativi ai fini del ragionamento che intendo presentare.

Le ragioni con cui si tende a sostenere l’acquisto di software proprietario sono molte, ma in generale non sono oggettivamente correlate ad una reale valutazione dell’effettiva necessità.

Non metto in dubbio che Office della MS sia più evoluto, etc. etc. etc., ma il 99% degli utenti non utilizza il 99% delle funzioni non disponibili in prodotti liberi.

In pratica chi è responsabile dei sistemi dovrebbe iniziare a ragionare ed a chiedersi quali utenti e quali servizi aziendali realmente necessitino di un software più evoluto (suite di office, di CAD, etc.) tali da richiedere un software specifico.

In questo modo risulterebbe possibile concentrare gli investimenti là dove servono, invece che sprecarli a pioggia su tutti gli utenti indistintamente.

Dal punto di vista commerciale questo approccio avrebbe un ulteriore vantaggio, in quanto si premierebbe la Qualità del software proprietario, che potrebbe essere venduto a cifre superiori (anche molto) per unità.

Tanto per fare un esempio concreto, in una grande azienda si può dare OpenOffice a tutte le segreterie, ma dare prodotti commerciali evoluti ai grafici, all’editoria, etc. predisponendo workstation ben carrozzate, invece che essere costretti a comperare dei super-computer anche alla segretaria che più che scrivere lettere e leggere le e-mail non fà, soltanto perché il sistema operativo vuole hardware dell’ultima generazione e disco e RAM da fantascienza soltanto per farci gli effetti (sceno)grafici.

In questo modo non ci si trova poi a dover piangere miseria quando un grafico si lamenta dell’esiguità della memoria e della CPU del proprio PC.

E giusto per fare contenti i top manager (vedi anche legge sul copyright e 231/2001) si avrebbero un mare di preoccupazioni in meno per la continua necessità di censire le licenze del software installato, per scoprire che, chissà come, ce n’è sempre qualcuna non autorizzata …

A compendio di quanto detto sopra, osservo come la gente tenda a dimenticare che il sistema operativo (Windows, Linux, OSX, e chi più ne ha, più ne metta …) è soltanto una ‘propaggine’ dell’hardware destinata a consentire l’interazione tra l’utente e l’hardware stesso.

Un grave errore che viene oggi fatto (un po’ per ignoranza e un po’ per l’indisponibilità di alcuni importanti prodotti su piattaforme libere) è di condizionare la scelta del sistema operativo al software che si vuole utilizzare, o peggio, pensare che S.O. e software siano due entità inscindibili.

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Immigrazione e solidarietà mercoledì 30 luglio 2008

Posted by andy in Miglioramento.
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Riprendo un’idea che mi fu presentata tanto tempo fa, e che può essere che sia anche stata attuata da qualche stato europeo.

Ogni giorno il telegiornale ripropone la drammaticità dell’immigrazione clandestina, e del suo costo in vite umane ed il suo costo sociale.

Vengono da noi cercando la terra dell’oro, una terra che ormai ha ben poco da offrire persino ai propri abitanti.

E la crescente offerta di mano d’opera fa tendere al ribasso gli stipendi.

E nel frattempo i paesi da cui gli immigrati provengono si impoveriscono ogni giorno di più, mancando le prospettive di crescita ed evoluzione.

I finanziamenti dei fondi mondiali, si sa, difficilmente arriveranno nelle tasche del popolo.

Ma cosa si può fare? Ebbene, una cosa si può davvero fare.

Occorrerebbe gestire l’immigrazione con uno spirito diverso, più costruttivo.

Si potrebbe fare in modo che una parte dello stipendio guadagnato dall’immigrato venisse accreditata su un conto nel paese d’origine; in questo modo dopo un po’ di tempo l’immigrato si troverebbe ad aver imparato una professione e ad aver accumulato un piccolo capitale in patria, ove potrebbe tornare con uno spirito da imprenditore, portando professionalità e lavoro.

E la cosa potrebbe tornare utile anche alla nostra industria, che potrebbe essere interessata a rinnovare il proprio parco di macchinari vendendo per poco le proprie macchine vecchie a questi nascenti imprenditori, che potrebbero proseguire la produzione nel proprio paese, a costi inferiori ai nostri.

In questo modo nel nostro paese si potrebbe puntare sull’innovazione, avendo la certezza di un volano che sostiene la produzione tradizionale nel periodo di transizione.