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One person, one document? martedì 13 marzo 2012

Posted by andy in Futurologia, Internet e società.
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Sto guardando il mio passaporto, e mi chiedo quale possa essere il suo significato nel prossimo futuro, quello (ormai attuale) della globalizzazione e di Internet.

Un documento d’identità è uno strumento che consente di stabilire una relazione di fiducia tra una persona ed un ente governativo, di tipo amministrativo per beneficiare delle agevolazioni offerte dall’ente, e di tipo giudiziario per beneficiare della protezione offerta dall’ente.
Ovviamente l’ente che offre i propri servigi e la propria protezione richiede ed impone, in cambio, alcuni doveri.

Un tempo questi documenti avevano una valenza soltanto per gli interessati e per l’ente che li avevano emessi: non erano riconosciuti da stati e governi (andando indietro nel tempo, si trattava di reami e principati).
Con il tempo sono stati stretti accordi internazionali per il mutuo riconoscimento di questi documenti, in modo da non dover costruire nuove relazioni di fiducia tra persone ed altri enti (di fatto, si è sviluppata una rete di trust federato internazionale).

Non tutti gli stati tuttavia hanno ratificato queste relazioni, per cui alcuni documenti non vengono riconosciuti in alcuni paesi.

Altro aspetto interessante è quello relativo alle persone che hanno più nazionalità, e che quindi posseggono più identità (relazioni di fiducia) con stati diversi.

Riepilogando, nel mondo esistito fino alla fine del XX secolo ogni persona aveva una propria identità ratificata da uno stato (alcuni possedevano più identità, ciascuna con un paese diverso, ed altri non possedevano identità: gli apolidi).

Verso la fine del secolo scorso si è avuta una diffusione esponenziale di Internet, con la conseguente esplosione di identità virtuali degli utenti, sia per accedere a servizi offerti da enti diversi (lavorativi, amministrativi e non), sia per accedere ai medesimi servizi anche con identità diverse (è possibile crearsi più profili con account diversi sui medesimi portali).

Per l’oggettiva complessità nel mantenere tutte queste identità (ed anche perché molte aziende hanno cercato di monopolizzare la gestione – o possesso – dell’identità delle persone – vedi Microsoft LiveID), sono state avviate iniziative per unificare la gestione dell’identità virtuale della persona attraverso meccanismi e protocolli federativi (OpenID, web-of-trust, …).

Ci troviamo quindi in una situazione completamente differente da quella passata, in cui la nostra identità non è più verificata e certificata da enti di tipo governativo, ma da società private.
Mentre in passato l’interesse degli stati era quello del controllo dei propri cittadini, oggi l’interesse è principalmente privato, e quindi economico, e si concretizza nella fidelizzazione (o lock-in) della gestione dell’identità virtuale delle persone.

Ed ora diamoci un’occhiata intorno: quando si parla di globalizzazione, si pensa sostanzialmente ad un modello di liberalizzazione delle frontiere, in cui chiunque può comperare da chiunque altro beni e servizi, sfuggendo sempre più al controllo nazionale, ed obbligando gli stati a trovare forme di accordo condivise per poter imporre in ogni contesto e su ogni persona delle regole (commerciali e di controllo) condivise.

Ed in questo contesto le persone non vengono più identificate (e tracciate) attraverso i loro documenti tradizionali di identificazione, ma attraverso i propri account creati presso i più disparati fornitori di servizi.

Da non dimenticare il fatto che i tradizionali documenti d’identità cartacei si stanno via via sostituendo con documenti sempre più elettronici (da tessere di plastica fino alle smart card con chip RFID).

Ma il futuro vede un mondo globalizzato, e non solo per la libera circolazione delle merci, ma soprattutto delle persone.
E di qui alcuni quesiti:

  1. in futuro occorrerà ancora un documento d’identità?
  2. se si, chi sarà riconosciuto come ente autorizzato all’emissione dei documenti?
  3. il documento dovrà essere unico, o potremo averne quanti ne vorremo?

Immaginando un mondo senza frontiere, non occorreranno documenti di identificazione perché non ci sarà nessuno preposto a verificarli, così come accade ora a livello nazionale (nessuno ci chiede i documenti per farci andare in ufficio, per attraversare la strada o per andare al supermercato); altrettanto accade negli Stati Uniti, dove i confini sono rappresentati semplicemente da cartelli stradali, così come accade da noi tra le regioni.

Ed aggiungo un quesito: perché occorre identificarsi? Per la risposta riprendo l’inizio dell’articolo: per beneficiare di vantaggi specifici.

Se proviamo a guardarci nel portafogli o in borsetta, di documenti d’identità ne troviamo più di quanti possiamo immaginare:

  • la carta d’identità,
  • il passaporto (OK, questo molto probabilmente lo teniamo a casa perché è ingombrante, pesa, e costa un sacco di seccature e di soldi rifarlo nel caso lo dovessimo smarrire …),
  • la patente,
  • la tessera sanitaria,
  • la/le carte di credito,
  • il/i bancomat della nostra banca,
  • probabilmente qualche badge d’accesso per le aziende per cui lavoriamo,
  • qualche tessera fedeltà di supermercati, benzinai e negozi di elettronica …
  • per chi viaggia, un buon numero di carte frequent traveller …
  • … e così via …

NOTA: tutto sommato, anche il telefono cellulare è divenuto ormai un documento d’identità: viene infatti utilizzato per autenticarci negli acquisti, nel recupero delle password dimenticate dei nostri account, ed anche per ricevere le conferme dei nostri acquisti.

Tutti questi documenti ci identificano nei confronti di qualche ente, e andando a guardare bene, soltanto un paio sono emessi da enti di tipo governativo, mentre tutti gli altri sono emessi da enti di diritto privato e di tipo commerciale.

E nessuno di questi enti si arroga il diritto di essere l’unico autorizzato a rilasciare documenti di identità: si limita a rilasciare un oggetto che funge da legame tra la persona e l’ente, rappresentando l’esistenza di un accordo sottoscritto che stabilisce i diritti ed i doveri delle parti.
Addirittura, il medesimo ente può rilasciarci più documenti (carte di credito, tessere fedeltà, …).

E torniamo al tema del discorso: in futuro avrà ancora senso l’esistenza di documenti d’identità di tipo non commerciale?
Di fatto, quale sarebbe il loro scopo?
Ad oggi la nostra carta d’identità (o il nostro passaporto) indica quale sia l’ente che conserva la storia delle nostre origini (il nostro albero genealogico), e che conosce le persone che hanno garantito per la nostra identificazione iniziale.
Neppure la nostra posizione fiscale è ormai vincolata al nostro documento d’identità, in quanto potremmo produrre all’estero il nostro reddito, ed ivi pagare le imposte dovute.
Il diritto all’assistenza sanitaria? Forse:  in Italia la tessera sanitaria garantisce il diritto all’assistenza, ma in America è sufficiente una carta di credito.

Ed il mio documento d’identità non rappresenta neppure un giuramento di fedeltà al mio paese: di fatto, è una semplice attestazione di pertinenza territoriale, così come era per la servitù della gleba, che indica a chi dobbiamo pagare quelle che un tempo erano il fitto e le decime, o almeno non esplicitamente: implicitamente invece il mio documento d’identità rappresenta il mio dovere di partecipare alla difesa del stato, qualora questi me lo dovesse chiedere.

 

E veniamo ora al problema di fondo: fino ad oggi, possedere un’unica identità consentiva ad ogni stato di poter ricostruire univocamente un nostro profilo (eventualmente richiedendo informazioni allo stato d’origine), con la nostra storia, e le nostre marachelle.

La possibilità di costruirci invece identità multiple, ciascuna specifica per uno scopo / utilizzo, ci consentirebbe di poter disporre sempre di un profilo immacolato quando occorre, evitando di utilizzare altre nostre identità a cui sono associate informazioni negative.

Gli stati (e non solo) perderebbero il controllo sulla nostra integrità; ad esempio risulterebbe possibile aprire una linea di credito presso una banca utilizzando un’identità diversa da quella utilizzata presso un’altra, presso cui abbiamo accumulato una montagna di debiti, o apparire incensurati da una parte, risultando terroristi da un’altra.

E quindi s’imporrà sempre di più la necessità di riconciliare tutte le nostre identità virtuali in un’identità univoca: chi lo farà? I servizi di intelligence? I motori di ricerca? La nostra esigenza di limitare la quantità di identità diverse da noi utilizzate?

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