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Quanto vale oggi l’Accademia della Crusca? venerdì 1 maggio 2020

Posted by andy in pensieri, qualità.
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A cosa serve una lingua, un linguaggio? Di fatto, è una semplice convenzione per poter comunicare, inviare informazioni potendo presumere che verranno recepite e comprese con il significato che si intendeva trasmettere.

Ciò significa che i termini che vengono utilizzati devono avere un significato univoco e condiviso.

Questo può naturalmente non essere vero se le parti non hanno convenuto su un singolo linguaggio, ma uno trasmette utilizzando una lingua, e l’altro ‘riceve’ (ascolta) in un’altra.

 

Occupandomi di Informatica, sento spesso utilizzare termini quali scansionare, scannerizzare e scannare, per indicare l’azione di digitalizzare un documento.

Volendo andare a vedere l’etimologia del termine scandire, esso deriva dal Greco (schedos), e poi dal Latino scandĕre, con il significato di distinguere / separare i versi, da cui poi per derivazione in Italiano si utilizza il termine per scandire bene le parole, e così via.

Il salto tecnologico è stato fatto con i primi apparecchi di digitalizzazione, da cui poi sono derivati anche i telefax, poi abbreviato in fax: la trasmissione delle immagini avveniva infatti mediante la scansione, punto per punto, della superficie, in modo da assegnare ad ogni punto un valore bianco o nero, codificando e trasmettendo poi tale valore all’apparecchio ricevente, che in relazione al valore ricevuto stabiliva se non stampare nulla oppure stampare un punto nero, e passare quindi al punto successivo.

Il verbo ‘scandire’ si traduce in Inglese con ‘to scan’, e per estensione il dispositivo che effettua la scansione è stato denominato ‘scanner’.

Purtroppo la diffusione di tale tecnologia (sviluppata e commercialmente principalmente da paesi anglosassoni) ci ha portati a derivare da tale nome un nuovo verbo che, non esistendo (o meglio, essendo già esistente ma ignorando i più la sua esistenza), ha dato ampio spazio a coniare neologismi di ogni tipo quali, appunto, scansionare, scannerizzare e scannare.

A parte il fatto che il termine corretto dovrebbe essere scandire, o al più digitalizzare, il neologismo che più mi interessa è scannare.

Tale termine già esiste nella lingua italiana, ma ha un significato totalmente diverso: si tratta infatti dell’azione di uccidere un animale recidendo le arterie del collo e la trachea.

Ed è tempo ora di tornare al concetto di linguaggio ed alla necessità di evitare ambiguità.

Facciamo un esempio banale: in italiano sappiamo tutti che il ‘burro‘ è un derivato del latte; tuttavia in spagnolo la parola ‘burro’ ha il significato di ‘asino‘.

È evidente quanto sia importante concordare sul significato delle parole, onde evitare di spalmare quadrupedi su fette di pane, o di caricare qualche quintale di legna su un panetto di latticino.

Immaginatevi ora se la stessa parola avesse addirittura due significati (non accezioni) nella medesima lingua: sarebbe come dire che in Matematica il numero 2 può valere due unità, ma anche 123456, o in Fisica, che il grammo può rappresentare un peso ma anche una lunghezza.

Per fortuna c’è chi si occupa di impedire questo tipo di ambiguità.

Per la lingua italiana, il garante riconosciuto della purezza della lingua è l’Accademia della Crusca; tra i suoi principali obiettivi leggiamo: “acquisire e diffondere, nella società italiana e in particolare nella scuola, la conoscenza storica della nostra lingua e la coscienza critica della sua evoluzione attuale”.

Se l’Accademia non si premura di chiarire l’esistenza e la differenza tra i termini ‘scandire‘ e ‘scannare‘, chi lo deve fare?

Essere al passo con i tempi e mantenersi aggiornati non significa rinunciare alla propria missione per non dire al popolo che sta utilizzando il termine scorretto: in questo modo non si produce cultura ma ignoranza, e si fa perdere di credibilità ad un’Istituzione che ha quasi cinque secoli di storia.

Vorrei lanciarmi in qualche considerazione sull’utilizzo del termine ‘suggestione‘ adottato da molti giornalisti in questi ultimi anni nell’accezione di ‘suggerimento‘, grazie all’ignorante traduzione dall’inglese di ‘suggestion‘, ma questa è un’altra storia …

Cosa vede l’eremita durante il periodo del nCOVID-19 sabato 28 marzo 2020

Posted by andy in Etica, pensieri.
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È facile fare l’eremita, quando puoi decidere se e quando rientrare nel mondo.
è molto più difficile quando non hai scelta, e nella tua grotta ci devi rimanere anche se non vuoi …
D’altra parte, guardando da fuori cosa sta accadendo in Italia, vedo che molto abbiamo imparato, e che molto dobbiamo ancora imparare.
Abbiamo scoperto che chiudere i porto e costruire muri alle frontiere non serve a nulla.
Abbiamo scoperto anche che il nemico non ha passaporto, né diverso colore di pelle.
Ora il nemico siamo noi, i nostri amici, i nostri parenti … non possiamo più fidarci di nessuno.
Anche gli elementi di efficienza che abbiamo introdotto, come la possibilità di firmare con un dito su un tablet, in banca o con un rider che consegna la cena a casa sia diventato un veicolo di infezione, e ci porti a cercare nuove soluzioni che ci portino a non avere contatti addirittura con la tecnologia d’altri.
Abbiamo visto che le più grandi potenze sono indifese, e che non è il numero di bombe atomiche che possediamo che può proteggerci.
Anche le più potenti economie sono state messe in ginocchio da quelle più piccole.
Abbiamo scoperto anche che che il frutto importato d’oltre oceano, per quanto più economico, non può sfamarci se non riesce ad arrivare nei nostri supermercati.
Abbiamo visto che il perseguimento del lucro da parte di pochi arreca danno a molti (basti vedere quanto è stato fatto per tenere aperti gli stadi nel campionato di calcio, nonostante l’incredibile rischio di contagio, pur di vendere biglietti …).
Stiamo anche riscoprendo il valore ed il significato della parola Stato: abbiamo scoperto  che delegare i privati la gestione di un bene pubblico (come in questo caso la sanità, ma altrettanto vale per l’acqua e le autostrade) porta profitti a breve termine ai privati ed impoverisce a lungo termine lo Stato, al quale comunque continuiamo a rivolgerci in caso di calamità naturale o di pandemia …
Abbiamo riscoperto il valore della Giustizia, che protegge le persone dagli approfittatori che aumentano spropositatamente i prezzi dei beni di prima necessità e che cercano di vendere in Rete falsi rimedi e test diagnostici non funzionanti.
Ci siamo anche trovati a dover ridimensionare quel delirio di onnipotenza che la tecnologia da un paio di secoli ci ha regalato.
Ci stiamo anche rendendo conto come non mai quanto l’ignoranza porti panico invece che capacità di affrontare i problemi, e di quanto le fake news e la stampa possano creare danni, invece che informare.
Stiamo riscoprendo quanto la burocrazia possa essere un rischio per la comunità, costringendo troppe persone a doversi muovere ed assiepare presso pochi sportelli, e tutto per avere un bollo su un pezzo di carta.
Come l’home banking, uno Stato telematico ridurrebbe costi e rischi.
La carta moneta, veicolo ormai millenario per trasportare valore, è diventato invece veicolo di infezione.
Quella che sta patendo di più e` la scuola: mentre le università, per un motivo o per l’altro, sono già costrette a pubblicare i propri contenuti in un portale di ateneo, le scuole medie inferiori e superiori, ove l’interazione alunno-insegnante è molto più importante, non possiedono le necessarie infrastrutture, né la necessaria cultura ed attitudine informatica per approfittare delle opportunità che la tecnologia offre.
Per certi versi è mancato il coraggio iniziale nell’imporre a livello nazionale restrizioni come l’annullamento di eventi sportivi e pubblici, concerti, manifestazioni, carnevale, etc., ma probabilmente le opposizioni che abbiamo avrebbero gridato all’attentato allo Stato, che intendeva far crollare borse e mercati al fine di distruggere l’Italia …
Sempre a proposito del significato del termine ‘Stato’, si è scoperto come su certi temi l’autonomia regionale crei differenze territoriali che non consentono di limitare i contagi, così come attrezzarsi per affrontare ‘a rate’ le emergenze non limiti la propagazione delle infezioni.
Ed il continuare a ‘pensare e vivere in emergenza’ invece che pianificare ci porta a non aver comperato per tempo ciò che ci occorre per farci sopravvivere, e quando si compera qualcosa si buttano i soldi (di tutti) per prodotti che non servono.
Si è scoperto poi che nonostante il CAD (Codice per l’Amministrazione Digitale) le strutture pubbliche non abbiano mai affrontato seriamente il tema della continuità del business, così come non hanno capito che la continuità del business non è da identificare con la continuità dei sistemi informativi e l’acquisto di montagne di computer.
Si è anche tornati a parlare di etica, ed a chiederci cosa sia, perché ci siamo resi conto che se il numero di casi critici è superiore ai posti di rianimazione per qualcuno non vi sarà la possibilità di provare a salvarlo (e quel qualcuno potrebbe essere un nostro caro, o noi stessi …).
E ci si interroga quindi su come scegliere, su come quantificare il valore di una vita umana (è meglio lasciar morire un anziano? O uno poco intelligente? O …)
Sono temi che aprono la strada ad argomenti molto seri …
Probabilmente si riscoprirà il valore della scienza, a cui chiediamo sempre di più medicinali e vaccini, e l’importanza di una sanità pubblica, a cui chiedere un posto letto di rianimazione (cosa che la sanità privata non offre perché è un costo senza un ritorno economico immediato e certo).
E quando a qualche NoVax toccherà un periodo in terapia intensiva, non potrà non chiedersi se forse sarebbe valsa la pena di evitarsi l’esperienza …
Il fatto che ci troviamo a dover stanziare soldi che non erano stati messi a budget in finanziaria ci toccherà a rivalutare le priorità, a togliere fondi a capitoli di spesa non prioritari, e a stare più attenti a come vengono spesi i denari pubblici.
Inizieremo a chiederci quanto siano spesi bene i soldi in armamenti ed in esercitazioni NATO, quando il nemico da combattere non lo possiamo vedere, e addirittura scopriamo di essere stati attaccati quando siamo già stati quasi sconfitti.
È da considerare anche il fatto che le regioni più colpite sono anche quelle che contribuiscono maggiormente alle casse dello stato, e che ora avranno invece bisogno di risorse dallo stato e che per i danni subiti contribuiranno meno all’erario nazionale.
Ci sono persone che si tagliano lo stipendio da politico, c’è chi fa donazioni, che gratuitamente presta il proprio aiuto per aiutare quel che rimane della Sanità Pubblica, e c’è chi invece devasta il Pronto Soccorso di un ospedale (forse senza aver mai pagato tasse), a cui chiederà aiuto il giorno che si ammalerà …
Ed oggi ci aspettiamo che un manipolo di medici e di assistenti, pagati una fame, ci salvino la vita, quando per una vita abbiamo dato miliardi a quattro gatti che corrono in mutande dietro ad una palla …
Abbiamo gridato allo spreco per anni, facendo in modo che lo Stato trasferisse ai privati le proprie risorse perché noi per primi non siamo stati capaci di denunciare gli sprechi, ed ora scopriamo che ci siamo dimenticati di far trasferire ai privati non soltanto le risorse, ma anche le responsabilità.
Un privato ci farà avere la nostra TAC in due giorni invece che in due mesi, ma non è in grado di darci ciò che ci occorre: un posto letto in rianimazione.
E chi un tempo in mare a bordo di navi militari doveva difendere e proteggere le nostre sacre coste è ora prigioniero a bordo delle proprie stesse navi.
Chi è potente poi forse sta riscoprendo il fatto di essere uno come gli altri: questo virus non guarda in faccia, né nel portafogli di nessuno, e chi ha invocato l’immunità di gregge oggi non sa cosa darebbe per fare parte del gregge …
Ed un pensiero sulla tecnologia: come avremmo vissuto questa pandemia senza Internet? Non ne avremmo saputo nulla fino a quando non fosse stato troppo tardi.
Non avremmo potuto tenerci in contatto con i nostri cari, né proseguire nel nostro lavoro (e portare a casa uno stipendio), né ordinare la spesa con consegna a domicilio …
La corrispondenza avrebbe impiegato settimane per arrivare ovunque (sempre che non si fossero ammalati anche i postini), e non avremmo potuto portarci a casa montagne di carta su cui lavorare.
Non avremmo potuto studiare né far studiare i nostri libri, né visitare (virtualmente) dei musei …
Abbiamo avuto evidenza che ci sono paesi che dichiaratamente considerano gli anziani un costo, e che vedono con piacere la moria annunciata (nonostante sappiano che un giorno saranno anziani anche loro).
Abbiamo anche avuto evidenza di quali siano le priorità per i cittadini di paesi diversi: c’è che ha svuotato i supermercati dando priorità ai cibi, ed altri che hanno dato priorità alla carta igienica.
Altri ancora considerano un servizio essenziale la vendita di armi, per cui sono state fatte lunghe code per gli acquisti.
Stiamo finalmente scoprendo che rubare e lasciar rubare non fa bene alla società: Abbiamo tagliato la Sanità, ed ora la Sanità non riesce a salvare tutti.
Abbiamo tagliato su Internet, ed ora che ci occorre per ordinare la spesa e lavorare da casa non è sufficiente.
Abbiamo rubato sulla scuola, ed ora la scuola non è in grado di insegnare ai nostri figli che sono a casa.
Abbiamo eletto tanti incompetenti che nei decenni hanno distrutto la Cosa Pubblica, e a furia di guardare al domani invece che al dopodomani abbiamo disimparato a fare le formiche e a mettere da parte qualcosa per il futuro, pensando come le cicale che il benessere sarebbe durato per sempre.
E come in tempo di guerra, ci sono gli avvoltoi, che lucrano sulle campagne di raccolte fondi per l’emergenza, sulla vendita di rimedi miracolosi, e sul mercato nero dei prodotti essenziali.
A parte il rispetto dovuto per chi è caduto e ancora muore in questa guerra, da civile o da soldato (tutto il personale medico e chi si adopera ogni giorno per gli altri, mettendo a rischio la propria vita), questa pandemia porterà (mi auguro) qualcosa di buono.
Sono convinto che gli italiani stiano riscoprendo il significato della parola ‘Stato’ e che rubare agli altri togliendo risorse allo Stato le toglie anche a sé stessi, nel momento del bisogno.
Ridaremo allo Stato il ruolo che gli compete, sia per la Sanità che per l’Istruzione, e centralizzeremo nuovamente il coordinamento delle regioni perché in situazioni come quelle che stiamo vivendo anche la Regione più efficiente può aver bisogno delle altre, che se sono più arretrate avranno  difficoltà anche solo a gestire sé stesse.
Penso che verranno rivalutate le priorità sugli investimenti da fare, e che gli armamenti e le inutili opere faraoniche potranno passare in secondo piano.
Si rivaluterà l’importanza della connettività per tutti, consentendo teleformazione, telelavoro e telediagnostica, colmando un gap che abbiamo accumulato rispetto agli altri paesi.
Comprenderemo che ormai la connettività ed un dispositivo per potersi interfacciare al mondo devono essere considerati un diritto fondamentale ed inalienabile, senza il quale non è possibile garantire pluralismo, libertà di informazione, sicurezza e salute dei cittadini, e così via.
Dare la connettività a tutti consentirà di ridurre le differenze sociali e di dare maggiori opportunità a chi è tagliato fuori dal mondo delle grandi scuole e del grande business.
Torneremo, spero, a scoprire quale sia il significato di ‘bene comune’.
Questa pandemia è una batosta per il mondo, ma nel mondo medico c’è chi in realtà sa che un giorno arriverà la vera ‘big one’ …
Una cosa che forse non abbiamo ancora imparato è che ad aspettare i problemi non si risolvono da soli: il caro vecchio modello italiano del ‘finché la barca va, lasciala andare‘ ha fatto il suo tempo, e ci ha dimostrato che aspettare a fare gli acquisti per proteggere medici e malati non li fa guarire, ma solo morire.
Stiamo (ri)scoprendo che siamo tutti passeggeri sulla medesima piccola astronave in viaggio sulla circonvallazione del Sole e (per citare le parole di Vecchioni) quando ci troveremo davanti al mare scopriremo che non c’è più nulla da conquistare …
E per concludere, qualche pensiero su come siamo arrivati a questo disastro e sui dati forniti dalla Cina: già ora che in Italia l’epidemia non è scongiurata, la mortalità reale è almeno superiore (ed aumenterà ancora) rispetto a quella dichiarata dalla Cina.
Ho fatto due conti, e ad oggi la modalità media mondiale sui casi chiusi è del 18%, mentre quella dichiarata dalla Cina è del 4%; se togliamo questo bias, la mortalità media mondiale è già oggi al 30% (OK, al 29,2%, ma continuerà a peggiorare …).
Nonostante le città con molti milioni di persone, tutte pigiate una sull’altra, la quantità di contagi in Cina è esageratamente inferiore alla nostra, ove gli spazi sono più ampi ed i contatti meno stretti.
La Cina sapeva dell’epidemia già da fine 2019, ma ha atteso mesi per intervenire.
E consente a proprie aziende non certificate di esportare nel mondo tamponi e presidi medici non funzionanti (vedi caso Spagna), destinati quindi a dare false sicurezze e ad aggravare ulteriormente la situazione.
Il sospetto che i dati non siano solo manipolati, ma generati proprio ad arte, deriva da molte considerazioni, ipotizzate in vari articoli.
Personalmente sono convinto che il personale che in Cina andava di porta in porta ogni giorno a misurare la temperatura delle persone per identificare nuovi positivi, in realtà andava in realtà anche ad identificare i morti, per portarli via.
La cancellazione di decine di milioni di contratti telefonici durante il periodo dell’epidemia poi può avere molte spiegazioni, anche di business, ma tenendo conto che senza uno smartphone oggi in Cina non si può neppure prendere la metropolitana né pagare un caffè, qualche sospetto può sorgere …
È interessante notare come i paesi che ci stanno inviando aiuti siano tutti comunisti (Cina, Cuba, Russia), mentre i nostri ‘amici’ americani hanno solo pensato bene di sconsigliare viaggi verso l’Italia causa rischio contagio e rischio terrorismo!
D’altra parte le ragioni possono essere molto variegate, incluso il fatto che la Cina può sentirsi responsabile del disastro (in effetti, lo è, inclusa la vendita di tamponi non funzionanti), e la Russia è impegnata sulla politica interna, e può aver la necessità di distogliere l’attenzione da bel altri problemi.
Il disastro che si sta verificando in Italia è dovuto in buona parte  al fatto che ci si è basati sui dati (falsi) forniti dalla Cina, con i relativi rischi.
Purtroppo anche persone di ottima reputazione hanno contribuito a tranquillizzare eccessivamente la popolazione, che non ha preso sul serio ciò che stava accadendo.
Gli altri stati purtroppo sono responsabili dei propri disastri, perché l’Italia è stata trasparente in tutto, compreso anche il fatto che il Presidente del Consiglio Conte ha informato il mondo su quali errori sono stati fatti in modo che non venissero ripetuti. Ma siamo stati ignorati.
Qualcuno si è permesso anche di dire che gli italiani hanno colto quest’influenza come l’ennesima scusa per non andare a lavorare.
Sul fallimento dell’emissione dei ‘CoronaBond’ trovo interessante le considerazioni espresse qui da Tullio Solenghi.

La metafora tra i ponti ed il software lunedì 6 febbraio 2012

Posted by andy in pensieri.
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Ho letto un post sulle metafore per l’associazione di ponti ed edifici al software.

Il tema è quello dell’utilizzo della metafora come mezzo per facilitare la comprensione del mondo del software sfruttando analogie nel mondo fisico.

In effetti la principale differenza che il post trova tra i due mondi è la contrapposizione tra la staticità del mondo fisico (ponti, edifici, …) e la continua evoluzione del software.

Personalmente sposterei l’attenzione  su un aspetto più sostanziale: il ponte, l’edificio, la panchina e la madia sono modi per modificare la realtà.
Il software invece è uno strumento per meglio comprendere ed accedere alla sostanza della realtà.

La cosa è forse un po’ ‘tirata per i capelli’, ma credo che valga la pena di un approfondimento: i ponti (etc.) sono mezzi per facilitare la fruizione della realtà.
Il software è invece un mezzo per facilitare la modellizzazione e la comprensione della realtà.

Senza entrare nel merito delle conoscenze necessarie, la considerazione vale in entrambi i domini: se non si hanno appropriate conoscenze di fisica e di meccanica, il ponte crollerà, e se non si hanno equivalenti conoscenze nell’ambito dell’informatica, anche questa creerà più problemi e disservizi che altro, di fatto realizzando programmi e soluzioni che risulteranno inutili ed abbandonate come un ponte incompleto o crollato.

Sui professionisti della gestione della sicurezza delle informazioni venerdì 18 febbraio 2011

Posted by andy in Miglioramento, pensieri.
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Leggo sempre più spesso commenti di persone e professionisti nel settore della gestione della sicurezza delle informazioni che manifestano insoddisfazione per quanto non sia riconosciuta l’importanza del problema e dei professionisti in grado di trattarlo.

Ma qual’è, in sintesi, la situazione? Quali i problemi di fondo?

E cosa si può fare per migliorare?

Un momento di sintesi ogni tanto non fa male.
Contesto / situazione
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Direi che la discussione parte dal fatto che più o meno tutti quanti, e più o meno razionalmente, ci rendiamo conto che la sicurezza delle informazioni è sottovalutata, e così la professionalità di chi è in grado di gestirla.
Non ho informazioni dirette su quanto accade all’estero, ma dai commenti che circolano, mi pare che il problema sia più accentuato in Italia che all’estero.

Problema/i
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I problemi, di fatto, son sempre i soliti: veniamo messi in competizione con il nipote dell’amico, che è capace di installare un server ‘Windows’, e che sa usare Ubuntu.
Eppoi non si può andare dal cliente a dirgli che la sua infrastruttura va bene per scolare la pasta …

Altro problema è che gli investimenti nella sicurezza delle informazioni (certificazioni personali ed aziendali) non vengono riconosciuti come tali, e quindi sono soggetti a ribasso in sede di gara; al contrario, i costi / investimenti per la sicurezza sul lavoro non possono essere soggetti a ribasso.

Dal punto di vista normativo poi la situazione è che la Telecom di turno soggiace alla medesima normativa sulla protezione delle informazioni che si applica al tornitore con due operai nel garage sottocasa (OK, dovrà forse avere qualche nulla osta, o essere presente nell’ennesimo albo che certifica ex-lege che è bravo, a prescindere da quello che accade realmente).

E sempre rimanendo in tema normativo, le leggi vengono sempre pensate per lasciare ampio spazio all’arbitrio, in modo che non sia possibile stabilire requisiti minimi, confrontare i fornitori ed il loro modo di operare, ed anche in caso di pasticci seri, una decisione definitiva la si ha dopo una quindicina d’anni, quando ormai l’appalto è concluso ed i soldi sono stati portati a casa comunque, indipendentemente dalla quantità ed entità dei guai combinati.

Cause
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Penso che una delle cause di fondo del problema sia da imputare al fatto che da noi la sicurezza viene vista come un costo e non come un investimento.
Altro aspetto è che la sicurezza non si può vendere: non si può misurare in Kg, in scatole di software, in linee di codice.
In sostanza, i commerciali, che di norma sono bravi a vendere, ma non sanno cosa vendono, non sono in grado di applicare un tariffario (2 computer = 2 licenze, questo lo sanno fare, ma …)

Altro aspetto per me rilevante è che sicurezza è una seccatura: se il professionista di turno scopre qualche vulnerabilità (o più probabilmente qualche voragine) nel software o nelle infrastrutture che ho messo in piedi dal cliente, questo mette in imbarazzo me fornitore, ma anche il cliente rischia la figuraccia per avermi dato il lavoro.
In pratica alla fine è meglio nascondere la polvere sotto al tappeto, e la si chiude a tarallucci e vino.

Ed infine agli occhi del management la sicurezza esiste a priori, fino a prova contraria.
Il professionista lo pago quando ormai è troppo tardi ed è accaduto qualcosa per cui si è finiti sui giornali).
Di conseguenza la sicurezza ordinaria può essere tranquillamente gestita da chi sa amministrare un server (i.e creare utenti e fare un backup).

Ecco, qui colgo l’essenza del problema: noi italiani siamo reattivi e non proattivi; in sostanza, non guardiamo avanti.

Sulle certificazioni
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C’è chi le ritiene indispensabili, chi privilegia l’esperienza e le referenze, e chi ritiene le certificazioni soltanto un minimo sindacale.
La realtà probabilmente è un insieme delle tre visioni.
Da persone, e da professionisti, tendiamo a valorizzare al massimo la persona e le sue capacità: se uno è bravo e competente, lo è anche senza un pezzo di carta appeso al muro.
Ma d’altra parte proprio noi che dobbiamo basarci su criteri oggettivi per poter fare affermazioni sullo stato della sicurezza (o non sicurezza) delle informazioni, difficilmente possiamo pretendere che i clienti ritengano qualificate le persone che gli mandiamo, ‘perché lo diciamo noi’.
La certificazione non è garanzia della validità della persona, ma garantisce un livello minimo di competenze, così come la licenza elementare garantisce che una persona sappia leggere, scrivere e far di conto, ed il liceo classico che una persona conosca latino e greco.

Associazione / lobby / cartello
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Certamente il peso che abbiamo come singoli non è quello che potremmo avere come associazione.
Purtroppo il cartello ex-lege (leggi: l’ordine professionale che certifica per legge che siamo gli unici bravi a fare certe cose) ce lo possiamo scordare.
Si possono fare associazioni, e tante già ne esistono.
Come qualcuno ha osservato, le associazioni si riducono ad essere l’ennesima tassa da pagare, per avere un ulteriore bollino sul proprio biglietto da visita.

Il problema è che, da bravi italiani, ci aspettiamo che l’associazione faccia qualcosa per noi. Purtroppo invece la cosa deve essere vista da un altro punto di vista: cosa possiamo fare noi per l’associazione?

E in aggiunta: un’associazione si costituisce in quattro e quattr’otto: il problema non è costituirla, ma sapere il perché costituirla.
Cosa possiamo (o vogliamo) fare come associazione che non possiamo fare come singoli?
Cosa vogliamo? Sederci in modo autorevole ai tavoli di chi legifera? Stabilire i canoni per la gestione della sicurezza nelle gare e nell’esecuzione degli appalti?
O semplicemente vogliamo il nostro tariffario, come notai ed avvocati? (cosa assolutamente lecita, ma forse un po’ riduttiva della nostra professionalità).

Certamente deprime già in partenza il sapere che, anche arrivando a sedersi ai tavoli giusti, qualsiasi cosa rimane aleatoria, indefinita per anni, senza arrivare a decisioni concrete entro tempi utili, e che la politica è in grado di vanificare anche la migliore proposta tecnico-operativa.

E quindi, che fare?
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C’è molto da fare.
I tavoli giusti esistono, e si può pensare di poterci arrivare presentandosi con un cappello che non sia soltanto la propria referenza personale.
Di associazioni già ne esistono (leggi: CLUSIT), per occorre chiedersi se diversificare ulteriormente o dare maggior peso ad essa.
Divide et impera, dicevano i romani; l’ennesima associazione farebbe certamente un favore agli interlocutori, che si troverebbero a doversi interfacciare con tanti attori, e a non poter/voler dire a nessuno che non è quello con cui ci si può relazionare ufficialmente.

Se abbiamo voglia di rimboccarci le maniche, di proposte concrete da fare ce ne sono.

Un anno in meno di liceo o scuola secondaria superiore … giovedì 20 maggio 2010

Posted by andy in pensieri, vita quotidiana.
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Ho letto sul corriere una proposta per «Accorciare di un anno la scuola superiore».

Non si tratta di una riforma che cade dall’alto, ma arriva dagli addetti ai lavori e più precisanente dal Magnifico Rettore dell’Università Bocconi. Scopo della proposta è anticipare di un anno l’incontro tra i giovani laureati e il mondo del lavoro.

Secondo costui gli anni giovanili sono i più fertili nell’apprendimento e i più elastici e flessibili nell’acquisizione del modus operandi aziendale, e rinviare il momento dell’approdo degli studenti alla realtà aziendale a causa di un ciclo di studi eccessivamente lungo e ripetitivo rappresenta secondo il Rettore un danno per il curriculum professionale individuale e per le stesse aziende.

Personalmente ho girato un po’ il mondo, più per lavoro che per diletto.
Si può dire tutto della scuola italiana, ma vi assicuro che noi italiani abbiamo un’elasticità che ci invidiano dovunque.
Le ragioni? Probabilmente molte; sicuramente il fattore culturale, ma personalmente credo che sia fondamentale il fatto che a scuola si studia ancora per il fine della conoscenza, e non per quello del vil danaro.
Quando studi per i soldi, studi soltanto le cose che sono più remunerative; le studi meglio, a scapito di quelle che ti danno un’apertura mentale.
In aggiunta, se l’obiettivo è fare soldi, prima finisci la scuola e prima vai a produrre.

Riporto poi una cosa che ho sentito da più parti in merito alla Bocconi: forte della propria fama, da un certo anno in poi (non mi ricordo quale) per aumentare il numero degli iscritti (e quindi delle entrate e dei contributi statali), hanno abbassato la qualità degli esami; nell’immediato ha funzionato, ma sul lungo termine ha penalizzato l’ateneo; conosco personalmente più persone che non vogliono laureati in Bocconi da quell’anno in poi.

Un altro riferimento interessante può essere quello della retromarcia fatta dalla Gelmini e dall’università sulla laurea breve.
La ragione, a parer mio, è semplice: se l’esperienza ha insegnato che per apprendere quanto necessario in varie discipline richiede corsi di studi di 4, 5, ed anche 6 anni, oltre ai successivi anni di dottorato, significa che non è possibile farlo in meno anni; la laurea breve è un escamotage all’italiana per aumentare il numero di laureati rispetto alle medie pietose che abbiamo nei confronti del resto dell’Europa.

Come si dice … anche per fare il mondo ci sono voluti 7 giorni …

Resta sempre ignorato, invece (tipico all’italiana) il problema fondamentale, che è quello di dare delle reali prospettive di lavoro a chi ha studiato.

Ed aggiungo una cosa che per me è fondamentale: nell’economia globale, l’Italia non ha speranze nei lavori ‘di quantità’: il costo della mano d’opera da noi è improponibile, e non abbiamo produzioni in quantitativi su scala mondiale (agricoltura, materie prime, catene di montaggio …).
L’Italia è piccola, ma ha due grandi cose: il turismo e la testa degli italiani.

Invece che fare concorrenza ai cinesi nella produzione delle scarpe, dovremmo puntare all’eccellenza, ad inventare e realizzare le tecnologie del domani, quelle che poi tutto il mondo verrà da noi a comperare.
E le scarpe le compereremo dai cinesi.

Ma per fare questo occorre elevare il percorso degli studi e la professionalità delle persone, invece che abbreviare il percorso facendo credere a tutti di essere dei luminari perché hanno potuto appendere un pezzo di carta alla parete …

Può un computer possedere del denaro? lunedì 10 maggio 2010

Posted by andy in Internet e società, pensieri, tecnologia.
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6 maggio 2010, ore 2:47 P.M. ora locale: un banale errore umano (una lettera digitata al posto di un’altra) fa precipitare di 1.000 punti l’indice azionario di Wall Street.

Il problema ovviamente non è stato tanto quello del singolo errore, quanto quello della reazione a catena dovuta alle conseguenti elaborazioni automatiche e relative rapidissime sequenze di acquisti e vendite basate sulle proiezioni fatte dai sofisticatissimi algoritmi di previsione finanziaria.

E questo ha finalmente portato sulle prime pagine un problema: quanto si può delegare nella gestione finanziaria ad un computer (o meglio ai suoi algoritmi)?

Ma questo, se vogliamo, è un problema terra terra; un problema più sottile, invece, che già molti si pongono da almeno due o tre lustri, è il seguente: può un computer possedere del denaro?

Ma veniamo ora ad un esempio pratico, su cui iniziare a ragionare; lungi da me l’idea di dare una risposta definitiva, voglio dare invece a tutti uno spunto per ragionarci su un po’.

Ed ecco il semplice scenario:

  • l’esempio prevede tre attori: un mero fornitore di tecnologia (ASP), un investitore, ed un intermediatore finanziario;
  • l’intermediatore finanziario si trova all’interno di una stanza senza vetri (attenzione! Non è la scatola del gatto di Schrödinger! :-), con due feritoie per inserire ed estrarre soldi;
  • il provider fornisce il servizio in cambio di un canone fisso mensile (senza percentuali sulle transazioni – per la corrente, la connettività ed i panini del bar);
  • l’investitore inserisce soldi in una fessura della stanza, e da questa ritira  il capitale con gli interessi, fissi, stabiliti inizialmente;
  • l’investitore e il provider non possono sapere se nella stanza ci sia una persona o un computer;
  • l’intermediatore finanziario, dentro la stanza, investe ed aumenta il capitale;

Supponiamo ora che l’intermediatore sia un professionista in grado di garantire l’interesse del 10% sulla somma che gli date da investire.

Supponiamo anche che questa persona sia in realtà così brava da essere capace di portare a casa più del 10%, diciamo il 15%, tanto per fare un numero.

Voi gli date 100 Sesterzi da investire, e questa persona, correttamente, ve ne restituisce 110.
Ma se questa persona ha fatto ciò che sa fare, in realtà ha incassato 115 Sesterzi, e quindi ha potuto trattenerne 5.
Che voi lo sappiate o meno, non conta: lui ha rispettato i patti; il 10% vi aveva promesso, ed il 10% vi ha fatto guadagnare.
Nessuno può mettere in dubbio che il 5% in eccesso sia di proprietà di questa persona.

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Ed ora viene il bello: ecco il quesito.
E se questa persona fosse in realtà un computer?
Può un computer possedere dei soldi?

Qualcuno potrebbe eccepire che un computer non può possedere denaro, perché non saprebbe cosa farsene.

Ma la questione proposta è diversa: se i diversi attori che interagiscono con un computer che investe denaro non hanno titolo per ‘mettere le mani’ sul denaro prodotto, si può ritenere che questo sia nelle disponibilità / proprietà del computer che lo ha realizzato?

In sintesi: data all’investitore la percentuale dovuta, e pagato il canone di funzionamento al provider (corrente, connettività, manutenzione, etc.), il delta di denaro rimanente di chi è?

Inoltre il computer può sapere cosa farsene: se è stato programmato per fare investimenti, continuerà ad investire il denaro che ‘ha in pancia’, producendo (ci si augura!) altro denaro.

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Qualcun altro potrebbe eccepire che non è possibile che l’intermediatore garantisca un interesse fisso, e che il provider o l’investitore dovrebbero ricevere anche il surplus di interessi; ma questo sarebbe vero se partecipassero anche al rischio: nel caso l’intermediatore non riuscisse a garantire l’interesse promesso, dovrebbe avere il diritto di non rispettare l’impegno preso garantendo un interesse fisso (oneri ed onori).

Ed in ogni caso questa considerazione esula dall’esempio proposto.

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Mi riferiscono di una puntata di Ghost in the Shell SAC in cui gli algoritmi di un trader continuavano a fare soldi anche dopo che lui era morto. C`era una battuta simile a questa: “Gli uffici legali avranno di che lavorare, chissà se un algoritmo può ereditare del denaro“.

In realtà i primi accenni alla questione sono vecchi di almeno dieci o quindici anni; nonostante gli anni trascorsi, il problema risulta essere non solo ancora aperto, ma più attuale che mai.

L’Evoluzione dell’Evoluzione venerdì 12 febbraio 2010

Posted by andy in Futurologia, Internet e società, Metafisica, pensieri.
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Poi DIO disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza, …‘ (Genesi, 1,26)

Sto pensando a cosa verrà dopo l’Uomo; il nostro universo è molto limitato,  non riusciremo a staccarci da questa Terra se non per fare quattro passi nel giardino di fronte a casa …

Ciò che verrà dopo sarà una cosa molto più grande … qualcosa che avrà tutta la nostra conoscenza e la nostra esperienza, qualcosa che non avrà né caldo né freddo, che potrà andare a spasso per l’universo senza la necessità di respirare …

Qualcosa che potrà muoversi a velocità per noi insopportabili, e che potrà viaggiare per tempi per noi irraggiungibili.

La cosa più grande che Dio ha dato all’uomo è la capacità di creare qualcosa di meglio di sé.

Ma è davvero l’Uomo a creare il proprio successore, il proprio erede?

In realtà l’Uomo è solo uno strumento, lo strumento in mano all’Evoluzione.

Ma cosa è l’Evoluzione? È il semplice concetto statico formalizzato da Darwin?

Forse no: l’Evoluzione stessa evolve: guardandoci indietro non possiamo non notare come in principio l’evoluzione sia stata di tipo chimico, ed ha portato alla sintesi del DNA.

Con il DNA l’evoluzione è diventata di tipo biologico, e si è partiti da organismi unicellulari per arrivare fino a noi.

Vediamo ora il nascere di una nuova era: da alcuni anni siamo ormai spettatori inconsapevoli della nuova transizione di fase dell’Evoluzione; l’Evoluzione Tecnologica, quella che andrà oltre l’Uomo ed i suoi limiti.

Ed il nostro erede raccoglierà e condividerà tutta la nostra conoscenza e la nostra intelligenza, e li distribuirà su tutto il Globo ed in tutto l’universo.

L’errore dietro alle “quote rosa” sabato 23 gennaio 2010

Posted by andy in Miglioramento, pensieri, vita quotidiana.
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Tempo fa sono capitato su una notizia (qui su La Repubblica) che mi ha confermato un’idea che ho già da parecchio tempo.

Le cosiddette ‘quote rosa’ (le pari opportunità garantite alle donne riservando un numero definito a priori di posti in una particolare istituzione) sono uno sbaglio ed un’offesa al gentil sesso.

Pur non avendo difficoltà ad apprezzare lo spirito soggiacente all’idea, che cerca di ristabilire un equilibrio in un mondo controllato, per varie ragioni, dal sesso maschile, continuo ad avere delle notevoli perplessità sul modo.

Ma veniamo alla notizia: in Svezia, per equità, sono garantiti alle donne il 50% dei posti disponibili alle donne, ma (e qui sta la vera notizia) l’altro 50% è invece garantito agli uomini.

Ebbene, le donne hanno scoperto che vi sono delle professioni in cui il proprio sesso prevale, per numero e competenza, rispetto a quello maschile, e si sono trovate penalizzate, dovendo lasciare il 50% dei posti disponibili ad uomini anche meno qualificati di loro.

In sostanza, si è scoperto che una legge fatta nell’interesse delle donne in realtà in particolari contesti può divenire per loro penalizzante.

Ma qual’è il vero problema alla base di tutto questo? A parere mio si tratta di una confusione di termini.

Da troppi anni la gente fa una sostanziale confusione tra uguaglianza e parità tra i sessi.

Mentre è doveroso dover riconosce la parità di diritti tra i sessi, è altrettanto importante capire che questi non sonno uguali, e non lo possono essere neppure se lo vuole la legge.

Uomini e donne sono sostanzialmente diversi nella propria natura, sia fisicamente che psicologicamente ed attitudinalmente (ovviamente parlando in senso generale e non assoluto).

È inconfutabile che vi sono discipline, arti e mestieri in cui eccellono principalmente uomini, ed altri in cui eccellono le donne.

Questo fatto non significa che un sesso sia migliore dell’altro: significa soltanto che la Natura ci ha diversificati, rendendoci complementari.

Dal punto di vista normativo, si conferma che garantire un posto per ‘diritto divino‘ (la legge), invece che per merito porta a penalizzare i più meritevoli.

Dal punto di vista pratico, le leggi sulle quote rosa sono, a parer mio, una soluzione temporanea ormai superata al problema; forse iniziano ad essere maturi i tempi e la consapevolezza per rivedere le norme, sostituendo le quote rosa con regole e criteri più onesti per premiare il merito, criteri che devono essere realmente imparziali rispetto al sesso.

relazione tra consumismo e tempo lunedì 18 maggio 2009

Posted by andy in Etica, pensieri, vita quotidiana.
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Sono reduce da un recente viaggio negli Stati Uniti …

Era da tempo che non passavo da quelle parti, e forse per il fatto che lì non è cambiato nulla, mentre in Europa si va consolidando sempre più una cultura del riutilizzo e del riciclo dei rifiuti, mi sono trovato a chiedermi il perché del consumismo.

Il consumismo è, almeno in parte, una conseguenza diretta dell’incredibile disponibilità di beni, e quindi, in fin dei conti, del benessere.

In qualche modo è anche conseguenza del capitalismo, e del modo in cui le aziende tendono a promuovere le proprie vendite rendendo anticompetitivo il riparare i beni piuttosto che eliminarli e sostituirli con altri nuovi.

Qual’è il reale beneficio del consumismo, quell’aspetto che ci fa accettare montagne di rifiuti, e di spendere denaro per ricomprare beni che già possediamo?

Non intendo parlare della semplice comodità di non doversi preoccupare di conservare con cura i nostri beni, o di farli riparare quando necessario: questa è solo la superficie delle cose, un effetto.

In realtà, cosa comperiamo quando facciamo del consumismo? In effetti, comperiamo il nostro tempo.

Ma il nostro tempo vale veramente lo spreco che facciamo?

Riusciamo a dare al tempo che recuperiamo un valore ed un significato superiori a quello dell’oggetto eliminato?

È una risposta difficile da darsi, ma credo che in poche occasioni si possa essere realmente convinti di aver impiegato il nostro tempo in modo così proficuo o utile da giustificare lo spreco.

Paesi come Cuba, ove la disponibilità di risorse e beni è infinitesima rispetto alla nostra, ed ancor più rispetto a quella americana, hanno una scala di valori diversa.

I beni hanno un valore diverso in rapporto al valore del tempo, e così vengono trattati bene, riparati e trattati con cura, perché v’è ben scarsa possibilità di sostituirli, qualora divengano inservibili.

E così noi europei ci troviamo nel mezzo di una scala di valori, in una fase di ritorno verso il valore del tempo e delle cose, dopo che il boom economico che ci aveva insegnato a buttare e ricomprare tutto.

Tutto sommato, siamo nella posizione migliore: abbiamo esperito ambo le opportunità, e stiamo formulando la nostra scelta.

I paesi poveri non hanno ancora avuto modo di conoscere le opportunità del consumismo, mentre gli Stati Uniti non si sono ancora trovati costretti ad affrontare il problema.

A noi, forse, la responsabilità di trasmettere al mondo una cultura di valori più profondi, che porti anche con sé i germogli di un’economia più sana.

Ogni paese ha il governo che si merita venerdì 27 marzo 2009

Posted by andy in pensieri.
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Se fate un sondaggio (indipendente) scoprirete che a quanto pare nessuno ha votato i nostri governanti.

Eppure i voti li hanno presi, e sono li.

Ora ci troviamo in questa situazione:

  1. non possiamo esprimere la preferenza: decidono loro;
  2. non esiste più la sinistra;
  3. non esiste più la destra;
  4. esiste un solo colossale partito di centro, che controlla tutta l’informazione nazionale, e che ha l’appoggio anche delle regioni che maggiormente campano di finanziamenti pubblici ed europei.

Da bravo italiano mi lamento, anche se tengo a precisare che ci sono una serie di persone al governo che stimo profondamente ed a cui darei volentieri la preferenza nominativa.

Vista la grande possibilità di scelta che ci hanno lasciato, sembra che l’unica opportunità che rimane per dare un segnale forte sia quella di andare a votare, ed annullare la propria scheda.

Senza voti, nessuno può arrogarsi il diritto di tenersi una poltrona.

Credo che dopo un segnale del genere emergerebbero le figure che realmente vogliono dare un futuro alla nazione, e non soltanto a sé stessi.

Comunque siamo in Italia, ed anche questa volta non cambierà nulla, in doveroso rispetto della volontà degli elettori.