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Ancora obblighi di legge … giovedì 29 novembre 2012

Posted by andy in Uncategorized.
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Parte il countdown per la chiusura del censimento ISTAT delle istituzioni pubbliche, fissata al 20 dicembre. Entro questa data tutte le istituzioni pubbliche – 13mila tra enti e amministrazioni e  circa 15mila istituti scolastici – sono chiamate a compilare il questionario esclusivamente on line.

In Italia abbiamo sempre questo approccio normativo e coercitivo.
Anche per il censimento delle istituzioni pubbliche occorre una legge, con dispendio di risorse per pensarla, formalizzarla, ratificarla ed attuarla.
Centinaia di persone saranno coinvolte in questo sforzo.

Ritengo sarebbe più proficuo iniziare a pensare in un modo diverso; ad esempio, in questo caso sarebbe stato più semplice predisporre il questionario per il censimento, e quindi pubblicizzare, sia attraverso circolari interne, sia attraverso informazione pubblica, che gli enti che non restituiscono il questionario debitamente compilato entro la data del termine perderanno qualsiasi diritto al proprio riconoscimento, a fondi e finanziamenti, ed al posto di lavoro per tutti i lavoratori e collaboratori.

In sostanza, occorre trasformare quello che viene visto come un ulteriore adempimento burocratico in una necessità ed in un’opportunità per la sopravvivenza.

È ora di finirla di aspettarsi che lo ‘Stato’ debba fare al posto nostro: lo Stato siamo noi, cittadini, lavoratori della PA, dirigenti … e tutti dobbiamo imparare a rimboccarci le maniche e a dare una mano, soprattutto ora che la situazione è critica per tutti.

A parere mio occorre quindi modificare l’approccio in quello del ‘do ut des’: ti chiedo uno sforzo, ma in cambio ti offro un vantaggio.

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Anche ENISA affronta il complesso tema dell’oblio digitale giovedì 22 novembre 2012

Posted by andy in Etica, Internet e società.
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Anche l’ENISA (European Network and Information Security Agency) ha avviato il dibattito sulla spinosa questione del diritto all’oblio in Europa.

Il tema viene ricondotto al concetto di ‘scadenza dei dati’. Ovviamente si parla di dati personali, e non di dati qualunque.

Provo a trasporre la questione nel mondo concoreto: il latte scade; lo si capisce perché con il tempo cambia la sua natura, e se lo beviamo, stiamo male.
Vorrei definire questo approccio come ‘passivo’; un approccio attivo lo avrei se cercassi di far bere a qualcuno del latte scaduto, o almeno lo commercializzassi (falsificando la data di scadenza sulla confezione).

Ed ora veniamo ai dati: quando consultare un dato può farmi male (approccio passivo)? È difficile immaginare una situazione in cui si possa venire inconsapevolmente a contatto con informazioni personali che possano ‘farci male’.
È invece vero che posso fare del male a qualcuno divulgando un’informazione, soprattutto se decontestualizzata; in pratica posso incorrere (tra l’altro) nel reato di diffamazione.

E mi viene da chiedermi: il ‘dato’ relativo al fatto che la signora XY ha ucciso dei bambini, quando scade? È corretto far sparire questa informazione, tenendo conto che questa signora potrebbe offrirsi come baby sitter per i miei figli?

È vero che si può obliare sull’informazione che il sig. XYZ ha rubato una mela in gioventù, se non ha poi commesso più reati per il resto della sua vita.
Ma se invece ha proseguito a rubare mele (o altro) in seguito? Del primo potrei fidarmi, ma del secondo?

In sostanza, quanto vi fidereste voi di persone che non hanno storia, o di cui comunque vi resta il dubbio che le informazioni che potere trovare in rete siano solo parziali, filtrate e censurate?

E non sarebbe una grave discriminazione il fatto che persone che non hanno commesso reati abbiano il diritto di avere in Rete una immagine completa di sé stessi, mentre altre debbano convivere con dei ‘buchi mnemonici’ della Rete?

Un estremista può essere orgoglioso dei propri trascorsi da contestatore: a che titolo qualcuno può privarlo della sua storia in Rete?

È vero che si parla del diritto della persona di richiedere l’oblio per particolari informazioni, e non di un obbligo di legge di applicare un’etichetta con la scadenza di ogni informazione in Rete.

 

È fondamentale ricordarsi che al diritto di qualcuno, corrisponde sempre il dovere di qualcun altro.

Se io ho il diritto all’oblio, tutti coloro che trattano i miei dati hanno il dovere di rimuovere cio che desidero (anzi, no, devo dire ‘voglio’, visto che ne ho il diritto).

E lo devono fare indipendentemente da problemi tecnici ed economici.
Rimuovere un dato non significa semplicemente cassare una voce da un indice: significa invece andare anche a rimuoverne ogni copia conservata su sistemi mirror, su backup, andando a riaprire database, rimuovendo record, ricostruendo backup, e distruggendo i vecchi supporti, etc. etc. etc.

Insomma, è importantissimo identificare, riconoscere e formalizzare diritti inalienabili, ma occorre anche chiedersi se la cosa sia fattibile oppure no.
Anche perché andiamo anche a limitare la libertà di informazione ed al diritti di informazione riconosciuti costituzionalmente.

Il tema è talmente nuovo e complesso che porta ad avere tanti pareri, spesso molto discordanti, e problemi tecnici e legislativi ancora impensabili ed inesplorati da affrontare.

Insomma, è un ottimo spunto di discussione ed approfondimento

Di Twitter, della diffamazione e dell’Effetto Streisand giovedì 22 novembre 2012

Posted by andy in Internet e società, Uncategorized.
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UK: un politico (Robert Alistair McAlpine) viene coinvolto per errore in un caso di pedofilia, e parte il tam tam su Twitter per riportare la notizia.

Il falso scoop giornalistico è ccostato le proprie dimissioni al direttore generale della BBC George Entwistle.

McAlpine ora vuole citare per danni non solo chi ha diiffuso l’errata notizia, ma anche tutti gli utenti che l’hanno diffusa e propagata in Rete via Twitter: ipotizza 5 sterline per le decine di migliaia di utenti che hanno twit’ato e retwit’ato la notizia, devolvendo poi in beneficenza il raccolto.

È una buona lezione da imparare: è fondamentale imparare a verificare le notizie prima di spettegolare in rete riportando notizie non verificate e cose che non si conoscono.
Mi piace anche l’azione simbolica della devoluzione in beneficienza, che forse vedrà una maggior benevolenza della Giustizia ad accogliere la richiesta e far partire un’indagine verso così tanti rei.

Resta il fatto che, come la Rete ha colpito, la Rete rimedia: rispetto alle migliaia di persone che hanno propagato la (dis)informazione (poche, rispetto ai numeri di Internet), la Rete rimedia (grazie all’Effetto Streisand).

Fine dell’open souce e Friburgo? Ci vorrebbe un po’ di onestà mentale … giovedì 22 novembre 2012

Posted by andy in FLOSS, Internet e società.
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Leggo oggi che che la città di Friburgo, in Germania, sta decidendo di abbandonare OpenOffice per tornare al software proprietario della suite Office della Microsoft (edizione 2010 o forse 2013, con un e sborso previsto di circa 600.000€).

Personalmente la cosa mi dispiace, dato che credo fermamente nel modello del software libero, e che quei 600.000€ potrbbero essere spesi per migliorare LibreOffice nell’interesse proprio e di tutto il mondo, invece che andare ad alimentare quella continua emorragia di capitali dall’Europa verso gli Stati Uniti.

D’altra parte non posso condannare la scelta, almeno sulla base delle informazioni che sono state pubblicate.

Le motivazioni addotte sembrano essere che OpenOffice risulta essere ‘underperforming’ rispetto al software della Microsoft, e che in Germania soltato il 27% della popolazione utilizza software libero, contro un 72% che utilizza software della Microsoft.

Motivazioni un po’ fragili e non oggettivamente documentate.

Ci vorrebbe un po’ di onestà mentaleda parte dei tedeschi di Friburgo, e forse anche da parte di tutti.

È vero che le suite libere (LibreOffice, OpenOffice) e quella di Microsoft non sono completamente compatibili.
È anche vero che i prodotti di Microsoft sono più evoluti.

Resta solo da capire a chi dare la colpa.
È un errore voler abbandonare a priori Microsoft per il mondo libero (e illusoriamente gratuito), come lo è il voler tornare al mondo proprietario perché il software libero non si comporta identicamente a quello proprietario.

L’errore stà nel considerare come standard il formato di documenti trattato dal mondo Microsoft.
Sarebbe molto più onesto partire dallo standard vero (ODF), e chiedersi quale sia la suite che rispetta meglio lo standard.
È fondamentale capire che al centro devono stare i dati: ieri li aprivamo con Microsoft, oggi con LibreOffice, e domani con la suite StarTrekOffice; l’importante è poterli continuare ad aprire, e lasciare spazio al mercato per poter sviluppare software sempre migliore, cosa che si può fare solo se c’è trasparenza sul formato di ciò che deve essere trattato.

È possibile che chi non si comporta bene nel trattare i documenti ODF sia la suite Microsoft, e non OpenOffice: occorrerebbe un processo di certificazione dei prodotti software rispetto a quanto previsto dagli standard.
È anche possibile che le suite libere non implementino correttamente lo standard, e questo potrebbe essere un motivo accettabile per tornare indietro (sempre che quella di Microsoft sia meglio, nel rispettare lo standard).
Restano poi i casi in cui l’automazione dei processi aziendali sia stata pesantemente realizzata sfruttando caratteristiche proprietarie del mondo Microsoft e che non hanno un equivalente nel mondo libero: di fronte a questo tipo di problemi, risulta fondamentale analizzare i costi di adattamento delle personalizzazioni rispetto al costo da sostenere per l’acquisto ed il mantenimento delle licenze software.

È tempo di farla finita con le crociate fondate sull’aria fritta o su partiti presi: non ci si può più permettere di sprecare soldi dei contribuenti a causa delle simpatie, della prigrizia o dell’ignoranza di chi deve gestire le strategie di miglioramento su mandato e nell’interesse dei cittadini (e con lo stipendio pagato da loro).

A proposito di onestà mentale, e per i nostri amministratori pubblici: è fondamentale che venga ufficializzato per legge che i documenti pubblici devono essere salvati e scambiati soltanto in formati aperti e liberi.
È inutile fare le guerre tra Microsoft e software libero, se gli utenti continuano (per propria ignoranza e per la mancanza di obblighi di legge) a scambiarsi documenti in formati proprietari.

Fissato lo standard sul formato dei documenti, chiunque può scegliere liberamente in base alle proprie esigenze quale sia il prodotto più appropriato sia per funzionalità che per costo.

Un pensiero su un pensiero sul Linux Day venerdì 16 novembre 2012

Posted by andy in FLOSS, Internet e società.
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Il 27 Ottobre si è tenuto il LinuxDay 2012.

Uno degli obiettivi dell’evento è da sempre quello di diffondere la conoscenza su Linux, ed in senso più ampio, del software libero.

Ho tuttavia letto commenti di partecipanti (persone assai specializzate, dette anche geek, guru, o altro) piuttosto deluse, e non dalla qualità, o tecnicità, o professionalità delle sessioni e dei contenuti, quanto dal fatto che sono stati troppo orientati agli specialisti del settore, e troppo poco agli utenti finali.

La lamentela riguarda il fatto che orientando i contenuti ad una elite, si perdono di vista gli utenti comuni, ed un ultima analisi, si tradisce l’obiettivo dell’evento.

Ecco qualche mia idea per l’evento dell’anno prossimo:

Primo: finalmente la legge impone a tutte le PA l’utilizzo OBBLIGATORIO di software libero, a meno di giustificatissimi e motivatissime esigenze; perché non pensare a qualche sessione dedicata a presentare l’utilizzo del software libero in un normale contesto lavorativo per la PA? Pensate alla scuola, agli uffici, etc.

Ovviamente senza tecnicismi: semplicemente dimostrare operativamente ai partecipanti l’utilizzo quotidiano di sistemi liberi per fare quelle che sono il 99% delle attività quotidiane: autenticazione dell’utente, navigazione, e-mail, ascoltare musica, consultare documenti, word processing, gestire fogli di calcolo, etc.
Giusto per dimostrare come si possa familiarizzare in poco tempo con un sistema che consente di fare ciò che si fà quotidianamente, ma senza pesare sulle tasche di tutti i cittadini con costi di licenze e contratti di assistenza ed upgrade obbligatori.

Secondo: presentare (al fine di promuovere) le certificazioni specifiche del mondo FLOSS, e l’ecosistema di persone ed aziende che in questo know how credono ed investono.
Lo scopo è sia quello di far capire che non si è soli se si decide di intraprendere questo percorso (e lo si DEVE intraprendere, per legge), sia di dare visibilità al mondo dei professionisti e delle aziende che possono dare supporto qualificato.

Terzo, dedicato ai ‘tecnici’ del settore, ovverosia a quelle persone che, volenti o nolenti, si trovano costrette ad implementare ed a gestire infrastrutture ICT, ed al loro management.
È fondamentale far capire che FLOSS non significa budget = 0; i costi di implementazione e di conduzione delle infrastrutture rimangono; ciò su cui si risparmia sono i costi di licenza (moltiplicati per una base di utenti spesso molto vasta), e sui costi di upgrade obbligatorio (e spesso di rinnovo forzato dell’hardware, a causa dei requisiti sempre più elevati delle nuove release del software.
Mi sento di raccomandare un intervento dedicato alla valutazione della spesa ricorrente in licenze software, sia a livello di singola struttura che a livelo nazionale, in modo da dare dei numeri concreti sia a chi ogni giorno diventa matto a far quadrare il bilancio, sia ad ogni cittadino, che può farsi un’idea di quante delle proprie tasse vengono girate ad aziende (principalmente straniere) per la prigrizia individuale di non voler provare qualcosa di nuovo.

Quarto: forse vale la pena dedicare un po’ di tempo all’analisi delle tipiche applicazioni che vengono realizzate nella PA per aumentare la produttività, e le implicazioni legate all’utilizzo di linguaggi, ambienti e piattaforme proprietarie, rispetto ai corrispondenti liberi.

In conclusione, è mia idea che al fine di promuovere l’adozione del software libero presso l’utente comune, è fondamentale lasciare i panni dello specialista, guru, smanettore, geek, etc. etc. etc., per indossare quelli dell’utente che dovrà, attivamente o passivamente, adeguarsi ad un mondo di software sempre più libero.